Musica, senza steccati

venerdì 28 marzo 2014

#guardiamoavanti: lo spot di Enel ignora la musica

03:00 Posted by Igor Principe , , , , , , No comments
La Dolce Vita, il Neorealismo, la grande cucina italiana, la notte del Bernabeu e il cielo è azzurro sopra Berlino, i giganti della moda, i capitani dell’industria, i maestri dell’artigianato, l’Impero Romano, il Colosseo, il Rinascimento, poi Leonardo, Michelangelo, Pinocchio e la Divina Commedia. L’elenco è snocciolato in #guardiamoavanti, lo spot di Enel che dal 22 marzo gira tra tv e web. La campagna è firmata da Saatchi&Saatchi, e il messaggio è chiaro: siamo stati grandi, troviamo l’energia per tornare a esserlo.

Spot encomiabile, e necessario. Bella anche l’idea di disegnare un ritratto dell’Italia come appare nel mondo; un ritratto accennato, perché la nostra è una storia così densa che comprimerla in meno di un minuto è impossibile. Un ritratto giocoforza incompleto. Forse troppo.

C’è il cinema, con un film simbolo e la corrente più nota. C’è il cibo. Ci sono i trionfi calcistici. Ci sono gli stilisti, e un poco comprensibile richiamo alla nostra economia. C’è la storia, c’è l’arte, c’è la letteratura. C’è tutto questo ed è giusto. Ma non c’è la musica, campo nel quale l’Italia ha regalato al mondo un gioiello di valore pari almeno a quello dell’arte rinascimentale: l’opera. Rossini, Bellini, Donizetti, Verdi, Puccini, giusto per ricordare la cinquina di sempre; Lorenzo Da Ponte, giusto per ricordare i lavori di un tale Mozart; la Camerata de’ Bardi di Firenze, giusto per ricordare il reparto maternità del melodramma.

Potrei andare avanti a lungo, ma preferisco affidare ad altri due spunti di riflessione. Il primo è di Kurt Pahlen, autore di una Storia della Musica che mi è molto piaciuta. Parlando di opera, Pahlen affronta il capitolo Napoli, «dove tutti i cittadini, borghesi e operai, pescatori ed erbivendoli, sono dotati di una voce meravigliosa. E a Napoli si celebra il trionfo del bel canto, della dolce, tenera, inebriante melodia di fronte alla quale tutto scompare: senso, testo, logica, azione drammatica. A Napoli l’opera compie il passo decisivo verso ciò che il mondo definisce oggi “opera italiana”; essa è stata creata dall’allegro ed esuberante temperamento meridionale, che si entusiasmò oltre ogni limite della propria creatura…».

Anche l’austriaco Pahlen sembra entusiasta come un napoletano. Ma il suo è comunque l’entusiasmo dello studioso. Qui si innesta la seconda riflessione. La fa Lorenzo Arruga, critico e storico, autore di Il teatro d’opera italiano: «Si studia poco, in Italia, la musica; e l’opera viene considerata nei libri una specie di branca, se non un sottoprodotto, della musica: così gli scritti in proposito, libri e critica, sono affidati ai musicologi, che la inseriscono nel contesto della loro disciplina. Anche le rare storie dell’opera sono scritte in questo modo autoreferenziale, e spesso a staffetta, senza il tentativo di una vera narrazione».

Arruga tocca il tema della divulgazione, punto chiave - e debole - nella diffusione della cultura tout court in Italia. Restando a Enel, si può addurre la riflessione a discolpa dei creativi e del loro buco. Quest’ultimo è emblematico della questione; la discolpa è però solo parziale. Sarebbe bastato citare soltanto Giuseppe Verdi, l’operista più rappresentato al mondo.

«Il nostro è stato un grande passato, ma adesso è ora di guardare avanti», conclude lo spot. Ma anche di guardare un po’ meglio a chi siamo.

mercoledì 26 marzo 2014

Suor Cristina? «Svociata»

05:02 Posted by Igor Principe , , , No comments
Svociata. Prendo in prestito dall'amico Paolo (che di musica ne sa) il giudizio su suor Cristina e sulle sue capacità vocali. Credo sia un termine perfetto: non dice che è stonata - perché non lo è - ma fa intendere che «voce» è altro. E non per forza Freddie Mercury o Celine Dion, ma anche i toni sghembi di Tom Waits. Voce, almeno per me e per come interpreto quel giudizio, è «personalità».

Ho provato ad ascoltare senza guardare, come hanno fatto i giudici di The Voice of Italy, e quel che ho sentito è una voce pulita, capace e potente. Questo basta, a farne una «voce»? Secondo me, no. Su un brano estrogenato qual è No One di Alicia Keys, dove ti sono chiesti animo e potenza, suor Cristina canta senza dubbio mettendoceli, ma come potrebbero metterceli ragazze dotate di altrettanta dote. Se ce ne fossero in giro, sulla rete, mi piacerebbe ascoltarla in brani in cui è chiesto di sussurrare, di cantare in modo così naturale come, per dirne una, Audrey Hepburn canta Moon River. Perché è proprio quando non devi fare il fenomeno che devi dimostrare davvero di esserlo.

Però di suor Cristina si parla già, appunto, come fenomeno. E' difficile non farlo, di fronte a 30 milioni e passa di visualizzazioni su YouTube della sua performance a TVOI. Ma se lo è, non è fenomeno musicale bensì mediatico. O, volendo, espressione di quello spirito dei tempi che da un anno a oggi, con Bergoglio in Vaticano, sta popolarizzando la Chiesa. Non a caso, se ingrandite la foto là sopra, leggete un sottotitolo esemplare: «Papa Francesco vuole che portiamo il Vangelo fuori dalle chiese... e io canto».

Senza andare troppo per le lunghe: suor Cristina canta bene e ispira una naturale simpatia. Ma il punto centrale della questione è evidente nel video lì sotto. Al minuto 12:30 Tiberio Timperi (che non è un critico musicale), fa la domanda più scontata: quanto incide in tutto sto bailamme il fatto che sia una suora? La risposta di Claudia Koll, direttrice dell'Accademia in cui suor Cristina si è formata sotto la guida di Franco Simone è: «Io penso che il Signore la accompagni, in questa avventura». Una non-risposta che diplomaticamente devia altrove il discorso. Una non-risposta che è la miglior risposta.

martedì 25 marzo 2014

E' ufficiale: prima la musica

08:20 Posted by Igor Principe , , , , No comments
Cosa ci porta a godere di una canzone, il testo o la musica? La domanda è eterna come quella in cui l'uovo e la gallina si disputano i tempi di venuta al mondo. Ne ho discusso su SecondArte tempo fa, ne ho discusso con mr Manta-Ray a più riprese, e le posizioni ci vedevano su fronti quasi opposti. Dico quasi perché, mentre Manta-Ray afferma che il testo, nelle canzoni di musica leggera, è un'inutile necessità, io sostengo che non sempre è così, e che il catalogo musicale offre tanti e tali esempi di canzone da rendermi impossibile l'abbraccio di una posizione definitiva.

