Musica, senza steccati

martedì 22 gennaio 2013

Una calamita di nome Wynton Marsalis

01:00 Posted by Igor Principe , No comments
L'ho scoperto da un mesetto, e quasi ogni giorno ne ascolto un pezzo. Si tratta di un video dell'ottetto di Wynton Marsalis registrato a Marciac nel 2009. Non dura moltissimo, siamo intorno all'oretta. Ma è una vera calamita.



Marsalis è uno dei massimi jazzisti contemporanei ed è nato in una famiglia in cui la musica afroamericana era come l'aria che tutti noi respiriamo. Il padre Ellis è pianista; il fratello Brandford suona sax e clarinetto (era nel gruppo con cui Sting realizzò The dream of the blue turtles e il successivo Nothing like the sun; l'assolo di sax che sentite in Englishman in New York è il suo). Wynton è quello che in famiglia ha fatto più carriera: dirige il Lincoln Center, centro culturale tra i più apprezzati a Manhattan, scrive libri (Come il jazz può cambiarti la vita), vince premi Pulitzer (con la suite Blood on the fields), si guadagna un posto tra i 25 uomini più influenti d'America (lo ha detto Time). E litiga con i colleghi (la polemica è su Wikipedia).

Da quanto ho capito leggendo di quei litigi, Marsalis si sarebbe arroccato su posizioni ultra conservatrici, chiudendo a ogni forma di jazz dal sapore vagamente moderno. Fatte le ulta debite proporzioni, mi ricorda un amico e collega con cui ho studiato musica e che poi ho ritrovato alla redazione spettacoli della Notte. Suonava la tromba in orchestre che facessero esclusivamente Dixieland, New Orleans e jazz tradizionale (di cui aveva una cultura impressionante). Se gli dicevi "Be-bop", impallidiva: per lui, da Parker e Gillespie in avanti, erano suoni rinnegati.

Non amo gli integralismi, ma l'amico - una persona brillante e piacevole - riusciva a farmene sorridere pur non condividendoli. Allo stesso modo, mi verrebbe da non condividere l'arroccamento di Marsalis sulla difesa a oltranza delle autentiche radici della musica afroamericana. Il carattere formidabile del jazz è la sua forza di far proprie tutte le musiche, reimpastandole (come fanno i panettieri) per cuocerne di nuove, partendo da Bach o da Battisti. Stare solo sulle radici riduce il campo visivo e - penso io - l'azione creativa.

Poi però arriva Wynton con l'ottetto. Attacca Sheik of Araby (la rifecero anche i Beatles degli esordi). E io batto il piede, schiocco le dita, mi sento felice. Ascolto il tradizionale con suoni mai così puliti, sento assolo in cui anche le pause sembrano suonare. E mi vien voglia di portare a Marsalis munizioni e rifornimenti per resistere all'assalto dei "rinnegati".

0 commenti:

Posta un commento