Musica, senza steccati

sabato 26 gennaio 2013

Una Storia della Musica da imporre nelle scuole

06:52 Posted by Igor Principe , , No comments
L'etica mi imporrebbe di parlarne dopo averlo letto tutto. Ma poiché non ne sto per fare una recensione, saprò superare il fatto di essere soltanto a pagina 71 su un totale di 370. Mi bastano per dire che la Storia della Musica di Kurt Pahlen andrebbe imposta nelle scuole.

Quante volte abbiamo ascoltato musicisti, musicologi e in generale chiunque abbia a cuore quest'arte lamentare l'assenza di un'educazione scolastica al linguaggio delle sette note? E quante volte è stata imputata a quell'assenza un'altra assenza, cioè quella dei ragazzi dai luoghi in cui si suonano Bach, Mozart e Beethoven? Ecco, se nelle scuole non dico elementari (o primarie, come si dice ora e non ho ancora capito perché) ma almeno dalle medie (o secondarie, e di nuovo non ho ancora capito perché) si inserisse Pahlen tra gli autori dei manuali su cui costruirsi una cultura, potrebbe nascere un nuovo e appassionato pubblico.

Di più: questa Storia andrebbe suggerita anche dagli insegnanti nelle scuole di strumento che non siano Conservatori (dove i programmi ci sono già). Troppo spesso, infatti, si impara a suonare senza conoscere anche un minimo delle vicende vissute dagli artisti. Saperne un po' di più aiuterebbe ad abbandonare l'idea che la musica sia solo un insieme di segni grafici apposti su un pentagramma, e a capire che come la pittura, la scultura e le altre arti anche le note sono racconto del mondo nel suo divenire.

Ciò detto, perché proprio Pahlen? Perché ne ritrovo lo spirito di Indro Montanelli e della sua Storia d'Italia. Come Indro (da solo o con Mario Cervi e Roberto Gervaso) ha saputo raccontare a tutti ciò che troppo spesso restava chiuso nella fortezza dell'accademia, così Pahlen svela i fatti della musica con un linguaggio nitido, mettendoli alla portata del vulgo. Uso apposta questo termine nell'accezione più alta, da cui arrivare alla più nobile delle attività di comunicazione che si possano fare: la divulgazione culturale.

E sempre come Indro, a lungo osteggiato dall'accademia con l'accusa di aver ridotto il racconto storico a fumettone, anche per Pahlen potrebbe valere altrettanto: troppo semplice il linguaggio, troppo banale il racconto di un'arte sublime. Credo che la risposta a obiezioni di questo tipo la dia proprio Pahlen laddove racconta dello sviluppo della musica operistica nella Venezia del '600: "Constatato che lo stile serio e solenne delle prime opere non piaceva, l'impresario tentò di attirare il nuovo pubblico, cioè il popolo, introducendo negli intervalli altrettanti 'intermezzi' comici. Ai veneziani la cosa piacque[...]".

A ben vedere, è sempre la solita diatriba tra pancia e testa. Saper parlare solo alla prima porta alla peggior volgarità; solo alla seconda, alimenta tedioso sussiego (vulgo: due palle così). Saper unire entrambe è prerogativa di chi è grande. E, alla lunga, nutre sempre più la testa, preparandola ad affrontare letture più colte mondandole della polvere della noia.

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