Se penso alla Guerra di Piero, quel che emerge è il testo, uno dei meno retorici e più efficaci nello sterminato filone antimilitarista della musica leggera. E se penso a Crêuza de mä, il suono delle parole si intreccia a quello degli strumenti per formare un corpo a pura densità musicale (anche perché vi voglio a capire il genovese senza adeguata traduzione). Dopotutto le parole sono musica, suono indistinto ma funzionale all'insieme: in Penny Lane, il mio primo ricordo musicale, la voce di Paul McCartney è puro strumento, come lo sono il suo basso, le chitarre di George e John e le trombe assemblate da George Martin. Però poi il testo emerge, e spesso prorompe. Può essere il minimalismo legale di Parole d'amore scritte a macchina, o l'inno generazionale più inno che c'è (Blowin' in the wind), può essere quello di milioni di altre canzoni; ma è quello che venticinque anni fa scrivevi sulla Smemo e che ora posti su Facebook, quello in cui ti specchiavi da ragazzo e in cui non ti ritrovi più, quello che tuttora dice chi sei e racconta di ardori mai sopiti. Quello che parla di una città piena di perdenti da cui andar via per vincere, e che ancora ti inietta energia e tu nemmeno più ne capisci il perché.

Così ti dici che no, non puoi decidere o testo o musica, le due cose si intrecciano. Anzi, il testo alimenta la musica, e scoprire un'affinità elettiva e una comunanza di idee con l'autore ti rende ancor più belle le sue canzoni. E forse sì, ti balena il dubbio che abbia ragione Bob Dylan quando dice «Io sono le mie parole».

Poi leggi un libro su quello della città piena di perdenti da lasciarsi alle spalle. E scopri che ha detto quanto segue: «Le persone non arrivano alla musica in base alle informazioni che ricevono. Io ero attratto da Bob Dylan perché mi sembrava che la sua musica dicesse la verità. Non lo ascoltavo tenendo i suoi testi in mano. Era il modo in cui faceva musica ad avermi convinto».

E allora è così, è vero è non c'è nulla da fare: prima la musica, sempre.

lunedì 24 marzo 2014

I grandi misteri della musica: il non-Oscar a Morricone

02:55 Posted by Igor Principe , , , No comments
Ennio Morricone non ha mai vinto l'Oscar. Quello che gli hanno dato, nel 2007, è alla carriera: una pezza che l'Academy ha mal rattoppato su uno strappo tuttora incomprensibile. Da un lato, per l'evidenza dei fatti: il tema principale di C'era una volta il west e il tema di Deborah in C'era una volta in America sono grimaldelli capaci di scardinare il cuore più granitico. E, quel che più conta, sono semplicemente bellissimi. Da un altro punto di vista, c'è un mero calcolo statistico: Morricone ha scritto oltre 500 colonne sonore. Cinquecento. Possibile che, visto il suo talento, nemmeno una sia stata degna di ricevere il premio?

Davvero, non me lo spiego. Azzardando un giudizio debitamente proporzionato, Morricone è il Mozart delle colonne sonore e limitarsi a ricondurlo ai western di Sergio Leone è quasi offensivo. Giusto per citare una manciata di altri titoli: I pugni in tasca, La battaglia di Algeri, Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, Sostiene Pereira, Metti una sera a cena, Gli intoccabili, Ripley's game. E - s'è detto - altre centinaia di pellicole, nelle quali Morricone ha mostrato tutto se stesso: la formazione classica con Goffredo Petrassi, il saper scrivere musica colta ed evoluta lungo la linea di quella che comunemente si definisce «contemporanea», il saper creare melodie dal gusto popolare e diretto. Arte, quest'ultima, che ha regalato alla musica leggera scrivendo gli arrangiamenti di «canzoncine» quali - per citare solo due titoli - Se telefonando e Sapore di sale.

Nella sua carriera, suggellata dal Polar Music Prize (l'equivalente del Nobel) e coccolata anche dal mercato (ha venduto 70 milioni di dischi: una quantità impressionante per chi è percepito semplicemente come autore di musiche da film), Morricone ha insomma dimostrato di saper essere al centro della musica. Tutta, senza steccati. Tranne quelli che l'Academy ha eretto fino al 2007, dando vita a un autentico mistero.

(O a una certezza: che a Hollywood fossero tutti sordi, per non aver colto una cosa come quella del video lì sotto).

 

venerdì 21 marzo 2014

Giulia Mazzoni, l'anti Allevi (qualsiasi cosa ciò voglia dire)


I comunicati stampa di rito e una sponsorship di Facebook su Giulia Mazzoni come «l'anti Allevi» mi hanno incuriosito verso Giocando con i bottoni, il suo primo disco. Per ascoltarlo con cognizione di causa ho spulciato i social e ho trovato sulla pianista pratese commenti di tre tipi: indifferenza (pochi), plauso entusiastico (molti), difesa o attacco a Giovanni Allevi (moltissimi). Prima di parlare del disco, parto da qui per dire una cosa molto semplice: l'impostazione come «anti-qualcosa» mi suona debole, se non errata.

In primo luogo, perché non riesco a identificare un antagonismo a colpi di musica. E in generale a colpi di arte. La dialettica Beatles-Stones, Verdi-Wagner, Coppi-Bartali non ha davvero senso se non per alimentare sterili discussioni tra i rispettivi fans, spesso ignari che i primi a non litigare sono i protagonisti stessi (Jagger e McCartney sono amici; Coppi e Bartali lo sono stati a loro modo; Verdi e Wagner si stimavano ignorandosi). Cosa significa, dunque, essere «l'anti Allevi»? Suonare al contrario i suoi brani?

Allontanato questo tipo di immagine di Giulia Mazzoni, mi sono concentrato sul disco. L'ho ascoltato, e riascoltato. Risultato: disorientamento. E fondato sospetto - prossimo alla certezza - che qualcosa mi sfugga. Nei quattordici brani che compongono Giocando con i bottoni ho trovato soltanto suoni uniti in modo da comporre melodie e armonie, che in alcuni casi mi richiamavano alla mente Michael Nyman e in altri Ludovico Einaudi. Punto.

Poi ci sono le cose che non ho trovato. Due in particolare: 1) tecnica esecutiva; 2) interpretazione. Il punto 1 non è un'ingrediente necessario per essere un buon musicista: Ennio Morricone, per dirne una, non è un trombettista sopraffino pur avendo un diploma in quello strumento; e non è un direttore d'orchestra, poiché sul palco si limita a tenere il tempo lasciando che l'organico suoni praticamente da solo. Ma cosa siano le sue musiche da film è inutile ricordarlo. Anche dai dischi di Ludovico Einaudi non traspare un pianismo eccelso, ma ci sono idee, personalità e suggestioni. Io non ne sono particolarmente sedotto, ma non posso negarne il valore.

