Musica, senza steccati

martedì 23 dicembre 2014

Due cose sull'Inno della Lombardia, scritto da Mogol e Lavezzi

01:52 Posted by Igor Principe , , , 1 comment
Ieri ho ascoltato l’inno della Lombardia, scritto da Mogol e Mario Lavezzi, e ho pensato due cose.

Parto dalla seconda: se fossi un cittadino di Brescia, Mantova, Sondrio o delle altre province della regione, mi girerebbero. La canzone comincia con un elogio di Milano e della sua anima perduta, della città che un tempo era accogliente e viva, della MGM (Milàn-Gran-Milan) che non esiste più. Al di là della trita nostalgia di un passato dorato rispetto al presente infangato, il punto è che l’inno della Lombardia parte da Milano e vi si ferma. Il resto, non esiste. Non mi pare un buon inizio.

Ma la prima cosa che ho pensato è stata un’altra: un programma televisivo di qualche anno fa. Si intitolava La Testata, lo conducevano Michele Mirabella e Toni Garrani su un canale Rai ed era fatto di sketch che parodiavano la vita di un giornale. Ogni tanto, Garrani fingeva di intervistare Gianni Agnelli, «interpretato» da Mirabella. Gli faceva una domanda - una qualsiasi - e la risposta era sempre la stessa, pronunciata come avrebbe fatto l’avvocato: «Vede, come diceva mio nonno, avviva il tempo in cui una pevsona deve toglievsi dalle palle!».

Con il dovuto rispetto per la storia di Mogol e Lavezzi, non ho potuto non pensare all’«avvocato Mirabella».

  

domenica 21 dicembre 2014

Finanziare la Verdi? No, meglio Belen.

08:43 Posted by Igor Principe , , , No comments
Historia magistra vitae un corno. La Storia non insegna nulla, perché se insegnasse qualcosa alcune questioni non si incancrenirebbero nella sin troppo popolata categoria dei «problemi di sempre». In ambito musicale, il problema di sempre è - suo malgrado - l’Orchestra Verdi di Milano. Luigi Corbani - il direttore della Fondazione legata all’orchestra - accusa il Ministero dei Beni Culturali di non aver onorato gli impegni finanziari. In altre parole, i soldi promessi dal Ministero non sono arrivati. Ciò significa una cosa semplice e bruttissima: rischio chiusura.

La Verdi è una delle eccellenze musicali italiane. Uno studio europeo ha verificato che si tratta dell’Orchestra più produttiva, per numero di concerti. Ha saputo mantenere il livello di eccellenza cui l’ha portata, negli anni in cui ne è stato direttore musicale, Riccardo Chailly. Proprio a lui mi riaggancio per evidenziare quanto la Storia non sia maestra di nulla. Oltre dieci anni fa, quando appunto dirigeva la Verdi, Chailly mi chiamò per chiedermi una cortesia: incontrarlo e parlare della situazione finanziaria dell’Orchestra. Non lo fece certo perché io fossi un manager della cultura - non lo sono - ma perché al tempo scrivevo di musica sul Giornale, nella cronaca di Milano. Chailly credeva che il giornalismo potesse avere ancora la forza di portare all’attenzione delle persone questioni per le quali valesse la pena spendersi, soprattutto se le persone avevano il potere rimettere le cose a posto assicurando un po’ di giustizia. Diciamo, insomma, di aggiustare in senso letterale (lo sentite il suono della parola «giusto», in quel verbo?).

Così ci incontrammo e parlammo. Ne uscì un articolo in cui si evidenziavano alcune storture nell’assegnazione dei fondi da parte del Fus - date un’occhiata a questo post che scrissi a quell’epoca, e capirete -, e si faceva presente cosa fosse la Verdi e quanto poco ricevesse rispetto ad altre e meno meritorie orchestre. Il pezzo, insieme a un altro pubblicato su Repubblica, fu inviato al ministro della Cultura di allora, Giuliano Urbani. Risultato: zero.

Dieci anni dopo siamo ancora qui a discuterne. Luigi Corbani è stabilmente in trincea a combattere la battaglia di sempre. Al ministero ora c’è Dario Franceschini, che politicamente sta sul versante opposto di Urbani (anche se è in un governo con una componente di centrodestra); anche da lui, silenzio.

Anzi, no; una risposta c’è stata. Indiretta, ma c’è stata. Il finanziamento, come opera meritevole di interesse culturale, del film che ha protagonista Benel Rodriguez, Non c’è due senza te. Lo scrive Alberto Mattioli sulla Stampa, riportando la cifra del contributo: 200mila euro.

Vogliamo aggiungere altro?

martedì 16 dicembre 2014

The Last Ship: se la nave affonda, ci pensa Sting

00:10 Posted by Igor Principe , , No comments
È il caso di dirlo: la nave stava affondando, e Sting è stato chiamato a evitare il naufragio. La nave è The Last Ship, il musical in scena in questi giorni al Neil Simon Theatre di New York. Composto interamente dallo stesso ex Police, è un racconto in gran parte autobiografico sui primi anni della sua vita e sul diventare grandi a Newcastle-upon-Tyne, la cittadina inglese in cui egli è nato e dove i cantieri navali hanno dato di che mangiare all'intera popolazione.

Sting ha molto insistito su questo progetto. L'anno scorso ha pubblicato il disco - stesso titolo - con molte delle canzoni presenti nel musical. Poi l'ha presentato in forma di racconto musicale al Public Theatre di New York: con lui, parte del cast e altri suoi storici collaboratori (Dominique Miller, Jo Lawry). Con lui, soprattutto, c'era Jimmy Nail, il protagonista che ora, per un po', lascerà il posto allo stesso Sting. I fatti sono semplici: The Last Ship, come racconta Billboard, fa flop di incassi e la produzione ha deciso che l'unico modo per tirar su i guadagni è portare la celebrità in scena. Nail, che pure è un artista a tutto tondo, evidentemente non è bastato. Così, dal 24 novembre al 24 gennaio, sarà sostituito dal papà del progetto.

La notizia lascia un po' di amaro in bocca. Per quanto riguarda le canzoni, The Last Ship è tra le cose migliori scritte dall'ultimo Sting. Come atmosfera, segue la scelta «acustica» praticata, pur in ambito totalmente diverso, con i dischi pubblicati da Deutsche Grammophone su John Dowland e sulla musica del Cinquecento. Come racconto, traccia una panoramica decisamente credibile sulle persone e sulle storie che animavano la vita di Newcastle nella seconda metà del Novecento, tra padri e figli ai ferri corti, pugili che imparano a danzare, uomini maturi rifiutati da giovani madri single.

Come insieme, insomma, un gran bel concept album per di più adatto a reggere uno spettacolo ad esso interamente dedicato. Il già citato show al Public Theatre è riuscitissimo, forse anche grazie all'atmosfera informale creatasi tra palco e platea. Poi, tradotto in una classica produzione Broadway, qualcosa si è incrinato. A detta dei critici, i difetti sono tutti nella parte drammaturgica (il regista è Joe Mantello, il coreografo Steven Hoggett), cioè quella di cui Sting non è responsabile.

Il 25 gennaio si potrà dire se, almeno al botteghino, l'arrivo della celebrità sarà stata un'idea vincente. Sul piano artistico non lo è, perché alla fine si fa leva sull'immagine più che sulla sostanza. È vero che ci sono in ballo soldi da non perdere, ma lo è altrettanto l'indifferenza alla resa sonora tra l'esserci Sting o Nail. Non stiamo parlando di Every Breath You Take, Roxanne o Fragile, che vogliono «la voce del padrone» per rendere al meglio; parliamo invece di uno show pensato anche per altri, in cui il ruolo dell'autore come front-man è in secondo piano, malgrado sul disco sia lui a cantare.

Forse in casi come questi la scelta migliore è la più coraggiosa: annullare il musical e concentrarsi sul racconto musicale, portando in tour lo show del Public Theatre. Alla lunga, il flop sarebbe stato ricompensato. Se le falle sono nella regia e nella parte teatrale, la presenza di Sting non le risolve, ma le tappa momentaneamente. E dal 25 gennaio il povero Nail si ritrova a dover navigare con i tappi saltati.

giovedì 11 dicembre 2014

Fabrizio Sotti, una storia da raccontare

06:57 Posted by Igor Principe , , No comments
Nel 1998, o giù di lì, Beppe Severgnini conduceva su Rai International Italians, una serie di interviste con italiani molto noti all'estero. Ce n'erano di famosissimi – Roberto Baggio, Laura Pausini, Indro Montanelli, Monica Bellucci – e di meno popolari – Giandomenico Picco – ma non meno importanti. Se Severgnini conducesse Italians oggi, intervisterebbe di sicuro Fabrizio Sotti. Pronunciatene il nome all'ascoltatore medio italiano, e otterrete un interrogativo silenzio; pronunciatelo a Jennifer Lopez, a Shaggy o a Zucchero (purtroppo, ciò non è più possibile con Witney Houston) e otterrete un riconoscente sorriso. Padovano, chitarrista jazz, quarant'anni nel 2015, Sotti è musicista e produttore, cioè colui che guida una canzone verso la sua forma definitiva. Colui che ne indovina l'abito partendo dal tessuto; che ne sviluppa l'idea di fondo; che ne dipinge il colore scegliendo dalla tavolozza suoni e ritmi. Ci siamo incontrati in un limpido mattino del tiepido autunno milanese, nella sala ancora da apparecchiare di un ristorante in zona Moscova. Davanti a un cappuccino Fabrizio ha raccontato la sua storia.

Di fatto, sei un emigrante: sei andato negli Stati uniti quando avevi 16 anni.
Sono sempre stato attratto dagli Usa. O meglio, lo sono stato quando a 9 anni sono passato a studiare chitarra lasciando da parte il pianoforte classico, che suonavo da qualche tempo. Dopo un periodo breve di studi classici ho scoperto Wes Montgomery, Jimi Hendrix ed è scoppiata la passione per le sei corde, che pure non sono tipiche del jazz. Ma mia nonna aveva una collezione di 33 giri: vecchissimi, semiabbandonati, risalenti alcuni alla metà degli anni Quaranta. Con quelli ho scoperto il jazz, gli Stati Uniti e i suoi musicisti: Duke Ellington, Miles Davis, Thelonius Monk, John Coltrane. Ero curioso di saperne sempre di più, ma non era facile.

