Musica, senza steccati

sabato 30 marzo 2013

Un ricordo di Enzo Jannacci. Anzi, tre

01:34 Posted by Igor Principe , No comments
Anni fa ho intervistato Enzo Jannacci. Era una di quelle che in gergo si chiamano “telefoniche”. L'accordo con l'ufficio stampa era di chiamarlo a un certo numero a mezzogiorno. Puntuale, gli telefono. Cinque o sei squilli, poi risponde:
“Ah, è lei? Ero sotto la doccia”.
“Se le è più comodo, la richiamo tra qualche minuto”.
“Ma si figuri! Sono uno preciso, io”.

Passano cinque minuti buoni, un'eternità fatta di silenzi e lontani rumori di qualcuno che, in casa, sta armeggiando con qualcosa. Finalmente, arriva.
“Eccoci, di che parliamo?”
“Del suo spettacolo”.
Non ricordo quale fosse o cosa mi disse. Ricordo solo che quando parlammo di Gaber si infervorò quasi fino ad arrabbiarsi: “Si è lasciato morire! Gliel'avevo detto: vieni da me, ti opero io, stai tranquillo. Ma lui, niente. Aveva deciso di chiudere”.

Qualche tempo dopo l'ho incontrato con altri colleghi alla presentazione della stagione teatrale del Filodrammatici di Milano. Per ovvie ragioni di tempo e democrazia Enzo Russo, il direttore del teatro, cercava di concentrare le notizie sui singoli spettacoli in cinque minuti al massimo, chiedendo ai protagonisti in sala interventi concisi. In cartellone c'era anche uno show di Jannacci, che ha preso la parola e l'ha tenuta un'ora senza che capissimo un acca di cosa il pubblico avrebbe visto in scena. A un certo punto aveva sete, e si sarebbe attaccato alla bottiglia se il figlio Paolo non l'avesse fermato per tempo con uno sguardo fulminante. Poi ha perso l'equilibrio ed è quasi caduto dal palco su cui sedeva in modo incerto. In mezzo, un insieme di parole e silenzi semplicemente indecifrabile, chiuso da una frase cristallina: “Lo so che non s'è capito niente, ma poi le cose, quando le faccio, riescono”.

Tempo dopo l'ho visto in concerto a Villa Arconati. Due ore di musica meravigliosa, suonata da una band perfetta e cantata da uno che a oltre 70 anni sembrava un ragazzino. E lì ho capito che aveva ragione: le cose, quando le faceva, gli riuscivano.


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