Il punto 2 invece è essenziale se ti proponi come pianista. L'interpretazione è la tua voce, è la tua idea di musica, è la tua filosofia, è il tuo punto di vista su tue composizioni o sulla letteratura musicale. Quello che ho indovinato in Giulia Mazzoni è uno stile quasi inciampato, a tratti insicuro. L'ho ascoltato, e mi sono detto: «Se io avessi suonato così al cospetto della mia insegnante, le mi avrebbe detto che ok, le note sono giuste e non ci sono errori, ma che era giunto il momento di andare ben oltre, e di metterci l'anima. E di suonare sul serio».

Ecco perché, dopo aver visto tutto quel parlare su di lei e dopo averne ascoltato il disco, non riesco a orientarmi. Continuo a chiedermi: «Ma perché se ne parla, perché mi ritrovo a parlarne?». Qualcosa mi sfugge. Chi l'ha colto, mi aiuti a capire. Oppure - di nuovo - questo non è più un paese per vecchi.


mercoledì 19 marzo 2014

Beethoven e Stravinskij, fotografie in musica

Ludwig Van Beethoven, Sinfonia n° 3; Igor Stravinskij, Petruscka. Credo che siano due fotografie con cui si riesca a capire il senso dei secoli in cui sono state create. Sono due istantanee con cui la musica mostra di essere arte calata nella Storia, nelle sue miserie e nelle sue grandezze. Sono due immagini di oltre dieci anni fa, quando le ascoltai all'Auditorium di Milano dirette da Riccardo Chailly, allora «a capo» dell'Orchestra Verdi. Ne fui impressionato, scrissi qualche appunto. L'ho ritrovato, e mi va di ripubblicarlo.

Il primo scatto è di Ludwig van Beethoven, Sinfonia n° 3, l’«Eroica». Anno 1803, il musicista è affascinato da quel tornado chiamato Napoleone, ne vede l’incarnazione del modello di eroe. E gli dedica una sinfonia che poi giudicherà «la migliore e la più cara delle mie creature musicali». Poi l’eroe diventa imperatore, «Dio me l’ha data e guai a chi me la tocca». E a Beethoven girano le scatole. Straccia la dedica, la terza sinfonia non è più «Bonaparte» ma «Eroica». Meglio, «Sinfonia Eroica…composta per festeggiare il ricordo di un grand’Uomo». Questa è la storiella, ma la Storia che sta dietro alla partitura è un’altra cosa. E’ la Storia di una polaroid sul futuro, di una finestra che un colpo di vento spalanca su un panorama ignoto, come se un mattino, aprendo le imposte di casa, non apparisse il palazzo di fronte ma la Luna. Beethoven ha scattato una foto a ciò che sarebbe stato l’Ottocento: l’epica romantica, gli idealismi, le guerre d’indipendenza, le rivoluzioni sociali, il Quarto Stato, la locomotiva di Stephenson. Scardinando i canoni musicali di Haydn e Mozart, il giovane Ludwig si infila nella buca del suggeritore per lanciare messaggi ai posteri. «Si può fare», dice loro. E loro raccolgono l’invito, e scardineranno lo status quo.

L’altro scatto è di Igor Stravinskij, «Petruscka». La musica si frammenta in una sequenza di quadri, ricama facili melodie su un tappeto di dissonanze, evoca immagini. Nella Polaroid di Stravinskij appaiono una sala buia e uno schermo. E’ il ritratto di un cinema, vi si proietta una New York che si muove a ritmo di swing, marciapiedi percorsi da ghette e bastoni, boa di struzzo fendono l’aria, il fumo azzurrognolo sale da sigarette fissate in lunghi bocchini neri. Il mento lungo di George Gershwin sembra far capolino da una finestra, ché l’aria è rigonfia dei suoni da cui lasciarsi ispirare. La sera del 13 giugno 1911, al Theatre du Chatelet di Parigi, il pubblico scopre il volto enigmatico del Novecento. Ne ascolta la voce, ne respira la frenesia, ne vive il caos. Si trova davanti al concetto di colonna sonora, coglie l’eco di una cosa che «se non sai cos’è, allora è jazz». Stravinskij racconta alla platea che d’ora in poi le cose non saranno più così semplici. Che la musica e l’arte, la società, la Storia dovranno fare i conti con il caos di un’evoluzione incontrollabile. Con un bailamme chiamato Novecento.

Beethoven, Stravinskij; Ottocento, Novecento. Chi sarà in grado di fotografare il secolo XXI?

martedì 18 marzo 2014

Oscar Peterson? Bravo, ma che palle!

Non è per mettere le mani avanti, ma è per rendere onore alla verità dei fatti che dico di non essere io a pensarla così, su Oscar Peterson. Il titolare di un gusto tanto perentorio è infatti Enrico Rava, come testimonia il video nel quale discute del pianista con Stefano Bollani. Il quale sembra quasi giustificarsi della passione per Peterson: «Avevo undici anni, chi mi diceva che c'era anche Bud Powell?». Come se, alle orecchie di un calibro qual è Rava, ascoltare il buon Oscar fosse una colpa.

Ovviamente non lo è. Quel che Rava esprime senza troppi riguardi è solo lo scontro tra due visioni del jazz che, in termini letterari, potremmo esprimere così: Marcel Proust vs Raymond Carver. Da un lato il periodare lungo e raffinato, a tratti barocco; dall'altro la parola ridotta all'osso. Nel jazz - ma anche nel rock, se pensiamo a due chitarristi quali Yngwie Malmsteen ed Eric Clapton - c'è una dialettica tra due tipi di musicisti: quelli che diluviano scale, arpeggi, tecnica e velocità; quelli che centellinano le note in poche ed efficaci frasi.

Non è una differenza di poco conto. Uno degli elementi centrali nella carriera di un musicista è la costruzione di una propria voce: la ascolti, e riconosci chi ti sta parlando. L'attenzione a poche e scelte note, a rigor di logica, sembra privilegiare in questa edificazione i Raymond Carver. Ciò non toglie, tuttavia, che i Proust ne siano esclusi. Stuart Isacoff, ottimo divulgatore musicale, ha sintetizzato così il tema riferendolo al jazzista canadese: «La facilità priva di sforzo e la precisione meccanica, qualità che fecero la fama di Peterson, non erano semplici peculiarità del suo stile strumentale: erano le fondamenta stesse della sua arte».