Perché?
Perché in quegli anni, intorno al 1984, o ti formavi come musicista classico, da conservatorio, o recuperavi i metodi specifici per jazzisti, come quello della Berklee School. Io ho avuto la fortuna di seguire due maestri, dai quali ho ereditato una solida impostazione pratica, teorica e armonica. Si tratta di Riccardo Misso e Andrea Molena.

E poi, appunto, sei andato negli Usa.
Sì, in vacanza. Avevo sedici anni e già ero impegnato in una mini attività in trio con Ares Tavolazzi e Mauro Beggio. Inoltre facevo qualche turno in studio con Leandro Barsotti , accompagnandolo nelle sue canzoni. In quella vacanza ho scoperto il Paese, da cui ho cominciato a fare avanti e indietro. Nel 1996, finito il militare ed esauriti gli obblighi con l'Italia, mi sono trasferito a Manhattan. Cioè la patria del jazz, con i migliori locali in cui suonano i più grandi musicisti al mondo. Il luogo ideale per suonare e imparare da persone molto più brave di me. Ho trovato terreno fertile, mi sono sentito accettato e mi è stata data un'irripetibile possibilità per fare carriera.

Ci sono regole da rispettare, c’è un modo di essere o di fare per poter essere accettati in quell'ambiente? 
Quel che conta è il linguaggio, il vocabolario della musica. Allora avevo molti più problemi di lingua parlata che di quella suonata: quest'ultima, infatti, mi aiutava a superare ogni tipo di barriera.

Perché sei rimasto negli States?
Perché in Italia mi sentivo il classico pesce fuor d’acqua. Nutrivo passione per una musica che i miei coetanei non capivano cosa fosse. Ripeto, a 15 anni ascoltavo Davis Coltrane, Monk. E poi non sono mai andato d’accordo con la scuola; anzi, posso dire che non me ne è mai fregato nulla. Ho frequentato il liceo classico, poi il linguistico, ma non ho mai terminato gli studi. Ho scelto di fare il vagabondo.

Nemmeno gli studi musicali?
Nemmeno. Non ho frequentato il conservatorio, ma questo non mi ha mai impedito di studiare sempre con diligenza. La tecnica è fondamentale, non si smette mai di imparare. Penso che le scuole facciano del bene e al contempo del male.
In che senso?
Nella mia attività didattica – tengo seminari alla NYU e a Berklee – vedo grandi talenti, musicisti preparatissimi e dotati di grande tecnica. Insomma, ottimi scolari, anche grazie alle possibilità che oggi ti dà la tecnologia. Ti basta andare su YouTube per vedere, e non solo ascoltare, quel che fa un musicista. Ciò alza l'asticella della preparazione ma, al contrario, rende più rari gli artisti. Si formano macchine per fare musica. Gli studenti mi chiedono «ma in quella canzone, dal minuto tot, cosa hai suonato?». E che diavolo ne so! Allora riascolto il brano, ricordo e capisco che il motivo per cui ho suonato in quel modo è uno soltanto: io suono così, è il mio vocabolario. Il mio essere artista.

Questo dominio della tecnica è esclusivo del jazz o c'è anche altrove?
Direi del jazz. Nel pop vige la regola del formato: se devi scrivere una hit, c’è una formula imposta dalle esigenze delle radio e da altri fattori. Non è una formula scritta, ma la senti quando stai componendo un brano di successo. Una formula oggi semplificata, soprattutto nei ritornelli. Il jazz è altro. Spesso viene criticato per un eccesso di tecnica o virtuosismo. Il punto è che, soprattutto quando agli esordi, anche per superare un'iniziale sicurezza pretendi di dire tutto e subito. E allora suoni cascate di note, velocissime e tecnicissime. Poi cresci e filtri, acquisisci consapevolezza e capisci di dover dire meno cose, e quindi di essere più preciso nel comunicare con la tua musica.

Quali differenze avverti nel lavoro tra Italia e Usa?
Lì hai un unico obiettivo: fare quel che devi fare.Ti chiamano per Rihanna? Bene, sai che lo scopo è quello. Punto. Qui, dove negli ultimi anni ho lavorato un po' di più, si parla tantissimo di tutto. Si danno mille opinioni, si analizzano mille questioni. In sintesi: lì, pragmatico; qui, caotico. Il che, sia chiaro, non impedisce di avere grandissimi musicisti, come un Flavio Boltro o uno Stefano Bollani. Insomma, per emergere non devi andare per forza all'estero. Però tu ci sei andato... E lo rifarei. Negli Usa c’è sistema che ti consente di essere te stesso, una società più libera che ti consente di sceglierti la vita che vuoi. Certo, non una società perfetta, anzi gravata da mille problemi. Ma attenendoti a una linea di decenza, vivi liberamente e nessuno ti impedisce di fare quel che vuoi. Nel business c’è meritocrazia.

Questo incide sulla qualità che un musicista italiano può esprimere all'estero?
Non direi, anche perché sono sempre di più gli artisti italiani operativi fuori dai confini nazionali. Ce ne sono moltissimi a Miami, a Washington, Los Angeles, e suonano il cosiddetto jazz europeo, espressione di una diversa sensibilità su un linguaggio musicale di base. Ma non è una novità: dopotutto, anche grandissimi del calibro di MilesDavis, si sono lasciati influenzare da musica di matrice europea, anche classica.

All'interno del jazz europeo, si riconosce una sensibilità italiana?
Sì, ed è mediterranea. Privilegia cioè l'approccio melodico. La sento più presente anche nella mia musica degli ultimi anni, forse grazie a una maturazione che mi fa sentire più libero di esprimere determinate influenze naturali, un determinato imprinting.

Parlando del tuo lavoro sullo sfondo, hai infilato collaborazioni con Zucchero, Whitney Houston, Cassandra Wilson, J Lopez e altri. Come si fa a lavorare con questi calibri?
Negli Usa il produttore non è solo colui che ha l'idea globale del prodotto e la cultura musicale per realizzarlo, ma è spesso un musicista tout court. Per me è stata la chiave di volta, perché mi ha permesso di lavorare con gli artisti R'n'B e hip hop. Loro lavorano sui campionamenti, ma ciò comporta problemi pratici perché, se campioni un brano, poi hai determinati diritti da pagare. Io ho risolto il problema perché il brano, cioè il campione, potevo suonarlo, alleggerendo così la questione diritti. Così ho fatto la mia gavetta e così ho avviato la carriera da produttore, che poi si è allargata ad altri artisti. Ciascuno fa storia a sé, per cui non so dirti come si faccia a lavorare con questo o con quello. Posso dirti una cosa, di sicuro: più grande è l'artista, più semplice è la persona. Sembra un luogo comune, invece è una verità.

Veniamo infine al tuo ultimo disco, A few possibilities. Come è nato?
Ho cercato di realizzare un progetto alla Herbie Hancock, musicista fonte di ispirazione, di mente apertissima. Uno per il quale l'unica differenza è tra buona e cattiva musica. Più vad avanti, più mi convinco che è così. Per dirti, quando a New York abbiamo festeggiato Columbus Day mi hanno coinvolto in un dj set con Claudio Coccoluto, artista sulla carta distantissimo da me ma forte di una cultura musicale vastissima, e che non puoi definire solo un dj. Il set è andato benissimo, a conferma di quanto contino l'apertura e gli apporti reciproci. Il disco è su questo solco: ho voluto far musica con persone con le quali ho lavorato in passato, portandole nel mio mondo acustico. Ti parlo, per esempio, di Zucchero, con il quale quasi trent'anni fa sognavo ascoltando Dune Mosse, impreziosita dalla tromba di Miles Davis. E ora sono con lui nel mio disco, a suonare un brano proposto da lui stesso con un testo che gli ha scritto Bono (Someone else's tears, ndr). E ti parlo di Shaggy, con cui abbiamo riletto un brano di Bob Marley, Waitin' in vain, e dove lui canta in modo naturale, senza overdub, come mai ha fatto prima. Ecco, io credo che questo disco sia nato proprio dal voler guardare alla musica nel modo più aperto possibile, oltre che dalla mia storia professionale. Non so, forse se fossi stato solo un jazzista tradizionale non avrei collaborato con artisti come loro.

lunedì 1 dicembre 2014

Quel che serve per ascoltare davvero la musica

06:35 Posted by Igor Principe , No comments
Le mani che vedete nella foto - splendida, scattata da Francesca Romano - sono di Luca Ciammarughi. Luca è pianista e critico musicale. Su Facebook, dove siamo in contatto, ha pubblicato la nota che si può leggere lì sotto; gli ho chiesto di usarla su SecondArte, e lo ringrazio per aver detto sì. È semplicemente perfetta nel suo centrare il punto su quanto necessario per ascoltare musica. Non solo la cosiddetta «classica», ma tutta la musica.

(A fine nota, Luca suona Rameau).

Qualche giorno fa, mentre provavo prima di un concerto, un signore si è introdotto nella sala e ha ascoltato l'intera prova, ossia: una Suite di Rameau, la Sonata K 457 di Mozart e una serie di Impromptus e Klavierstücke di Schubert. Alla fine, accenno uno dei possibili bis, un valzer di Schubert, e questo si alza entusiasta dalla sedia ed esclama: «Ma questo è da ballare!». Anche se si trattava di un brano di carattere molto malinconico, se non addirittura cupo, il signore -sentito il ritmo di valzer- si è ringalluzzito improvvisamente. Poi, ha cominciato a spiegarmi che sì, dal programma si evinceva un certo mio «virtuosismo» (?), ma che la differenza la faceva il valzer (un brano, ripeto, dolente e introspettivo), «perché lei col Valzer acchiappa il pubblico! Vedrà che la gente inizia a muoversi sulla sedia!». Entusiasta del fatto che, per gentilezza, stavo anche a dargli ascolto, ha cominciato a dire che nel programma avrei dovuto mettere «anche la Rapsodia in blu!», perché anche quella acchiappava il pubblico. «Lei deve rischiare, ascolti me, metta la Rapsodia in blu e dei pezzi suoi. Osi, metta la Rapsodia in blu e dei pezzi composti da lei, come Allevi».

