Musica, senza steccati

giovedì 27 febbraio 2014

Universal Music, più web che cd: è arrivato il futuro

03:42 Posted by Igor Principe , , No comments
Universal Music guadagna più dal mercato digitale che da quello fisico: i ricavi 2013 della maggior casa discografica al mondo sono stati per il 51% generati dal web, e per il restante 49% dalla vendita di cd e vinili. L'anno scorso la proporzione era inversa: 49% digitale vs 51% fisico. E' una notizia importante, data da Billboard e ripresa dalla Stampa, e non perché sia un passaggio epocale nel rapporto tra uomo e musica, ma perché lo certifica come definitivo.

Quel passaggio è cominciato quando, quindici anni fa, sul web apparve Napster, il sistema peer-to-peer (vulgo: da utente a utente) di scambio di file compressi grazie all'algoritmo Mp3. Da quel momento, la musica si spostò con una progressione piuttosto veloce dai cd al computer e ai lettori portatili di file musicali. Peccato fosse del tutto illegale, perché ad autori e cantanti non veniva riconosciuto un centesimo in diritti sulle proprie opere. Napster impose una revisione della natura stessa del diritto d'autore, portò alla nascita di nuove forme di licenza - tra tutte, le Creative Commons -, ispirò la nascita di iTunes e, con il potenziamento delle reti, di Spotify.

Quest'ultimo è il vero motore del sorpasso avvenuto in Universal, perché da lì viene la gran parte degli streaming. Spotify segna un ulteriore passaggio, quello dell'ascolto musicale da pc e lettori Mp3 agli smartphone (e in minor parte i tablet). Come tutte le cose di successo, è di una semplicità disarmante: mi iscrivo, scelgo il tipo di abbonamento, cerco la musica che mi interessa, la ascolto dove e come voglio. E gli artisti guadagnano su ogni stream che passi nelle mie orecchie. Messa così, sembra l'incontro perfetto tra le esigenze di chi ascolta e di chi fa musica. Ma qualcosa ancora non torna. Due aspetti, in particolare.

1) La bulimia dell'ascoltatore. Passare in negozio, parlare con il venditore, chiedere consiglio, spulciare tra gli scaffali. E, soprattutto, comprare un disco alla volta, ascoltarlo, riascoltarlo, riascoltarlo fino a mandare a memoria ogni singola nota. Tutto ciò non esiste quasi più. Se con Napster ci siamo riempiti il pc di Mp3, con Spotify non dobbiamo nemmeno attendere il tempo del download: è tutto lì, a portata di ricerca e di tocco. Ma questo significa davvero ascoltare musica? Io credo di sì, se non si perde l'approccio che ci portava dal negoziante: un disco alla volta, cercando informazioni sugli artisti, ascoltandolo e riascoltandolo per farlo davvero nostro. La risposta è no, invece, se cederemo alla facilità di accesso e all'ingordigia da milioni di brani a portata di touch.

2) Il compenso degli artisti. Un fatto è certo: lo streaming non garantisce i guadagni di un tempo. Blogorio ha scritto un post molto chiaro sulla questione, riassumibile così: pochi soldi per moltissimi ascolti. Ciò conferma un altro aspetto del passaggio epocale: per vivere bene da musicista il successo discografico non basta più. Ci vogliono i concerti, o qualcos'altro.

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