Insomma, Oscar Peterson parlava attraverso una tempesta di note. Noioso? Può darsi. Anzi, in alcuni casi sì, qualche scala poteva risparmiarsela. Ma come per Proust, negare la grandezza di Peterson sarebbe solo una bugia. Così come grande è stato il suo addio alle scene, come sempre Isacoff l'ha raccontato in un bellissimo libro (di cui parlerò):

«In quella serata del 2006, una delle poche esibizioni prevista da quella tournèe che si sarebbe rivelata il suo addio alle scene, a più riprese emerse l'antico splendore, a dispetto del tempo trascorso e della malattia. Emerse anche la fatica, certo. Ma non contava: suonare gli era necessario come mangiare, come respirare. "Ecco la mia terapia" aveva detto dopo aver finito il set, accennando al pianoforte mentre un breve sorriso si faceva strada su sul viso per metà paralizzato. Ma nei momenti memorabili di quel concerto, il grande Bösendorfer, di un nero brillante, che occupava quasi per intero il palcoscenico del Birdland, aveva assunto un significato diverso, più importante perfino della salute personale del pianista: era diventato, per tutti i presenti, il centro dell'universo».

lunedì 17 marzo 2014

Costellazioni di Luci della Centrale Elettrica: una non-recensione

Al primo posto della classifica Fimi-GFk degli album italiani più venduti c'è Costellazioni, delle Luci della Centrale Elettrica. E' una new entry, ha scalzato Ligabue e Arisa e altri sette nomi da ascolto facile e redditizio (per loro). Se fossi un realista prossimo al cinismo, direi che ha ragione Angelo Branduardi quando dice che «essere in hit parade oggi significa aver venduto quattro dischi». Perché non riesco a spiegarmi come un disco qual è Costellazioni possa sedurre le masse.

Non è un brutto disco. E' ricercato, innovativo e colto. Gronda citazioni dal cinema (basti il primo verso della prima canzone) e da altre canzoni, queste ultime trattate con una ironica irriverenza («Se ti tagliassero a pezzetti il vento li disperderebbe», con buona pace di una delle più belle canzoni di De Andrè). Sferza la contemporaneità, le sue paure (la mancanza di una rete internet stabile) e i suoi equivoci («Faremo l'amore in scena e la gente penserà che è danza contemporanea»). E ha una musica varia, che si potrebbe definire indie un po' come quando parli di jazz perché non sai che diavolo hai ascoltato ma hai bisogno di una definizione per chiarirti le idee.

Insomma, non riesco a spiegarmi come il disco di un autore qual è Vasco Brondi, vincitore di un «Premio Tenco», una vena letteraria ricchissima, un volto tenebroso incorniciato un due basette dal 1974 (ma lui è nato dieci anni dopo) riesca a volare al numero uno in classifica. Brondi è un fiume in piena di visioni, racconti e immagini accostate l'una all'altra con la tecnica - fatte le debite proporzioni - di James Joyce nell'Ulisse. C'è dentro, in Costellazioni, un sacco di roba con un sacco di musica: 15 canzoni, mediamente molto brevi e molto varie tra di loro. Non è un disco che puoi ascoltare facendo altro: se vuoi capirci qualche cosa, devi metterti lì e interpretarlo come si fa con un certo ermetismo. Per esempio, quello del De Gregori di Rimmel o di Pablo.

Ecco, De Gregori. Non sono io ad accostarlo a Vasco Brondi, ma lo scrittore Marco Lodoli. E per certi versi gli do ragione. Ma sento che qualcosa, nelle Luci, mi manca, e che De Gregori aveva: la melodia.
A distanza di decenni non ho ancora capito cosa rimanga tra le pagine chiare e le pagine scure, e cosa c'entri il collega spagnolo con il suo gallo di battaglia e con una latteria che diventa terra. Ma quelle canzoni le canto e le ricordo. Quelle delle Luci mi sembra impossibile poterle mandarle a memoria, a meno di non riuscire a ricordare racconti interi. Non c'è la musica ad aiutarmi a fissare il testo, che è sì sorretto dalle note ma come potrebbe esserlo una declamazione con un sottofondo.

Ma se Costellazioni è al primo posto in classifica, qualcosa vorrà pur dire. E cioè: o ha ragione Branduardi, o questo non è più un paese per vecchi. Cioè per me.

venerdì 14 marzo 2014

(Non) Ascoltare musica al lavoro

03:31 Posted by Igor Principe , , , , No comments
Quartz.com ha pubblicato un pezzo interessante: Una guida completa all'ascolto della musica sul lavoro (ripreso da Internazionale). Poche ma utili indicazioni: cosa ascoltare, come ascoltarlo, quando ascoltarlo, quali effetti produce. Dai consigli è stata approntata una playlist, disponibile su Spotify (e in fondo a questo post).

Il pezzo non rivela nulla che il buon senso e la pratica quotidiana già non dicessero. Forse l'unica cosa inedita - almeno per me - è la produzione di dopamina legata alla riproduzione casuali di brani già noti: l'effetto "piacevole sorpresa" produce l'ormone che ci rende più felici e, quindi, più disposti a far bene ciò che facciamo. E qui arrivo al punto: se stiamo facendo altro che, magari, ci impegna molto, perché nel mentre ascoltiamo musica?

Me lo sono chiesto dopo aver visto che al secondo posto della playlist di Quartz c'è il Claire de Lune di Claude Debussy, pietra miliare nella storia della musica. Terzo movimento della Suite Bergamasque, cinque minuti e cinquanta secondi (più o meno) di puro sogno romantico. Un brano talmente bello da nobilitare due film piacevoli ma certo non eccelsi come Paura d'amare e Ocean's Eleven, in cui fa capolino verso la fine. Un brano talmente bello che, qualsiasi cosa tu stia facendo, smetti di farla per ascoltarlo.

Il punto è proprio questo. Conosco un sacco di persone che riescono a lavorare o a studiare con la musica nelle orecchie, affermando che i suoni li aiutino a concentrarsi. Io proprio non riesco: le note mi catturano. E quando ciò non accade, perché la concentrazione sul lavoro è massima, se ho della musica intorno la spengo o chiedo di spegnerla: la avverto come insieme di suoni senza senso.

Ma al di là delle attitudini personali, c'è la questione generale del valore che si dà all'ascolto musicale. Il pezzo di Quartz dispensa consigli sul tipo di musica migliore per lavorare: priva di parole, a intensità di ritmo e dinamica regolare, magari già nota. Insomma, piatta e rassicurante. Un tappeto in cui avvolgersi per isolarsi dal resto del mondo, un freddo stimolatore per neuroni in altre faccende affaccendati. Non conta la musica, ma il suono e la sua omogeneità. Insomma, una pappa indistinta in cui Sigur Ròs, Debussy, Brian Eno e Miles Davis si susseguono e si confondono tra di loro, perdendosi. Mai come in questi casi, il miglior alleato del lavoro (e della musica) è il silenzio.

Comunque, la playlist è questa. Se vi va di ascoltarla, mi raccomando, smettete di lavorare.

giovedì 13 marzo 2014

#serinasco: George Martin

04:41 Posted by Igor Principe , , No comments
Tra gli hashtag più popolari su Twitter c'è #serinasco, ovvero chi o cosa si vorrebbe essere se si potesse vivere una nuova vita. Quando ci penso, mi vengono in mente solo nomi legati alla musica. Cinque, per l'esattezza, e il primo della lista è George Martin (degli altri quattro si parlerà poi).