A questo punto l'impulso era quello di schiaffeggiarlo, alla Nanni Moretti, genere «ma lei si rende conto di cosa sta dicendo?». Ma, siccome sono contrario alla violenza, questo episodio mi serve solo per la solita riflessione. Non si tratta di fare gli snob dicendo che per apprezzare certa musica sia necessario essere musicisti o leggere una partitura: una volta, dopo che eseguii una Sonata di Schubert, un signore molto semplice e senza preparazione musicale -che non aveva mai sentito Schubert fino a quel momento- venne dietro le quinte ed espresse con parole semplicissime ma perfette quella che secondo lui era la differenza fra Beethoven e Schubert. Dunque, se non sempre si tratta di avere specifiche conoscenze musicali, di cosa parliamo?

Io credo che dovremmo parlare di sensibilità, dell'acuirsi o meno della sensibilità ai suoni e al loro significato, anche alle loro ambiguità, dell'accontentarsi o meno di fermarsi a «ciò che piace alla gente», perché se qualcosa «acchiappa» la gente un motivo ci sarà pure! Certo, un motivo c'è, e non sarò certo io a sminuire la Rapsodia in blu o la Marcia Trionfale dell'Aida. Ma vogliamo dunque defenestrare, che ne so, un Lied di Wolf soltanto perché "La donna è mobile" acchiappa di più? Decisamente no. Cosa ne pensi la massa, per un musicista vero, dovrà essere completamente irrilevante.


lunedì 24 novembre 2014

Il coraggio di De Gregori in Vivavoce

02:11 Posted by Igor Principe , No comments
«Quella canzone sei tu»

La canzone è Niente da capire, e l'affermazione è di una cara amica - Xhara, la chiameremo. Durante le estati di anni fa la suonavo spesso, all'ombra di una veranda o nella luce di un falò. Mi riusciva decentemente. Col tempo, Xhara si è accorta che quando le capitava di ascoltare il brano finiva per ricordare tutte le volte in cui mi ha sentito suonarlo, e mi ci ha identificato (facendomi cosa gradita, tra l'altro).

Se Xhara ascoltasse la versione di Niente da capire che appare su Vivavoce, l'ultimo disco di Francesco De Gregori, non ci rivedrebbe me. Ciò è tutto tranne che uno svantaggio, me ne rendo conto; tuttavia, non riesco a non chiedermi se qualcosa comunque possa andare perduto. O addirittura violato. E cioè, il ricordo di momenti tra i più cari e preziosi di cui abbia memoria.

Ho parlato di Xhara, ma avrei potuto parlare di me, e di come una manciata di canzoni di De Gregori abbia costituito la colonna sonora di un'epoca felice e spensierata, arrivando a essere un interruttore della memoria capace di accendere la luce su istanti precisi: su uno sguardo, su una frase, su un abbraccio, su un litigio. La forza evocativa che solo la musica, tra le arti, sa esprimere, ha intrappolato alcune canzoni di De Gregori in una sorta di abito esclusivo. Provando a mettergliene un altro, come ha legittimamente fatto il loro autore in Vivavoce, molto cambia. E non tutto torna.

Ecco perché agli autori che, a un certo punto, decidano di rileggere i propri brani va riconosciuta anzitutto una buona dose di coraggio. Essi sfidano i sentimenti di chi ha legato a doppio filo al proprio vissuto una loro canzone; cambiandola, l'autore inevitabilmente viola il privato dell'ascoltatore. E lo irrita.

Così, da irritato, ho finito per ascoltare i brani di Vivavoce avvinti ai miei ricordi più cari. Niente da capire, appunto; ma anche La leva calcistica della classe '68, che priva del pianoforte mi è parsa semplicemente monca. O Fiorellino#12&35, riletta su un arrangiamento che cita e omaggia il Bob Dylan di Rainy Day Women#12&35. Una canzone sideralmente lontana da quella che suonava nello stereo una domenica di una vita fa, quando fece da soundtrack a un momento di tenerezza di un'amica nei miei riguardi, facendomene innamorare all'istante.

Da irritato, insomma, ho ascoltato Vivavoce. E ho concluso che non mi dispiace affatto. Le canzoni intoccabili, dopotutto, sono poco meno della metà dell'intero disco, e per alcune - La Donna Cannone, La Storia, Titanic, Viva l'Italia - il nuovo arrangiamento non impatta frontalmente con le emozioni ad esse legate (Alice con Ligabue, invece, non riesce proprio a convincermi; credo però sia colpa dell'originale, che non mi ha mai persuaso). La nuova veste di tutti gli altri brani, invece, colloca Vivavoce tra gli esperimenti meglio riusciti di rilettura di un repertorio; non ai livelli del Peter Gabriel di New Blood, capace di rivoltare come un calzino i propri capolavori, ma certo molto meglio dell'insipidità musicale dello Sting di Symphonicity. Il simbolo della perizia di De Gregori è Un guanto: nel 1996 sembrava una smaccata e al contempo debole citazione dello Springsteen di With Every Wish e di Thunder Road; ora è un pezzo dall'incedere serrato, nel ritmo e nell'armonia.

Ha avuto coraggio, quindi, De Gregori. E con coraggio ha riscritto un bel disco. Ora spetta a chi l'ascolti il compito di tener fuori dalla porta i ricordi, e di guardare a una canzone per ciò che è: una canzone, e nulla più.

lunedì 17 novembre 2014

L'inutile corsa delle parole dietro alla musica

«Le parole inseguono la musica senza mai riuscire a tradurre nulla: posso dire del calore del suono, dell’eloquenza cantabile riconsegnata fino all’ultimo frammento di melodia, della continua trasformazione delle dinamiche in un flusso inesauribile, legatissimo, morbido e, appunto, amoroso. Ma sono parole. Chi non c’era non potrà mai sapere cosa fosse questa esecuzione sublime».

Estrapolo un passaggio della recensione di Francesco Maria Colombo alla Sinfonia n. 9 di Gustav Mahler, eseguita ieri sera alla Scala dall'Orchestra Filarmonica. Direttore, Daniel Baremboim. Consiglio di leggerla per i seguenti motivi.

1) Perché Francesco Maria Colombo è un musicista che sa fare il giornalista. Anni fa lo leggevo sul Corriere e su Carnet, trovandone i pezzi chiari e approfonditi (non sempre le due caratteristiche convivono nella stessa pagina). Ero convinto fosse esclusivamente un critico, e con sorpresa ho scoperto che è soprattutto un direttore d'orchestra, e poi un giornalista. La qualità della prosa e la capacità divulgativa - esempio recente: Papillon, il suo programma su Sky Classica - sono da gran professionista della comunicazione.

2) Perché insiste sul pubblico insultante, portando a concludere che non si possa parlare seriamente di cultura se gli interlocutori sono come li ha descritti Colombo nel pezzo.

3) Perché - ed è, secondo me, il centro della questione - racconta l'inutile corsa delle parole dietro alla musica. La citazione iniziale è decisiva: scrivere di musica non è  - come si dice sempre, citando un po' a sproposito Frank Zappa - ballare di architettura. Scrivere di musica è un doveroso affanno, un inseguimento dietro a un avversario troppo veloce da raggiungere. Un inseguimento necessario, perché la musica è un fatto e va raccontato, sapendo però che non si potrà mai farlo compiutamente. Ciò non è un male. Al contrario, esserne consapevoli è il primo e più efficace dei passi verso una critica sensata, cosciente dei propri limiti e del fatto che, alla fine, si tratta di parole.

E che il suono è altro.

[Lì sotto, il primo movimento della Nona di Mahler. Wiener Phiharmoniker, Bruno Walter]

giovedì 6 novembre 2014

Bach e la matematica

07:33 Posted by Igor Principe , , , No comments
In un vecchio post ho ripreso un passaggio di Lorenzo Licalzi su cosa sia la musica. Lo scrittore lo fa dire al protagonista di un suo romanzo, Non so: «La musica - si legge - è la manifestazione di un paradosso che nasce dalla fusione perfetta dell'inconciliabile. Uno spartito è un teorema fatto di estro creativo e calcolo matematico, un accordo unico di fantasia e di logica. Impossibile metterle insieme altrimenti, la fantasia e la logica, l'una annulla l'altra, tranne che nella musica».

Lì sotto, un video dà forma perfetta all'accordo unico di fantasia e logica. Lo fa con la musica di J.S. Bach, la più adatta a raccontare la matematica insita nei suoni, ad avvicinare al rapporto numerico (√12) su cui si basa il temperamento equabile (cioè la musica come la ascoltiamo da secoli).

La più adatta a «far vedere» l'armonia. Nei suoni, e nelle forme. In questo caso, quelle dell'arcinoto Preludio della Suite n. 1 per per violoncello.


Strings: J.S. Bach - Cello Suite No. 1 - Prelude from Alexander Chen on Vimeo.

martedì 4 novembre 2014

L'aberrazione musicale: le playlist di classica per rilassarsi!

13:56 Posted by Igor Principe , No comments
Non è raro imbattersi su Spotify in playlist infarcite di musica classica per favorire il relax. Sono raccolte corpose - di solito sui 30 brani - e costruite come un mosaico: una tessera, Mozart; l'altra Prokofiev; un'altra ancora, Rachmaninov. E via dicendo. Ore di musica immortale dall'incedere lento, grave in alcuni casi e romantico in altri. Ore di suoni con cui rilassarsi.

L'idea è semplice: torno a casa, sono stanco, spengo il cervello e lascio che la musica mi coccoli. Quale miglior scelta, allora, se non quella composta dagli immortali? Così l'Ave Verum si affianca al secondo movimento del Concerto per pianoforte n. 2, la Pavane al Canone Pachelbel, lo Schiaccianoci al Chiaro di Luna. Tessera dopo tessera, dicevo, a comporre il mosaico del nostro benessere. Un mosaico che altro non è se non un casino terribile.

La musica classica (o colta, o d'arte: fate voi) non può essere trattata come se avessimo a che fare con canzoni. Tutti noi abbiamo riversato su qualche cassetta le compilation con i brani che ci piacevano di più (a riguardo, date un'occhiata a Mixtape Fanclub: merita), magari pensandole per occasioni precise: musica da festa, musica per momenti romantici, musica per la palestra. Tutti noi abbiamo continuato a farlo masterizzando cd o creando playlist sui nostri iPod. È un gran bel divertimento, oltre che stimolo per la propria creatività di assemblatori.

Ma la canzone è una cosa, un brano di classica un'altra. Volendo azzardare un paragone con la materia letteraria: le canzoni sono racconti, i brani di classica sono capitoli di un romanzo. Un racconto sta in piedi da sé (a meno che non diventi a sua volta capitolo di un racconto più ampio, come nel caso di Tommy o di The Wall), un capitolo no. Lo leggi, e non ne capisci il senso, pur rimanendone magari sedotto per lo stile.

Ecco perché, per quanto valga la mia opinione, penso che quelle playlist andrebbero cancellate dalla rete. Intendiamoci, una raccolta di arie d'opera o di cori dello stesso autore ha una ragion d'essere. Con tutti i limiti del caso, può trasformarsi nel primo dei passi da compiere per conoscere bene l'artista; anni fa, per esempio, mi avvicinai a Giuseppe Verdi proprio grazie a un'insieme di cori da lui composti, diretti da Claudio Abbado con l'orchestra del Teatro alla Scala.

Ma nel mosaico impazzito, dove Mozart viene dopo Mahler e prima di Gershwin, l'unico criterio è trattare la musica come insieme di suoni dal blando scopo terapeutico. L'acqua calda, le candele, gli oli profumati e l'Aria sulla Quarta Corda di J.S. Bach: sfido chiunque a non addormentarsi. E tanti saluti all'ascolto, ovvero ciò per cui si scrive musica. E la si suona.

martedì 21 ottobre 2014

Una sera del 1968 al Vesuvio Club di Londra

07:12 Posted by Igor Principe , , , No comments

Oggi delego in parte il post a John McMillian, autore di Beatles vs Stones, appena pubblicato in Italia da Laterza. McMillian è un professore di storia, e ha scritto un libro che si annuncia molto interessante. Basti la prima pagina dell'introduzione (nella foto in alto).

Quando l'ho letta, non ho saputo trattenere un sussulto. Santo cielo, mi sono detto, possibile che in una sera qualsiasi del 1968 in un club di Londra si ascoltassero l'anteprima di un lp come Beggars Banquet e di un singolo come Hey Jude/Revolution? Poi dice che uno fa il nostalgico.

Ora, io nostalgico tendo a esserlo per natura, e faccio uno sforzo pazzesco per non cadere nel refrain del nonno che «ai miei tempi». Anche perché, insomma, ho poco più di quarant'anni. E poi lavoro in un settore - i media - nel quale non puoi permetterti di essere nostalgico, poiché le cose più curiose e stimolanti accadono nella rete.

Però amo la musica. E vedere che il fervore del Vesuvio Club di Londra (mai nome fu più azzeccato) si è trasferito nelle sale mensa di Silicon Valley, un po' mi fa piacere perché riguarda il mio lavoro. Ma un po' mi convince che tra le «canzonette» qualcosa di prezioso - di molto prezioso - non sia stato adeguatamente sostituito.

E quindi, sia perduto per sempre.

Amen.

martedì 14 ottobre 2014

Paolo Conte: il disco è Snob, lui no

10:08 Posted by Igor Principe , , No comments
Ho per Paolo Conte un'antica passione, negli ultimi tempi un po' raffreddata. Credo che ciò sia stato d'aiuto, l'altroieri, alla conferenza stampa per il suo ultimo disco (Snob) perché mi ha permesso di fargli qualche domanda e di ascoltare tutte le sue risposte con un animo più pacato. Anni fa, quando mi trovai faccia a faccia con lui per parlare di Razmataz, non riuscii quasi a rivolgergli la parola, paralizzato dall'emozione dell'essere al cospetto di un idolo. Forse, allora, vivevo un processo di identificazione, o il desiderio di renderlo reale: mollare i faticosi studi in legge e provare a scrivere canzoni, abbracciando la vita d'artista. Oppure - sempre forse - fare il giornalista mi emozionava più di quanto accada ora. Sta di fatto che la vita d'artista non mi ha sedotto: «Ma cosa resta, tutto inventato e regalato a chi?», cantava d'altronde lo stesso Conte in una delle sue canzoni più belle, Per quel che vale.

Ecco, Per quel che vale può essere la chiosa alla foto di cui sopra, secondo me emblematica. E non perché l'abbia scattata io, ma perché credo ritragga il pudico disagio che Conte esprime come artista e come uomo, un sentirsi un po' fuori posto rispetto al mondo - sia quello di un tempo in cui è nato e maturato, sia quello attuale in cui ha fatto capire di non riconoscersi più. Quel disagio è d'oro: è l'antidoto a una hybris propria di troppi artisti; è l'ancora ad un fondale bagnato da un mare pericoloso, quello del successo. Lui ne ha, ne ha avuto e continua ad averne. E che questa cosa gli faccia piacere, è evidente. Ma resta sullo sfondo. Ciò che conta è scrivere buone canzoni, fare dell'alto artigianato musicale senza piccarsi di fare arte.

Poi lui, l'arte, la fa. Ma con pudore, parola ricorsa un paio di volte nell'incontro tra Conte e la stampa. «Sono fuori dalla mischia dei cantautori - ha detto -, nel cui novero sono stato accolto perché si cercava l’alternatività, e io con la mia maniera brutale di cantare e di scrivere ero alternativo. Ho anche usufruito della loro ondata e della partecipazione pubblico, ma non ne avevo gli stessi caratteri: loro erano legati all'università e alla voglia di esprimere istanze e politiche e sociali; io venivo dalla musica di consumo, come autore per altri. Così mi hanno preso in braccio, ma rimango un isolato».

Pur nel caldo dell'appartenenza, Conte non ha mai abdicato all'arte nobile - e liberale - del dubbio: «Sì, me lo sono chiesto: sono come loro? Appartengo a questo modo di fare? Ne è esempio quel che mi accadde la prima volta che partecipai al Premio Tenco, a Sanremo: ho cantato due pezzi e me ne sono filato via. Intormo a me c'era gente che se gli davi 10 lire per cominciare poi dovevi dargli 200 milioni per smettere, e si stupiva che tagliassi la corda. Io avevo paura di annoiarmi».

Il pudore contiano ritorna nel parlare del disco e, più in generale, del carattere tipico di tutte le sue canzoni: la voglia di altrove. «In tanti mi hanno chiesto dell'esotismo ricorrente nei miei brani: per me è l'allure dei francesi, il raccontare storie quotidiane e semplici ma proiettate, per una specie di alibi e di pudore, in un mondo più teatrale. Ecco, parlerei proprio di una tecnica del pudore: me ne sono servito, e mi è difficile non farlo ancora».

Pudore e alto artigianato, dunque come ingredienti per costruire una carriera che, al volgere dei quarant'anni - il primo disco, Paolo Conte, è proprio del 1974 - gli sembra caduta in testa per caso. L'artista che questo incontro mi ha restituito è un appassionato artigiano - termine che vuole usare solo, s'è detto, per non scomodare la parola arte -, padrone della tecnica necessaria per dare forma alle idee; consapevole di essere moderno, quindi rivoluzionario come lo è stata la modernità dell'Ottocento o dei primi due decenni del Ventesimo secolo; di non essere attuale, perché nell'attualità non c'è modernità. Un musicista che a 77 anni ha sentito accendersi una scintilla creativa, e ha saputo coglierla incanalandola prima nella musica e poi nelle parole.

Così è nato Snob, quindici canzoni dirette e complesse, negli arrangiamenti e nell'armonia. Quindici brani che nel prossimo tour si sentiranno poco, perché Conte vorrà rendere omaggio agli altri suoi «figli», i brani del passato, e perché ha dichiarato che «viaggerà al minimo», diradando gli impegni. Dopotutto gli piace essere «orso di campagna» che trascorre le serate ad ascoltare l'ottima musica classica del canale 138 di Sky, a praticare rebus e crittografie sulla Settimana Enigmistica, a dipingere quando il sole gli consente di portar fuori il tavolo per non dar fastidio in casa - «quindi in estate, e quest'estate è stata una cosa tremenda, ha piovuto sempre».

Un solitario, insomma, divertito dalle imitazioni che gli fanno e però mai tentato dal collaborare con gli stessi imitatori, perché «mi piace sbagliare da solo». Un uomo semplice, infine, quasi svagato nel chiedersi il perché di tutto il successo che gli è capitato, ancora stupito da quando sbancò Parigi con i tre tutti esauriti al Theatre de la Ville nel 1984. Un musicista che si direbbe in cerca di una sola compagna, la musica.

Se però glielo dici, ti fa semplicemente notare che «anche mia moglie tiene un bel posto, come compagna».





martedì 7 ottobre 2014

Questi sfigati sarebbero diventati gli U2

00:10 Posted by Igor Principe , , 3 comments
Archiviate le polemiche sullo sgradito regalo degli U2 ai 500 milioni di utenti iTunes (a margine: quante storie! Ok, Songs of innocence è tutto tranne che un capolavoro, ma l'insurrezione per esserselo ritrovato nella propria library mi sembra davvero esagerata. Parliamo di un regalo, dopotutto), prendo spunto dal Facebook di Matteo Cruccu per una considerazione sugli esordi dei dublinesi.

Cruccu - che si occupa di musica e calcio per il Corriere della Sera - ha postato il video che vedete là sotto con questo messaggio: «Trentasei anni fa, niente marketing, niente mele, niente cazzate, solo del sanissimo rock'n'roll: questi sono gli udue che imparai ad amare». Credo di poter interpretare il pensiero di Matteo in modo estensivo, e non letterale. E cioè, una dichiarazione d'amore per gli U2 dei primi tempi, autentici e affamati; non proprio ed esattamente per quelli del video. Che - e qui parlo a titolo personale - sembrano degli sfigati pazzeschi.

Sfigati, in realtà, non lo erano poi tanto. Siamo nel 1978, la band è formata da due anni e ha pubblicato un demo, di cui Street Mission - la canzone del video - è uno dei brani. Dopo soli due anni di musica e all'attivo un solo EP, gli U2 - i cui componenti hanno tra i 17 e i 18 anni - sono su RTE. Stanno cominciando a scalare la montagna che, da lì a 9 anni (1987, The Joshua Tree) li porterà a essere la più famosa rock band del mondo. Ma in quel video, sembrano i classici scappati di casa.

Ecco il punto: come è possibile che qualcuno abbia visto in quei quattro, nel 1978, tutto il potenziale che poi avrebbero espresso? Certo, adesso bisognerebbe fare lo sforzo di guardare all'embrione U2 con gli occhi del 1978, con uno sguardo che contemplava come normali quattro improbabili ragazzini a dimenarsi in modo ridicolo sul palco. Dopotutto, basti anche solo guardare il presentatore e i suoi giochi di parole. La sensibilità di oggi è diversa, certo; ha un gusto più raffinato. Ma questo gusto è un plus?