George Martin condivide con Brian Epstein il ruolo di "quinto Beatle". Il primo, com'è noto, era produttore e arrangiatore, l'altro il manager. Il primo ha avuto una carriera eccellente, il secondo un destino tragico. Ovviamente non è questo il motivo per il quale, se rinascessi, mi piacerebbe essere George Martin; ma per altri dieci.

1) Perché non è un genio predestinato, uno di quelli che dal primo incontro con la musica realizza l'ineluttabilità di un destino fatto di note e suoni. George Martin, prima di diventare George Martin, studia sì musica ma fa anche l'impiegato per il War Office inglese. Le principali mansioni sono dare ordine a documenti e preparare il tè. La non-predestinazione è il modo migliore per tenere lontani i fanatismi artistici.

2) Perché viene dalla musica classica, che gli riempie a dovere il bagaglio culturale e gli affina il sesto senso di cui al punto 3.

3) Perché con i Beatles sfoggia un autentico sesto senso. Epstein gli fa ascoltare un demo di questi quattro sbarbati di Liverpool, e lui da un lato li definisce «piuttosto orribili», dall'altro sente che le voci di John Lennon e di Paul McCartney sono fiori sotto il letame. Ci crede al punto da promettere di scritturarli, qualche settimana dopo, senza averli mai visti dal vivo in un'audizione o in un qualche club.

4) Perché ha sense-of-humour. Dopo la prima audizione ufficiale dei Beatles (3 giugno 1962, sala 3 degli Abbey Road Studios) chiede ai musicisti se ci sia qualcosa che non vada. «La tua cravatta, tanto per cominciare», gli risponde George Harrison (che non ha nemmeno vent'anni). Altri li avrebbero cacciati a pedate, lui ride e se li tiene stretti.

5) Perché il genio è fatto anche - se non soprattutto - di piccole intuizioni. Quando propongono Please Please Me, i Beatles la suonano come una ballad. Martin dice loro di accelerarla. Al termine della registrazione, si rivolge così ai tecnici di studio: «Signori, avete appena registrato il vostro primo numero 1». E' il 26 novembre 1962, il singolo viene pubblicato l'11 gennaio del '63 e il 22 febbraio è al primo posto in classifica.

6) Perché per convincere McCartney a usare gli archi in Yesterday glieli suona come li avrebbe scritti J.S. Bach; perché per quelli in Eleanor Rigby si è ispirato al soundtrack di Psycho; perché per chiudere A Day in the Life si inventa un accordo in mi maggiore suonato in contemporanea da sei mani su tre pianoforti diversi. Ancora: piccole intuizioni di un grande genio.

7) Perché ha lavorato anche con Jeff Beck e con la Mahavishnu Orchestra.

8) Perché c'è il suo zampino anche nelle musiche di James Bond.

9) Perché è stato un Beatle a tutti gli effetti, senza doversi pettinare come loro.

10) Perché avrei dato un braccio pur di lavorare accanto a Lennon e McCartney, dicendo loro quale fosse la strada da seguire.

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mercoledì 12 marzo 2014

Dischi da riscoprire: 'Cure for Pain', dei Morphine

06:57 Posted by Igor Principe , , , , No comments
Si può fare un disco rock basandosi su tre strumenti soltanto? Sì, certo: i Cream, i Police e i Nirvana ne sono la dimostrazione più evidente. Ok, allora precisiamo: si può fare un disco rock basandosi su tre strumenti soltanto se questi sono basso, batteria e sassofono? Eh, dai, così è un casino. E invece si può: Cure for Pain, dei Morphine, ne è la dimostrazione.

Pubblicato nel 1993, è forse il lavoro più apprezzato del trio di Boston formato da Mark Sandman (basso), Dana Colley (sax) e Jarome Dupree (batteria). E' con lui che inauguro Dischi da riscoprire, rubrica tutt'altro che fissa e definita (apparirà quando sarà il caso e trattando i generi senza steccati, come vuole questo blog). La ragione per cui ho scelto Cure for Pain è semplicissima: ricordo esattamente dove fossi e cosa stessi facendo quando l'ho ascoltato per la prima volta. E quando un disco fissa l'istante in modo così nitido, merita che se ne parli (o riparli).

Ero a casa di un amico, Andrea, decisamente appassionato di musica e di mezzi di qualità per ascoltarla. Mi chiamò per mostrarmi le doti dell'impianto hi-fi regalatogli dai genitori per i suoi ottimi risultati scolastici (era davvero bravo, in effetti), e decise di stupirmi con un sound ruvido, cupo ma energico. Dopo poco meno di un minuto di tappeti sonori e note lunghe di sassofono, partì un riff che mi sembrò suonato su una chitarra accordata mille toni più bassa del normale. Poi una rullata, dolce nel tocco ma incessante nel ritmo; e poi una voce cavernosa; e infine un sax impregnato di caldissimo blues.

Stavo ascoltando Dawna, la seconda traccia di Cure for Pain, e ne ero rapito. Ne seguivo l'incedere tenendo il tempo, e mi chiedevo da dove arrivassero tanta energia e pienezza sonora; Andrea mi illustrò la formazione, e io me lo chiesi ancor di più. Me lo chiedo tuttora, felice di non trovar risposta.

Una dettagliata analisi di Cure for Pain l'ha scritta Salvatore Setola su Onda Rock. Io mi limito a sottolineare come, in tempi in cui il successo della moda hipster sta portando all'indie-rock una visibilità talvolta in contrasto con la sua natura (indie, appunto), i Morphine ne siano stati antesignani pazzescamente innovativi. Gli anni Novanta, e in particolare la prima metà, sono stati quelli dell'ultimo movimento rock percepito come tale, il grunge. In mezzo allo spopolare di Nirvana, Pearl Jam, Soundgarden, Alice in chain, e alla moda di genere lanciata anche da film (gradevolissimi, peraltro) come Singles, i Morphine creavano un sound eccellente lavorando sui tre citati strumenti. Mark Sandman, in particolare, riuniva in sé più doti: performer, vocalist (nulla da invidiare a un grande qual è Eddie Vedder), inventore del tritar e di un basso a sole due corde, creatore del suono con cui il gruppo si dà un marchio di fabbrica.