Forse, no. Il talento capace del successo di massa, oggi, emerge quasi sempre dal talent show. Dove lo vestono a puntino, curandone il minimo dettaglio. Non c'è spazio per la materia grezza, oggi. Non c'è spazio per l'azione di chi sta dietro le quinte, un Paul McGuinness o un George Martin capaci di indovinare la pepita tra chili di fango. C'è spazio per altri modi di individuare la qualità: per esempio, sapersi muovere nel mare magnum dell'indie. Da cui, però, è raro emergano artisti capaci di essere, nel 2014, ciò che furono i Beatles negli anni Sessanta e gli U2 tra gli Ottanta e i Novanta. Ci sono poi le eccezioni - penso ad Adele o a Amy Winehouse, artiste mass market ma brave, molto brave -.

Però quattro sfigati che diventino gli U2 sono una cosa che, credo, non vedremo più.


venerdì 19 settembre 2014

Addio a Bob Crewe (post sul tema «I giganti sullo sfondo»)

02:56 Posted by Igor Principe , No comments
L'11 settembre 2014 è morto Bob Crewe. Era un «Gigante sullo sfondo», come Billy Strayhorn, o Donald «Duck» Dunn, o George Martin. Anzi, ancor più sullo sfondo. Gli altri tre erano riusciti, più o meno volontariamente, a guadagnarsi un minimo di ribalta: Strayhorn come sodale di Duke Ellington in alcuni dei suoi maggiori successi; Dunn come bassista nei Blues Brothers; Martin come «quinto Beatle». Crewe, no.

Crewe ha vissuto la propria carriera interamente dietro le quinte, scrivendo belle canzoni per altri. Due, tra tutte, dicono bene cosa fosse in grado di comporre. Una la cantavano le LaBelle, all'inizio, e poi un po' di altri. L'altra è quella lì sotto; forse è la sua più famosa, e tutti l'abbiamo ballata, cantata o ascoltata in un film tanto bello quanto malinconico.

Pur da dietro le quinte Bob Crewe ha vissuto quindi una gran carriera, anche piuttosto lunga (è morto a 83 anni). Un tipo di carriera che, personalmente, mi affascina più di quella delle star. Chi sta sullo sfondo si gode il bello dell'arte: scrivere, comporre, creare. Non ha la responsabilità dell'immagine, non ha l'obbligo del tenere il palco. Me lo immagino, chi sta sullo sfondo, tranquillo a casa, la sera, felice di aver scritto una canzone ben fatta. E di aver dato un senso alla giornata.


lunedì 15 settembre 2014

Isis è soprattutto una canzone

09:54 Posted by Igor Principe , No comments
A fine anno sarà il momento dei resoconti, e si può serenamente scommettere che tra i più popolari ci sarà quello sulle parole del 2014. E si può di nuovo serenamente scommettere che tra di esse ci sarà Isis. Ecco, molto in breve mi piace ricordare che prima dello Stato Islamico e di tutto l'orrore ad esso collegato Isis è una canzone di Bob Dylan. Molto più innocua, molto più bella.

Isis parla di amore e di separazione, tema caro a chi scrive canzoni come dimostrano altri due brani: Brilliant disguise, piuttosto nota, e Parole d'amore scritte a macchina, vero piccolo gioiello. Quanto a Dylan, c'è chi invoca riferimenti autobiografici (a metà degli anni Settanta, quando fu scritta, il suo matrimonio con Sara, la madre di Jakob, cominciava il proprio naufragio), e c'è chi invoca una metafora dell'Odissea, con il protagonista che si sposa, si lascia e poi torna alla propria Itaca.

Qui e ora, con tutta la modestia del contesto, il mio piccolo desiderio è che Isis possa essere solo l'immagine - scontata, ma non troppo - della bellezza dell'arte. E che così si contrapponga alla follia dell'integralismo.






mercoledì 10 settembre 2014

Quattro cose da dire su Apple, U2 e Songs of innocence

06:08 Posted by Igor Principe , , , No comments
Ieri a Cupertino si è parlato di tre cose: iPhone 6, AppleWatch e nuovo disco degli U2. Atteso da sei anni, era stato annunciato in uscita a metà ottobre. E così sarà per chi vorrà acquistarne il cd o il vinile. Per chi abbia un account su iTunes, il disco è gratis da ieri. Durante la presentazione delle novità di Apple, gli U2 sono saliti sul palco - dopo il classico gioco delle parti tra Bono e Tim Cook - hanno regalato a 500 milioni di utenti le 11 canzoni di Songs of innocence. In platea, felicità e gridolini; nel mondo, oggettivo stupore e considerazioni di vario tipo, non tutte - come dire? - positive. Credo possano essere raccolte in quattro punti.

Punto 1: o tempora, o mores. Due «Paoli» che si occupano di musica hanno riassunto via Twitter la situazione. Uno è Madeddu, caustico come al suo solito:
L'altro è Giordano, più analitico in una risposta a Stefania Carini:
Con una certa eleganza, Madeddu interpreta la pancia del pubblico: basta leggere i commenti al pezzo del Post per capire che questo disco non piace granché, al punto da «accusare» la band di aver voluto sfruttare il palco di Cupertino per dare visibilità a un prodotto musicalmente povero. Ma di questo parliamo al punto 3. Giordano, invece, ci porta al punto 2.

Punto 2: se uno dei dischi più attesi del 2014 finisce gratis alle orecchie di 500 milioni di utenti, vuol dire che l'Impero Romano è davvero caduto. Mi spiego: quando Romolo Augustolo, nel 476 d.C, portò le insegne imperiali da Roma a Costantinopoli, non fece altro che certificare che l'idea di Roma come era conosciuta sino a quel momento era diventata materia per la Storia. Fatte le debite proporzioni, gli U2 hanno portato le insegne imperiali nella terra della nuova discografia. Ora, non è che vendere dischi non conti più. Semplicemente, lo si fa in modo diverso. In questo caso, è Apple che paga il gruppo per un'esclusiva di peso fortemente marchettaro. L'azienda infatti può contare su - presumibilmente - 500 milioni di download (ricordiamo che il disco più venduto della storia, Thriller, è fermo a 115 milioni di copie) nel giro di poche ore: dato decisamente utile in una prospettiva di marketing. Gli U2 possono invece contare su 500 milioni di ascolti, dato però non troppo utile nella prospettiva illustrata da Paolo Giordano.

Punto 3: perché sì, ok, si fa un disco per andare in tour. Ma per suonare cosa? La risposta è proprio nella scaletta del concerto al Circo Massimo degli Stones, lo scorso 22 giugno: un'infarcita di classici. A meno di non essere fan sfegatati, ciò che fa brillare gli occhi di chi segua un concerto dei rocker storici sono le canzoni che li hanno resi grandi. Sono quelle che provocano i boati. Per dire, non è Sirens ma Alive, nel caso dei Pearl Jam; non è High Hopes ma Badlands, nel caso di Springsteen. Non sarà The Miracle ma Pride, nel caso degli U2.

Punto 4: fare un disco per andare in tour limita la creatività? Songs of innocence sembrerebbe dire di sì. Secondo il Guardian, gli U2 hanno fatto un disco con il quale «si muovono su un terreno già percorso, senza sapere come andare avanti». Sono insomma laddove erano ai tempi di How to dismantle an atomic bomb, sul quale il mio amico Giovanni disse parole definitive: «Sembra si siano trovati in sala dicendo "Ehi, ti ricordi quando facevamo na na na na? Dai, riproviamo! Oh, Larry, ti ricordi facevi bam bam? E tu, Adam, du du du du? Dai, vediamo che succede». Ecco, Songs of innocence suona così. Chi lo ascolti ritrova l'eco delle chitarre di The Edge, l'incedere ritmico tipico di Adam Clayton e Larry Mullen jr. La voce di Bono non è quella di Boy e di October, il tempo passa sulle corde vocali più che su quelle di una chitarra. Ma resta la voce di Bono, così come tutto l'insieme resta un disco che pare omaggiare il grande passato degli U2. Chi ne cerchi innovazione come quella - sublime e suprema - che ispirò Achtung, baby lasci perdere. Chi ne cerchi un disco ben fatto di rassicurante, tradizionale rock com'è quello dei primi tempi della band irlandese, con il quale molti di noi sono cresciuti, ha pane per i propri denti.

PS: notazione sul booklet. È bellissimo: tutto scritto a macchina, con una copertina dal gusto splendidamente antico. Bellissime anche le foto in bianco e nero. Ecco: macchina da scrivere, copertina antica, bianco e nero. Benvenuti nel 1984. Se Tim Cook fosse stato più autoironico, ieri sul palco avrebbe accolto gli U2 avendo accanto questo.


lunedì 8 settembre 2014

Che la guerra è bella, anche se fa male

04:47 Posted by Igor Principe , , No comments

Un tweet di Old Pics Archive mostra la foto di un soldato russo durante la Prima Guerra Mondiale. È in piedi sul tetto di un carrarmato e, in posa perfetta, imbraccia e suona un violino. È un'immagine splendida, che fa il paio con la più bella scena di Good Morning, Vietnam.

Non si sa chi l'abbia scattata. In ogni caso, l'ignoto fotografo ha saputo cogliere uno di quei momenti in cui la complessità delle cose viene resa al meglio da una sintesi. Il violinista sul tetto porta la musica laddove c'è la guerra, suscitando stupore e seminando domande. Chi era? Dov'era? A quale città appartiene il campanile sullo sfondo? Ma soprattutto: quel momento felice è un corpo estraneo al male incarnato dall'idea di conflitto, in cui appare per caso? O, diversamente, è parte della guerra perché questa è parte delle cose del mondo, in cui bene e male necessariamente convivono manifestandosi senza un'ordine predefinito?

Guardando la foto non riesco a pensare altro che a una famosa canzone di Francesco De Gregori, e al verso che ho ripreso nel titolo.

Ma forse, al di là delle grandi domande esistenziali, quella foto dice solo che nessun momento è sbagliato per fare un po' di musica.

venerdì 5 settembre 2014

L'ira funesta di Marinella Venegoni

02:58 Posted by Igor Principe , , , , No comments
Marinella Venegoni è il critico musicale della Stampa, e la musica che critica è quella cosiddetta «leggera». Fa questo mestiere da molto tempo, con competenza. E con puntiglio. La ricordo, per esempio, al concerto torinese di Madonna nel 1987. Ci fu una diretta Rai, con uno speciale condotto da Cesare Pierleoni. Alla fine dello show questi raccoglieva opinioni dai critici in sala stampa. Si aggirava con un giornalista - non mi viene in mente chi fosse - che a un certo punto ha parlato di Madonna usando la parola «rock». Era nei pressi di Venegoni, che incurante della diretta si è inserita nella conversazione dichiarando con una certa fermezza che «Madonna non è rock. È pop!». E lasciando poi i due alla loro chiacchiera.

Da qui si capisce che si tratta di una tosta. E coraggiosa, come dimostra «lo scoglio dalla scarpa» (definizione sua) che si è tolta con un post sul suo blog sulla Stampa. È un classico j’accuse al sistema di promozione della musica leggera e a come questo sistema condizioni l’informazione. Ve ne posto l’inizio, e vi invito a continuare a leggero sul suo blog. Invito anche a leggere un approfondimento della questione su Rockol.it, che ha sentito Venegoni e si è fatto spiegare alcune cose.

Promozione a senso unico che umilia il giornalismo

Il primo settembre è un po' come il primo dell'anno, finiscono le vacanze (per chi è stato così fortunato da poterle fare) e si ricomincia da capo, spesso con buoni propositi. Bene, scelgo la riapertura degli uffici delle majors e delle minors discografiche per togliermi uno scoglio da una scarpa. E' cresciuto a dismisura in tutti questi anni e non lo reggo più. Ultimo esempio in ordine di tempo. Lunedì 11 agosto copertina spettacoli "La Repubblica": un interessante articolo di Ernesto Assante discetta in lungo e in largo sul supergruppo in uscita - Gazzé, Fabi, Silvestri - con interviste ai tre e copiosa (sottolineo copiosa) analisi del disco. C'è tutto. E gli altri? Gli altri si accomoderanno quando sarà l'ora, quando Lorsignori i re della promozione decideranno il giorno della presentazione. Usciranno un mese dopo. Succede così ogni volta che c'è un'uscita importante, è un metodo che è diventato legge. Una volta Repubblica, una volta il Corriere della Sera, d'intesa con uffici marketing, siti, radio e tv collegate e quant'altro.

[Continua a leggere su La Stampa]

mercoledì 3 settembre 2014

La scena più bella di Good Morning, Vietnam

Ieri sera Rai Movie ha trasmesso Good Morning, Vietnam. Rivederlo è stato un piacere non solo per Robin Williams - sul talento del quale si regge l'intero film - ma per una scena in particolare. La scena più bella, credo; quella in cui la musica è protagonista e racconta alcune cose.

Anzitutto, racconta come comporre belle colonne sonore non significhi letteralmente scrivere pezzi inediti. Un bel soundtrack nasce anche grazie alla perizia del buon dj, che sa scegliere dal repertorio i suoni da accostare alle immagini, o le canzoni con cui esprimere un contesto. Con i film sul Vietnam raggiungere quest'ultimo obiettivo è piuttosto facile: negli anni di quella guerra l'America sfornava canzoni semplicemente memorabili (per me, le più belle della storia della musica leggera). Quando puoi pescare da un mazzo in cui hai Smokey Robinson, Bob Dylan, i Doors, James Brown, i Jefferson Airplane, Aretha Franklin e nomi così, il gioco non è affatto duro. Più difficile la scelta di altri suoni, magari del repertorio classico. Se però si sceglie bene, il risultato è la creazione di un'icona. È il caso della Cavalcata delle Valchirie: se per i melomani è il terzo atto della Valchiria di Richard Wagner, per la cultura popolare sono gli elicotteri nei cieli vietnamiti di Apocalypse Now.

La scena più bella di Good Morning, Vietnam ha la forza iconica del sarcasmo. Nel corso del suo programma, Adrian Cronauer dedica un brano ai soldati che ha incontrato il giorno prima in strada, diretti in prima linea. Partono le note di un brano arcinoto e dolcissimo, un inno alla bellezza della vita e alla tolleranza, scritto da Bob Thiele e George David Weiss nel 1967 per ricordare all'America ciò che la guerra in Vietnam e gli scontri razziali in casa le stavano facendo dimenticare. Nel film, i due minuti e passa di musica sostengono una sequenza di esplosioni, fucilazioni, sangue e scenari guerreschi.

Il contrasto sembra dire: «Come no: quello canta di un mondo meraviglioso, ma le cose stanno in un altro modo». Ma la lettura non mi persuade. La scena più bella di Good Morning, Vietnam non mi fa pensare a una lotta tra l'utopia del migliore dei mondi possibili e la realtà della vita, ma alla complessità di un'esistenza in cui quegli aspetti vivono l'uno accanto all'altro. Quella scena ci dice di non dimenticare che anche quando tutto sembra andare in pezzi -  come il mondo, adesso - da qualche parte c'è chi, pur senza conoscerti, è capace di stringerti la mano e farti un sorriso.

Buonismo? No, realismo.



lunedì 25 agosto 2014

Una canzone, una storia: ecco cos'è l'attimo fuggente

06:18 Posted by Igor Principe , No comments
Ci sono momenti in cui non vorresti essere se non nel posto in cui ti trovi. Lo capisci guardando a quello stesso momento come se fosse un bicchiere, e constatando che è pieno. Totalmente, semplicemente pieno. Capita poi che sia la musica a riempire il bicchiere, a dirti che Orazio - o, per la cultura contemporanea, il professor Keating - sarebbero orgogliosi di te, perché hai colto l’attimo e l’hai fatto tuo in purezza, libero da ogni possibile scoria: pensieri fuggevoli, distrazioni, preoccupazioni inutili come una bolletta scaduta o il lavoro da sbrigare in futuro; inutili perché, in quel momento, la bolletta non puoi pagarla e il lavoro non puoi sbrigarlo. E allora, perché pensarci?

Non sono stati pochi i momenti in cui non volevo essere se non laddove ero. Uno, tra tutti, era un bicchiere pieno di musica, gustato a Londra nel luglio del 2012. In un periodo di transizione tra un lavoro e un altro, con la tensione e l’entusiasmo che ogni passaggio di questo tipo comporta, mi prendo un weekend staccando da lavoro e famiglia e con alcuni amici decidiamo di andare all’Hard Rock Calling Festival di quell’anno. Ci suona Bruce Springsteen, oltre che altri. Partiamo un venerdì mattina, atterriamo a pranzo e veniamo investiti da una sensazione tanto lontana da essere diventata ignota: avere tutto il tempo che vogliamo. Nessuna scadenza, nemmeno per arrivare in albergo a lasciare i bagagli. Così gironzoliamo per la capitale del mondo, senza meta, passando dalla casa dell’amico di un amico a Kensington a un pub di Notting Hill, da Trafalgar Square a un ristorante cinese specializzato in piatti dello Xinjiang (buono!), godendoci ogni istante di quella libertà ritrovata. E assaporando l’attesa del concerto dell’indomani.

L’indomani arriva in un attimo. Da una strepitosa caffetteria dietro Marble Arch ci precipitiamo a Hyde Park, quasi amando il fresco procurato da nuvole e pioggia (quell’estate, in Italia, fa caldo e noi non ne possiamo più). Passano i gruppi: Lady Antebellum, un energico Tom Morello, un trio sconosciuto che poi si aggira nel parterre fangoso indossando infradito. Quindi Springsteen esce sul palco e annuncia l’arrivo di John Fogerty. Un’ora di buon vecchio rock, suonato come si deve, e ancora Bruce sul palco a chiudere il set con Rockin’ all over the world, e a farmi incontrare gli stessi brividi di quando la sentii sul bootleg del suo concerto di San Siro 1985 e dal vivo, al Flaminio, nel 1993.

Poi, finalmente, Bruce. Il suo solito, grandioso concerto con una gemma: Paul McCartney ospite per il finale. Forse troppo per un britannico fedele a se stesso e all’amore per le regole di quella nazione: il set ha sforato di 30 minuti, è ora di finirla. E trac, qualcuno tira giù il volume. Se ne parlerà a lungo, poi, del concerto interrotto in barba alla festa e a due mostri sacri sul palco. Noi ne parliamo uscendo dal parco, convinti sia stato un disguido tecnico. Con quella convinzione - smentita il mattino dopo leggendo le prime recensioni - cerchiamo disperatamente un pub aperto dopo le 23, trovandolo in Spring Street. Si chiama Proud of Paddington. Entriamo, e una tribute band di Springsteen ci allieta il resto della serata, trascorsa tra litri di birra ambrata e la diffusa sensazione di non voler essere altrove che lì.

In realtà, questo l’avevamo capito qualche ora prima. Illuminato da un raro spiraglio di luce, Bruce Springsteen ha iniziato il suo show nello stesso modo in cui lo cominciò la prima volta che suonò sul suolo britannico, nel 1975. E nel modo in cui apre il suo Live 1975-1985. E nel modo in cui io ho ascoltato per la prima volta quella che poi, per me, diventerà LA canzone di Bruce. Quella con cui ho capito che Springsteen era molto di più di Born in the USA. Quella che ho imperdonabilmente riprovato a suonare sul palco di Eataly Smeraldo. Quella che apre il disco pubblicato esattamente 39 anni fa, il 25 agosto 1975.

Quella che ogni volta in cui parte mi emoziono come fosse la prima volta, sgombro la mente da ogni scoria. E mi prendo i complimenti di Orazio. O del professor Keating.

venerdì 25 luglio 2014

Dischi da riscoprire: 'Camera a sud', Vinicio Capossela (e buone vacanze)

06:56 Posted by Igor Principe , , No comments
Secondarte saluta e va in vacanza per un po'. Prima, però, consiglia di riscoprire un disco: Camera a Sud. È di vent'anni fa esatti, ed è il disco con cui Vinicio è diventato Capossela. Dopo All'una e trentacinque circa (1990) e Modì (1991), Capossela pubblica il terzo disco; a mio trascurabile parere, il suo più bello. Poi, come ha commentato un'amica a pranzo pochi giorni fa, «è sbroccato».