Nel 1995 Carlo Verdone (altro regista, con Sorrentino, dalla personale e spiccata visione musicale) inserisce alcune canzoni dei Morphine in Viaggi di Nozze, uno dei suoi maggiori successi. E' quello il momento in cui il gruppo ha, in Italia, la visibilità maggiore. Buona, ma non tale da deviarne la produzione verso scelte più facili. Scelte che, per l'intromissione del cosiddetto imponderabile, non potranno più essere fatte. Il 3 luglio 1999, su un palco a Palestrina, Mark Sandman sta suonando e divertendosi. «È una serata bellissima - dice al pubblico -, è bello stare qui e voglio dedicarvi una canzone super-sexy». Poi si accascia e non si rialza più, ucciso da un infarto a 46 anni nella città di un altro grandissimo, il Pierluigi che innovò le regole musicali del Rinascimento. Se capitate a Palestrina e siete sula scalinata che conduce ai Giardini del Principe, sappiate che è dedicata a Sandman.

martedì 11 marzo 2014

Scott Bradley, e la musica come sceneggiatura

03:45 Posted by Igor Principe , , , 1 comment
«Spero che il dr. Schönberg mi perdoni per aver usato il suo sistema nel comporre musica divertente, ma anche i ragazzi dell'orchestra ridevano mentre registravamo». La frase è di Scott Bradley, compositore americano dei primi del Novecento. Presentato così, dice poco o nulla; pure, le sue musiche sono tra le più note al mondo, ascoltate - almeno una volta - da milioni di persone. Bradley, infatti, è l'autore dei brani dell'epoca d'oro di Tom & Jerry.

Quei cartoni animati, che dal 1943 al 1952 hanno vinto 7 Oscar, rappresentano uno dei matrimoni meglio riusciti tra musica e immagine (solo in Fantasia si raggiunge una simbiosi di analogo livello, ma con un particolare non di poco conto: le musiche tratte dal miglior repertorio mondiale), e trasformano la "sonora" in vera e propria "colonna". Immaginarli privi di musica è impossibile, ma immaginarli con uno score diverso da quello composto da Bradley lo è di più. Come scrive Ermanno Comuzio in Musicisti per lo schermo, le azioni di Tom e di Jerry «quasi sempre venivano disegnate seguendo, non precedendo, i suggerimenti musicali di Bradley». La musica, con lui, diventa sceneggiatura e smette di essere semplice commento sonoro.

Solo questo basterebbe per attaccargli a vita l'etichetta di genio. Ma è bene ricordare Bradley anche come musicista sopraffino, che era al contempo una calamita di suoni da ogni genere musicale - dai dodecafonici, come s'è visto, al jazz, alla musica popolare, alle citazioni da altri film - e un frullatore, che rimescola il tutto e lo restituisce in una forma irresistibile (piccola polemica: ben più irresistibile dell'ultimo Oscar a una musica per cartone animato, cioè Frozen). I suoi score sono delle autentiche rapsodie capaci, come mostra il video lì sotto, di stare in piedi e di farsi ascoltare anche senza il disegno animato. E di rimanere nella testa - si pensi alla sigla - come sanno fare i temi scritti dai giganti: Morricone, Rota, Williams e altri, a vostra scelta.

lunedì 10 marzo 2014

Il Musichione: per far musica in tv devi ridere

Riguardo al Musichione, avevo letto questa intervista a Elio e Faso su Vanity Fair (nell'edizione integrale che trovate in edicola, perché se la metti tutta su internet poi la gente non affolla le edicole per comprarti il giornale). E mi ero fatto un'idea: il programma degli Elii, che di musica ne sanno, unirà divertimento e divulgazione. Finirò di guardarlo e: 1) ne saprò più di musica; 2) sarò di buonumore. Dopo la prima puntata, però, qualcosa non mi tornava. Così sono andato a rileggermi l'intervista, dove Elio dichiara: «Vogliamo andare lì a suonare e divertirci. Far conoscere la musica e alcuni aspetti dei concorrenti, cantanti noti, ma di cui magari si ignora qualcosa». E allora ho capito.

Il Musichione non è un programma di divulgazione musicale, come poi nell'intervista viene detto diluendo un bel po' il senso del termine. E' invece un programma fortemente targato Elio e Le Storie Tese in cui si fa della sana e benemerita ironia sulla musica leggera e sulla televisione, due ambiti in cui il rischio di prendersi sul serio è piuttosto alto. E in cui si suona dell'ottima musica.

Senza sfociare nella critica televisiva, ecco cosa mi è piaciuto del programma.

1) Pippo Baudo nella parte di un sosia di se stesso: teneva il gioco come solo i grandi sanno fare. E dire che il gioco non è che fosse 'sto colpo di genio. Ma faceva ridere, e non poco.

2) Nek e Mietta. Onesti mestieranti della canzone italiana, si sono prestati con intelligenza - e Nek con un po' più di piglio - alla parodia delle rispettive carriere. E' vero che in cambio hanno avuto un ritorno di visibilità su Rai Due, ma chi accetta di essere colpito dall'ironia altrui merita comunque un encomio.

3) Rocco Tanica, insuperabile nella parte del giornalista televisivo. Una splendida presa in giro dei tic dei grandi inviati (o supposti tali).

4) La versione jazz di Vattene Amore con Franco Cerri alla chitarra.

Sul sito della Rai si può rivedere la prima puntata. Giudizio (per quel che vale): ottimo. Con un dubbio: la certezza che per portare la musica sulla Rai più vista (Rai Uno, Due o Tre) sia necessario l'intrattenimento divertente. Bella scoperta, direte: che cos'è il Festival della Canzone Italiana da vent'anni a questa parte se non un gigantesco varietà televisivo condito con un buon numero di canzoni?

Certo, Sanremo. Ma in realtà pensavo ad altro, e in particolare a Sostiene Bollani. Il programma è stato un successo formidabile e ha portato in televisione musicisti tutt'altro che mainstream (giusto tre nomi dalla seconda serie: Cristina Pato, Paolo Angeli, Sol Gabetta). Alla musica di alta qualità Bollani ha unito il suo piglio da entertainer e frammenti di divulgazione musicale, con il risultato di fare un programma di intrattenimento alto. Gli Elii puntano molto più sul divertimento: non rinunciano alla musica, essendo per primi loro ottimi musicisti, ma nel copione le riservano meno spazio rispetto ai momenti televisivi.

Mi pare che il quadro sia definitivo: parli di musica, ma la tv prevale. E' vero che su altri canali di servizio pubblico (Rai Cinque) non è così. Ma per uno che è cresciuto un gioiello come Doc, prenderne atto un po' dispiace.

venerdì 7 marzo 2014

The sound of silence, 50 anni fa: il mondo ringrazi Tom Wilson

Il 10 marzo 1964 è un martedì. Due sconosciuti autori newyorchesi, Paul Simon e Art Garfunkel, entrano in studio per registrare un brano scritto poche settimane prima. L'autore è Simon, ispirato dall'oscurità del proprio bagno e dallo scorrere dell'acqua dal rubinetto. La canzone si intitola The Sounds of Silence (sounds, al plurale). I due ne sono entusiasti, il pubblico no. Il disco su cui è pubblicata - il loro esordio, Wednesday Morning, 3 A.M. - è un flop. Il duo si scioglie.

Il resto della storia l'ha raccontato Piero Negri sulla Stampa, e non c'è molto da aggiungere. Cosa siano stati Simon&Garfunkel - e poi, da solo, Paul Simon -, quali altre canzoni abbiano scritto e quale sia stato il successo che loro ha arriso è noto anche ai sassi. Forse, però, qualcosa in più si può dire.