L'amica non si occupa di musica, e nemmeno ne è un'appassionata. È ascoltatrice attenta, ma non ne fa una malattia. Il suo è dunque un giudizio mainstream, e a volerlo aggiustare con un minimo della strumentazione di chi scrive di musica può venir fuori così: «Dopo quel disco, Capossela ha deciso che delle due strade nel bosco di cui parlava Walt Whitman, lui ha scelto la meno battuta. Non ha vissuto di rendita, ma ha cercato spunti inconsueti e innovativi spernacchiando il mercato. Seguirlo non è sempre facilissimo, ma è sempre una sorpresa».

Camera a Sud è splendido perché è fatto di eccellenti canzoni, suonate benissimo. È un disco in cui c'è profumo di Paolo Conte: il produttore è il compianto Renzo Fantini, suo storico braccio destro; gli arrangiamenti sono di Antonio Marangolo e in alcuni brani compare Jimmy Villotti, entrambi musicisti di consolidata esperienza al seguito dell'avvocato. Pure, è un disco in cui Capossela non viene sopraffatto dall'eredità contiana. Anzi, emerge con tutto se stesso al punto da scrivere il brano con il quale tuttora chiunque lo identifica (Che cossé l'amor), e altre dodici canzoni di malinconia, nebbie padane, sole caraibico, jazz, sagre paesane e scorci di nord Europa.

Camera a Sud resta tuttora il disco più famoso di Capossela, ma ciò non ne fa un buon motivo per dimenticarlo. Anzi, se possibile è proprio l'estate una stagione ideale per riascoltarlo. Anzitutto per ballare Guiro o Che cossé l'amor all'aperto in una notte di agosto. E poi per guardare il mare sulle note di Camminante, una canzone capace di farti sentire salsedine e onde anche a novembre.

domenica 20 luglio 2014

La foto di ciò che chi suona vuole davvero


Questa foto è stata scattata in Toscana. Al piano c'è Cesare Picco, protagonista di un concerto all'alba per la rassegna Pianoforte Sostenibile. A guardarla bene, si nota un particolare non irrilevante. È il pubblico, sistemato in modo inedito.

Una parte - quella in primo piano - guarda strumento e pianista; un'altra dà loro le spalle. Tutti, tranne Picco, guardano il sole che sorge. Sono convinto che Cesare ne sia entusiasta. Poche settimane fa avevo scritto di un suo libro, Musica nel buio, invitando a leggerlo per capire che la musica non va vista, ma ascoltata. E che quando tutti, me compreso, diciamo «vado a vedere un concerto» in fondo diciamo una cosa inesatta.

In quella foto, il pubblico dà l'idea di ascoltare. Magari non è una foto bellissima, ma credo rappresenti ciò che un musicista vuole davvero.

venerdì 18 luglio 2014

#serinasco: André Previn

04:25 Posted by Igor Principe , , , , No comments
Parlando di George Martin avevo detto che #serinasco avrei voluto essere, oltre al citato, altri quattro personaggi del mondo musicale. Il numero due è André Previn. Adesso scusate, ma devo parlare un secondo di me: credo però sia utile.

Tra il 1995 e il 1996 ho frequentato i Civici Corsi di Jazz a Milano. Il programma didattico prevedeva ore di strumento, di teoria (armonia, solfeggio, storia) e di musica di insieme. Quest'ultima era sulla carta la parte più divertente, e ci vuol poco a capirne il perché: ci ritrovavamo in aula e cominciavamo a suonare, sotto la guida spesso ruvida di Marco Vaggi. A volte si era in una decina, grazie a una folla di fiati; altre in tre, nella tipica formazione pianoforte, batteria, basso. Una di queste volte non c'era Vaggi a sovrintendere, e si procedeva per fatti nostri. A sorpresa entrò un altro degli insegnanti, Fabio Jegher. Batterista, docente di armonia, musicologo e biologo. Una delle persone più colte e brillanti che abbia mai conosciuto. Un Maestro, insomma.

Appena fu in aula, Jegher cominciò a tenere il ritmo schioccando le dita, invitandoci a non fermarci. Credo suonassimo un blues, cioè la cosa più semplice: tre accordi, tanta fantasia. Feci un assolo. Al termine del brano, Jegher mi guardò e disse: «Per come suoni, mi ricordi André Previn». E lì ho capito. 

Anzitutto, capii che quella scuola e la carriera cui avviava non faceva per me. Alla Civica si partiva dal be-bop e si studiava il jazz venuto dopo per formare musicisti con una visione armonica e un tocco contemporaneo. Per far nascere, con tutte le debite proporzioni, un nuovo Brad Meldhau o un nuovo Keith Jarrett. Previn era considerato un classico, e non era il tipo di pianista intonato alla visione della professione come era in quella scuola, giustamente in sintonia con le esigenze del mercato.

Poi capii che l'udito non è un'opinione. Il primo jazz che io abbia mai ascoltato in vita mia è stato proprio quello di Previn. Papà aveva un disco – lo ha tuttora – e lo faceva suonare spesso. Quei suoni e quel tocco sono stati un imprinting. E io l'oca di Lorenz.

La terza cosa che capii, in realtà, la capii anni dopo aver lasciato la Civica. E cioè che Previn era l'icona del musicista che avrei voluto essere se avessi deciso di studiarla, la musica. Previn dirige, suona e compone. Come direttore, non posso giudicarlo perché non ho gli strumenti. Ma ha una storia che fa di lui uno dei grandi del Novecento, con uno spiccato feeling per un repertorio che personalmente amo molto (Gershwin, Mahler, Ravel, Prokofiev, Rachamaninov). Come pianista, ha il tocco jazz che più amo: pulito e preciso, e con un chiaro senso dell'importanza della melodia. Come compositore, ha vinto quattro Oscar, tra i quali Porgy&Bess, Irma la dolce, My fair lady. Dici poco.

Previn è il mio secondo #serinasco perché sa viaggiare sulla superficie della musica saltando – anzi, abbattendo – gli steccati tra i generi. E perché sa farlo così bene da scendere in profondità, sapendo però dover fermarsi. Il suo è un navigare su una superficialità d'eccellenza, grazie alla quale riesce a trattare la musica nella sua totalità e con la perizia dei grandissimi professionisti, ma senza rimanere avvinghiato a una specializzazione. O, peggio, a un'etichetta.

In altre parole, senza lasciarsi catturare dal buio degli abissi, finendo per rimanerci intrappolato.

 

mercoledì 16 luglio 2014

Una canzone, una storia: De Gregori in calzoni di lino

08:49 Posted by Igor Principe , No comments
Indossava pantaloni di lino, spiegazzati dopo un viaggio in treno da Milano a Verona. Quando la porta della carrozza si aprì, vedemmo uscire prima la chitarra e poi lui. In testa una corona di capelli ricci. Magro come un chiodo. Sorrideva come chi sa di avere davanti a sé una notte di felicità.

Così era Raoul quel giorno di giugno. Saputo che ero partito per vedermi con Gloria, Adele e le altre belle ragazze del giro veronese, aveva chiamato a casa di una di loro e lasciato detto alla madre: «Arrivo alle 15.35». La madre, non ricordo in che modo, riferì. E a me pare ancora impossibile essere riusciti raccogliere il messaggio senza Whatsapp, o anche un semplice sms. Dopotutto, se allora ci avessero parlato di cellulari non avremmo pensato che a furgoncini blindati in dotazione delle forze dell'ordine.

Raoul scese, sorrise e salimmo in auto. Destinazione, colli veronesi prossimi al lago. In programma una grigliata di carne. Le nostre amiche veronesi erano belle e su di giri. Io e Raoul, solo su di giri. Lui, poi, indossava pantaloni di lino. A diciannove anni la logica vuole il tuo guardaroba intasato di jeans. Ma lui voleva star fresco, in quel giugno caldo anche per la tensione alimentata dall'esame di maturità. Così indossò un capo da picnic in campagna. Inappuntabile, sotto questo punto di vista.

Dal momento in cui fummo seduti in macchina, suonammo e cantammo. C'era intesa: lui con la sua voce potente e cristallina, io con la mia attitudine per i controcanti. Ci sapevamo fare, e le ragazze - belle e su di giri - mostravano di apprezzare tanta perizia canora. La chitarra smise di mandare accordi solo quando ci inerpicammo sul sentiero dal quale avremmo raggiunto lo spiazzo ideale per preparare la brace, compito che lasciammo ad altri assumendoci l'onere esclusivo di intrattenerli con la nostra arte.

Cantammo e suonammo, e pochi si accorsero che intanto anche le nuvole si erano date convegno allo spettacolo. Cantammo e suonammo le cose che ci riuscivano meglio: i Queen, Lucio Dalla, gli Extreme, i Beatles, Gino Paoli, i Pink Floyd. E De Gregori. Quello, poi, ci veniva da dio. Finimmo Titanic, e fu così bella che anche le nuvole applaudirono senza risparmiarsi. Dal nulla, gocce grandi come uova piovvero sulla grigliata, sulla chitarra e sui pantaloni di lino di Raoul. Che, evidentemente, ci teneva: li tolse, li piegò e li protesse nella custodia dello strumento. Scese il sentiero in slip bianchi.

Nel giro di un attimo, ci ritrovammo zuppi e senza una lira. I soldi erano stati tutti spesi per comprare carne e birre. La benzina nell'auto di chi ci riaccompagnò a casa era al limite, così il proprietario chiese a una delle ragazze - bella e un po' meno su di giri - se una volta a casa avrebbe potuto chiedere ai suoi genitori 20mila lire per il rifornimento, con promessa di restituirle il giorno dopo. La ragazza nicchiò, temendo l'ira di un padre svegliato nel cuore della notte da una figlia zuppa d'acqua che chiede del denaro. Il proprietario si alterò: «Io non riporto un cazzo di nessuno a casa se non mi garantisci che poi posso far benzina!». La tensione spense la musica e riempì l'auto di un imbarazzato silenzio. Raoul continuava a stare in mutande.

A casa, la ragazza chiese e il padre - un sessantottino di ampie vedute - si mostrò ragionevole. Intanto, per stemperare la tensione, l'amico mi spiegò una pratica di training autogeno imparata a ginnastica in un giorno in cui non ero a scuola. Si trattava di sdraiarsi, chiudere gli occhi e con il pensiero osservare le parti del proprio corpo: mani, piedi, spalle. Si sarebbero rilassate. Mi sdraiai. Tre minuti dopo entrò in stanza la madre della ragazza. Si spaventò, temendo un mio malore.

Rassicurata la signora, finimmo stesi - io, Raoul e le ragazze sempre belle ma ormai senza giri - sul tappeto della sala. La mattina dopo, sul treno verso Milano, ci rimase il rammarico di non aver suonato l'ultima canzone. Ci veniva benissimo, I Muscoli del Capitano.

 

lunedì 14 luglio 2014

Quel gran simpaticone di Lorin Maazel

03:09 Posted by Igor Principe , , No comments
Per me Lorin Maazel è stato il Concerto di Capodanno. Lo ha diretto per sette edizioni consecutive dal 1980 al 1986. Quei concerti cadevano nel pieno delle vacanze di Natale, e costituivano una parte centrale del rito laico di famiglia: il pranzo del 1° gennaio. Parenti riuniti dai nonni, tavola imbandita, musiche austro-ungariche dal Musikverein, commentate da Pepi Franzelin e dirette da un gran simpaticone. Perché per me quello era Lorin Maazel. Ed è tutt'altro che un difetto.

Maazel, ovviamente, era molto altro. Molto, molto altro. Era il genio chiamato da Toscanini a 11 anni a dirigere l'orchestra della NBC. Undici anni: un'età alla quale si va a scuola, si fanno i compiti, si gioca con gli amici. E se anche sei il bambino più talentuoso del mondo, non puoi essere più che una fertile promessa per il mondo in cui andrai a esprimerti. A quell'età, Maazel era già la certezza che lo ha portato poi a essere uno tra i direttori d'orchestra che saranno ricordati anche da chi, di musica classica, ne sa poco o nulla.

Anche io di Maazel so poco. Non ho idea di chi siano i suoi autori di riferimento, quei musicisti nelle partiture dei quali il direttore si ritrovava meglio che in altre. Non so dire se un Mahler o un Beethoven diretti da lui fossero meglio di altri diretti da Chailly o da Furtwängler. Questa è materia da critici, e io non lo sono. Però Maazel mi piaceva, e la ragione è il Concerto di Capodanno. Nella cornice festosa di cui ho detto, lui entrava alla perfezione dirigendo con leggerezza un momento impegnativo. Ecco cosa raccontava a Cecilia Rivers, in un'intervista pubblicata da Suonare nel 1999.

Parliamo del concerto di Capodanno, che lei ha diretto per la decima volta, un vero record. Come ci si prepara a un'esibizione che sia lei sia l'orchestra potete fare ormai a occhi chiusi?
Non è vero che sia così semplice. Tenga presente che la musica di Strauss viene per l'appunto suonata solo una volta all'anno, e che, a parte due o tre classici come il Danubio blu e la Marcia di Radetsky, il repertorio cambia sempre. Ci vogliono delle prove che direttore e orchestra prendono molto seriamente. Il concerto, inoltre, è dal vivo, davanti a un miliardo di persone, che sono abituate alla perfezione delle registrazioni discografiche, e che si aspettano espressioni allegre e festose, unite a un'esecuzione impeccabile, la mattina dopo una nottata di “bagordi”. Io poi cerco sempre di scovare pezzi sconosciuti degli Strauss, per sottolineare la fecondità creativa di questa incredibile famiglia musicale. Ma sono contento quando la gente crede che il concerto venga prodotto senza sforzo, vuol dire che abbiamo fatto bene il nostro lavoro.


Far sembrare semplici le cose che non lo sono è la cifra dei grandi. Maazel, con quel suo essere simpaticone, faceva sembrare semplice il mestiere complicatissimo del direttore d'orchestra. Ne smontava la solennità ieratica, magari avvicinando qualcuno in più a una musica ritenuta a torto elitaria. Sicuramente, ha avvicinato me. Più di quanto abbia fatto Claudio Abbado.

Anche qui, nessuna critica, ci mancherebbe. Semplicemente, ricordo che quando mostravo più interesse per la triade pallone-cortile-amici che per un improvviso di Schubert da preparare per un saggio di fine anno (oltre che per un esame di Conservatorio, poi mai dato) mio padre mi mostrava una foto di Abbado su un campo da calcio. Era giovane, aveva maglietta, pantaloncini e scarpe con i tacchetti. Era un modo per dirmi che avrei potuto fare entrambe le cose.

Su quel fronte, Abbado non mi ha mai persuaso. Maazel sì: non a diventare musicista, ma ad ascoltare ogni tipo di musica per il solo fatto di essere musica.

giovedì 10 luglio 2014

La musica del coro argentino ai Mondiali

00:50 Posted by Igor Principe , No comments
Ogni Mondiale ha le sue canzoni ufficiali. E ogni Mondiale ha le sue canzoni non ufficiali, ma che del torneo diventano simbolo per volontà di popolo. Il caso a noi più noto – e caro – risale al 2006, quando il refrain di Seven Nation Army dei White Stripes (poo popò popo pooo pooo) era cantato anche dai camosci in Val Gardena, nel delirante entusiasmo per il trionfo italiano in Germania. In questo Mondiale spopola invece un coro argentino: Brasil decime que se siente.

I tifosi lo cantano negli stadi e nelle strade; la nazionale argentina lo canta negli spogliatoi; Bobo Vieri lo canta in diretta tv. E non ci vuole un genio per indovinare che da qui a domenica, quando Germania e Argentina giocheranno la finale, sarà un autentico tormentone. È un coro caustico, perché sostiene l'Albiceleste (o la Selecciòn, scegliete voi) dando addosso al Brasile. Il testo richiama infatti la vittoria degli argentini sui rivali storici ai Mondiali di Italia '90, quando agli ottavi di finale Maradona e compagni stesero un Brasile sulla carta molto più forte. Il termine «stesero» ben si adatta a quella partita: nel 2004, lo stesso Maradona ammise i sospetti che subito dopo il match cominciarono a farsi largo. E cioè, che i brasiliani fossero stati drogati. Il coro argentino questo non lo dice, limitandosi a rievocare quella vittoria e a ribadire che Diego è meglio di Pelè.

Il testo ha un autore. Si chiama Ignacio Harraca, ed è un semplice tifoso. Come racconta la Bbc, le parole gli vennero in mente sotto la doccia sull'onda dell'entusiasmo: non per la citata vittoria, ma più modestamente per aver ottenuto, lui e i suoi amici, biglietti riservati per una partita della Nazionale. Harraca racconta anche di aver aggiustato il testo in chiave anti brasiliana per renderlo più affascinante ai tifosi argentini, tra i quali fu fatto circolare. Con altre parole il coro è cantato anche dai sostenitori di Cristina Kirchner, presidente dell'Argentina.

È un coro trascinante, che si piazza nella memoria con estrema facilità grazie a una melodia immediata. Non a caso: l'autore è John Fogerty. Brasil decime que se siente, infatti, altro non è che Bad Moon Rising, uno tra i maggiori successi dei Creedence Clearwater Revival. Fogerty lo scrisse nell'agosto del 1969, e il brano non ci mise molto a imporsi nelle classifiche. Anni dopo, riapparse al cinema (Lawrence Kasdan lo mise nella fantastica colonna sonora del Grande Freddo) e in tv (lo si ascolta in Criminal Minds). Il testo parla di cattivi presagi.

Occhio, Argentina.

mercoledì 9 luglio 2014

Brasile, il soundtrack di una disfatta

Se, come diceva Hitchcock, il cinema è la vita senza le parti noiose, ieri sera a Belo Horizonte è andato in onda un capolavoro. E ogni capolavoro ha quasi sempre un soundtrack adeguato. Nel diluvio di tweet che commentavano l'impensabile disfatta del Brasile contro la Germania, ho aggiunto la mia goccia immaginando la canzone del momento. Il primo pensiero è quel che conta, e il primo pensiero è stato per Insensatez.

Un pensiero tutto sommato facile, trattandosi di uno dei brani più noti nel repertorio di bossa-nova. Lo scrisse Antonio Carlos Jobim, unanimemente considerato il padre del genere, nel 1963. Vinicius de Moraes gli ha aggiunto le parole. Le ha scritte, ovviamente, in portoghese. Poi Norman Gimbel ha dato al brano un testo inglese, facendone così uno standard cantabile senza obbligo di avventurarsi nell'impegnativa pronuncia della lingua di Bahia.

L'istinto di pensare a Insensatez è stato guidato proprio dal testo di Gimbel. How insensitive è un titolo facile da immaginare vedendo che la Germania non aveva alcuna intenzione di fermarsi dopo 29 minuti e 5 gol. E infatti, sono stati tanto insensibili da fare 7 gol (sbagliando l'ottavo in modo clamoroso).

[Piccola digressione: insensibili un corno. Giusto così: l'idea di fermarsi per non infierire è una manfrina ridicola. Si va in campo per vincere. Se chi perde vuole evitare la débâcle, si dia da fare. L'unica cosa richiesta a chi domina è di non irridere, e i tedeschi ieri sera sono stati maestri di correttezza. Fine della digressione].

How insensitive è un testo che calza bene alla partita di ieri sera. C'è la Germania insensibile, e c'è una domanda semplice, quasi scontata: «What can you say when a love affair is over?». Cosa dire ai brasiliani se, giustamente, è finito il loro amore per la nazionale? Il testo di Moraes si adatta meno: alla fine parla delle schiocchezze (insensatez) di un cuore disattento. L'unico passaggio calzante è quello in cui invita il cuore a chiedere perdono, cosa che giocatori e allenatore non hanno potuto evitare alla fine di quel disastro.

Ma, come si sa, prima c'è la musica. Al di là della spicciola esegesi, Insensatez è una canzone palesemente malinconica. Ci sta, insomma, a commentare l'accaduto anche se non lo commenta benissimo. Perché a ben guardare, è malinconica ma leggera. La colpa è del ritmo: incede moderatamente, striscia su rullante e charleston, crea l'atmosfera di un mesto fine serata, quando sei stato bene con gli amici e loro se ne sono andati via e tu avresti voluto si fermassero ancora un po'. Una disfatta, insomma, è un'altra cosa.

Pure, qualcosa di Insensatez ricorda il suono della vera tristezza. Quella profonda, quella su cui struggersi sul serio. Quel qualcosa è l'armonia. Ad ascoltarla bene, dalla successione di accordi riaffiora l'immagine del musicista icona dello struggimento: Fryderyk Chopin. Ciò che emerge è il suo Preludio n.4 in Mi minore, op. 28.

Ascoltatelo, e pensate alle facce dei brasiliani ieri sera. Eccolo, il soundtrack di una disfatta.