Anzitutto, sempre dalla Stampa, ci sono le considerazioni di Massimo Gramellini sul senso di quella canzone e di una piuttosto nota scena da un film. E poi, da parte mia, lo stupore per il senso di tenacia che emerge dalla storia di The Sound of Silence. Il produttore che, malgrado il flop e malgrado Simon e Garfunkel diano segni della reciproca insofferenza che segnerà il loro rapporto professionale, continua a credere nella forza di quel brano e si ingegna per tenere viva la scintilla di ispirazione e genio nata tra le piastrelle di un bagno, è degno di un'epica letteraria. E' un genio, perché indovina in un'altra canzone un suono cui ispirarsi per dare a The Sound of Silence un vestito nuovo (ok, parliamo di Like a Rolling Stone e non di una canzonetta qualsiasi; ma si può pensare che altri ne sarebbero rimasti sopraffatti). E' un giocatore, perché rischia tutto in prima persona a cominciare da uno strappo con gli artisti (mica lo chiede, a Simon e Garfunkel, se può rimetterci le mani sul loro brano). E', alla fine, un sognatore, perché i due già non si parlano più ma lui crede che quella nuova canzone, con il titolo al singolare, possa fare da paciere e dare al talento del duo il giusto compenso.

Quel produttore si chiama Tom Wilson, e un po' di persone devono dirgli grazie. A cominciare da Paul Simon e Art Garfunkel, e a seguire tutti coloro - e non sono pochi - che da quella canzone hanno tratto momenti di pur godimento.

Manlio Sgalambro non ha scritto Fra' Martino

Manlio Sgalambro non ha scritto le parole di Fra' Martino Campanaro, di Madama Dorè e di Il merlo ha perso il becco. E' il caso di ripeterlo, perché l'abbaglio preso da quasi tutti i grandi media ieri, nel dare la notizia della morte del filosofo, è stato da rimaner ciechi a vita. L'unico a salvar la vista è stato Gigio Rancilio, che su Avvenire ha smontato una bufala cui tutti gli altri hanno creduto con un'ingenuità disarmante. Rancilio ha addirittura preceduto Paolo Attivissimo, che ha fama - meritata - di maggior smontatore di panzane telematiche.

Ecco, oggi mi sarebbe piaciuto parlare di Sgalambro ricordandolo in due modi. Anzitutto, come autore di una delle più belle canzoni d'amore nella storia della musica italiana. Vado a memoria, ma non credo di sbagliarmi dicendo che anni fa un sondaggio lanciato da Musica, il magazine di Repubblica, la proclamò "la più bella" (per quel che valgono sia le classifiche sia la mia opinione, penso al numero uno debba starci Io che amo solo te, di Sergio Endrigo). La canzone è La Cura. Franco Battiato ne ha scritto un arrangiamento imponente. Sgalambro è riuscito a parlar d'amore senza dire mai "amore"; partendo dalla fisica («correnti gravitazionali», «lo spazio e la luce»), dalla psiche («sbalzi d'umore», «paure ed ipocondrie») e dall'essere inevitabilmente imperfetti («i fallimenti che per tua natura attirerai») atterra sul senso profondo dell'amare una persona: «perché sei un essere speciale, ed io avrò cura di te». Breve: La Cura è un capolavoro.

Poi avrei voluto ricordare Sgalambro come uomo d'ironia, e nel solo modo in cui ciò sia possibile: riguardandolo mentre canta Me Gustas Tu

Ecco, oggi avrei voluto fermarmi qui. Ma non riesco a evitare i riflessi di quell'abbaglio mediatico, fastidiosi e soprattutto dannosi. Per capire quanto, provo a immaginare due situazioni. 

1) Redazione cultura di un giornale cartaceo, 6 marzo 1994
«Capo, lancio Ansa: è morto Manlio Sgalambro».
«Ok, tiriamo via il pezzo sulle indagini sull'Urlo di Munch e mettiamoci 60 righe di coccodrillo, sentiamo se può scriverle Cacciari».
«Tra l'altro Sgalambro sembra abbia scritto le parole di Fra' Martino e di altre famose canzoni per bambini. Possiamo chiedere a Cacciari di citarle?».
«Dove l'hai sentita 'sta cosa? Mi pare un'idiozia».
«Boh, l'avevo letta su un giornale e sentita ripetere da persone dell'ambiente...».
«Prima di scriverla o di suggerirla a uno come Cacciari, la verifichi. Telefona a chi vuoi, scrivi a chi vuoi, ma la verifichi». 
[Mezz'ora dopo]
«Capo, è una panzana. L'enciclopedia dice che Fra' Martino è una canzone tradizionale del 1780, con il testo tradotto in decine di lingue. Gustav Mahler l'ha citata nel Titano».
«Ecco. Cacciari ha mandato il pezzo?». 

2) Redazione online di un grande quotidiano, 6 marzo 2014
«Capo, è morto Manlio Sgalambro»
«Dove l'hai letto?»
«Lancio Ansa e comunque gira in rete».
«Ok, usciamo al volo. Prendi da Wikipedia, embeddiamoci anche un video di una canzone con Battiato».
«Capo, sto leggendo su Wikipedia, dice che ha scritto Fra' Martino Campanaro».
«Ma dai? Beh, ci sta: era un filosofo. Ma sei on line?».
«Vado subito».
«Muoviti, che gli altri ci fregano!»
[Due ore dopo]
«Capo, Avvenire dice che 'sta storia di Fra' Martino è una panzana. Pare che alcuni autori di Wikipedia abbiano fatto una specie di scherzo».
«Lo dice solo Avvenire?».
«Sì, tutti gli altri sono usciti come noi». 
«E vabbè, non togliere nulla sennò peggioriamo la situazione. E non stare a scrivere rettifiche. Certo però che 'sti stronzi di hacker...»

Un esercizio di fantasia, lo so. Ma il senso è chiaro. E lo conseguenze sono che poi si dà ragione a idee come queste

(Riascoltiamoci La Cura, và). 




giovedì 6 marzo 2014

Cesare Picco, Light on You e le vite degli altri

03:00 Posted by Igor Principe , , , , No comments
Cesare Picco è un pianista la cui musica amo molto. Un po' di tempo fa scrissi poche righe su Light on You, un brano di Piano Calling. Gliele mandai, gli piacquero e apparvero sull'Artbox dedicato al disco. Ve le ripropongo con il post di oggi e con una precisazione doverosa per capire il senso di quanto ho scritto: su Piano Calling, Light on You arriva dopo Life Beetwen, un brano da cui ho tratto l'immagine di un «luogo dominato dalle ombre».

In un pomeriggio di ottobre del 2001 ero seduto a un tavolo con Guido Ceronetti, per parlare di un suo spettacolo per il Piccolo Teatro di Milano. Dovevo scrivere un articolo per il giornale con cui collaboravo. Ceronetti era molto gentile e molto determinato. Con un lieve sorriso spiegò che detestava la passerella, e che era quello il motivo per cui al termine della rappresentazione né lui né gli altri attori con cui lavorava uscivano sul palco a raccogliere gli applausi del pubblico, lasciando che si infrangessero contro il sipario chiuso.

Poco prima, Ceronetti ricordava con Sergio Escobar – il direttore del Piccolo – un loro incontro. In realtà, era Escobar a ricordarlo. Erano in una stanza illuminata molto male, e piena di cose da usare in teatro: maschere, costumi, attrezzi di scena. Facendosi strada nel disordine, Escobar raggiunge una porta. La apre, ed è travolto dalla luce. La porta immetteva in una stanza speculare, illuminata con forza e priva di oggetti. Il ricordo di quell’impatto era indelebile.

Quando ho ascoltato Light on you ho avuto, dalla prima nota, la stessa sensazione: entrare in una stanza colma di luce venendo da un luogo dominato dalle ombre. Ora, il passaggio dal buio alla luce è un’immagine positiva in modo tanto evidente da risultare banale. Infatti, il punto non è questo. Il punto non è la forza della musica nell’illuminare l’oscurità. Il punto è che quel brano lo fa in modo così intenso da trasformare il ricordo di un’altra persona in un’esperienza personale. Dalle prime battute di Light on you, sono io che apro quella porta. Anche se non l’ho mai aperta.

mercoledì 5 marzo 2014

Paco de Lucia, e quella Friday Night in San Francisco

Pochi giorni fa è morto Paco de Lucia. Per capirne la grandezza come musicista - de Lucia è ben più che il maggior chitarrista flamenco della storia - consiglio la lettura di un pezzo apparso su Repubblica. Dice quel che c'è da sapere, non dimenticando di citare uno dei suoi maggiori successi: Friday Night in San Francisco.

Trascurarlo sarebbe stato impossibile. Per molte persone - molte più di quelle che si immaginino appassionate di chitarre, di musica folk e di jazz - quel disco è come un riflesso pavloviano che s'accende al pronunciare tre nomi: Paco de Lucia, Al Di Meola, John McLaughling. Tre chitarristi sublimi, che il 5 dicembre 1980 si riunirono sul palco del Warfield Theatre di San Francisco per una jam session. Il concerto fu memorabile e l'album che ne nacque vendette oltre cinque milioni di copie. Un record, se si consideri che - a volerle appiccicare un'etichetta di comodo - si tratta di fusion e di musica per tre chitarre. Tuttavia, quanto accadde quella sera fu troppo spettacolare per non stupire i presenti e tutti quelli che, dopo, ne hanno ascoltato almeno un brano.

I tre giganti scatenano una grandinata di virtuosismi, scale e colpi ad effetto seguendo semplicemente una traccia e innestandovi le proprie improvvisazioni. Velocità di esecuzione e pulizia del suono raggiungono livelli di eccellenza assoluta, e strappano al pubblico in sala istintive grida di giubilo. Il tasso di tecnica musicale alimenta l'entusiasmo di chi suona e di chi ascolta. Alla fine si resta quasi sopraffatti, e si ha voglia di riascoltare ancora tanta perizia. E ancora, e ancora. Poi, accade qualcosa.

Quel qualcosa è lo stupore che diventa abitudine, se non noia. Milioni di note, di scale, di glissati, di accordi complessi, di ritmiche trascinanti procurano un senso di indigestione. L'orecchio chiede tregua, cerca melodie semplici, invoca poche note ma sentite. Riascoltato a 34 anni di distanza, Friday Night in San Francisco suona come un disco che ha fatto il proprio tempo. Certo, di quel tempo è figlio: stile e alla tecnica, soprattutto tra i chitarristi, sono stati elementi imprescindibili nella musica popolare del Novecento: li cercavano gli appassionati di jazz, di rock e di pop. Ora quell'attenzione è rimasta solo per il jazz, dove sono parte del linguaggio; altrove il linguaggio è il testo, e sono davvero pochi quelli che sentono il bisogno di un buon assolo di chitarra in una canzone.

Friday Night ha però fatto il proprio tempo perché - diversamente da altri dischi di potenziale nicchia trasformatisi poi in fenomeni di massa, e penso tra tutti al Köln Concert - alla fine ciò che manca è il ricordo di una melodia precisa, di una parentesi di musica capace di restare nella memoria e di scendere al cuore di chi ascolta. Ciò che manca è la forza della semplicità.

martedì 4 marzo 2014

Il talento di Mr. Sorrentino per la musica

Non mi è sembrato un capolavoro. Ma un bel film, quello sì. E mi fa piacere che La Grande Bellezza abbia vinto l'Oscar. E un po' mi sorprende che, tra candidature e vittorie, l'unica chance per un premio alla colonna sonora sia stata un Nastro d'argento. Chance non colta, per di più.

Se fosse stato possibile, alla Grande Bellezza avrei dato anche l'Oscar per il soundtrack. Non solo alle musiche composte ad hoc da Lele Marchitelli, ma all'intero pacchetto sonoro con cui Paolo Sorrentino ha sostenuto il suo racconto confermandosi come uno dei registi più estrosi nell'unire il suono all'immagine. 

Sorrentino marca la lentezza del racconto con musiche di Lang, di Gorecki, di Bizet. Accanto ad esse riesce a far convivere il Venditti di Forever (non quello dei tempi migliori) e la forza debordante della Carrà e di Sinclair (impossibile immaginare quella scena con una canzone diversa). Sorrentino mostra una capacità unica di unire i generi, trasferendo se stesso nel modo in cui si è raccontato in questa intervista, dove a un certo punto gli si 'rinfaccia' Califano e lui risponde: «Certo che sì, Califano ha scritto tanti bei pezzi. Ma della musica ascolto tutto, tutti i generi. Forse ciò che ascolto di meno è il jazz. È una musica che per il tipo di cose che faccio io si adatta poco. Tutto il resto sì, canzonette, musica classica, folk americano…». Parole che rendono ancor più unica questa sua capacità, se si pensi che il regista rinuncia a pescare da uno dei vivai più ricchi per la musica da grande schermo, cioè il jazz.

Sorrentino, insomma, è talentuoso anche nella visione musicale. Ma se dovessi scegliere un'icona di questo suo talento, tornerei al Divo. E alla scena della passeggiata notturna di Andreotti per una Roma deserta, dove la tensione espressa dagli uomini della scorta incontra la serena dolcezza della Pavane di Gabriel Fauré. L'effetto è straniante, e magnifico.

lunedì 3 marzo 2014

Oscar a Frozen: Let It Go è una canzone perfetta (pure troppo)

05:50 Posted by Igor Principe , , , , No comments
L'Oscar alla canzone originale è andato a Let It Go, scritta da Kristen Anderson-Lopez e da Robert Lopez per Frozen (che ha vinto anche come film d'animazione). E' stata una scelta ovvia: si tratta di una canzone perfetta, letteralmente vestita sul film.

Che sia tale lo si capisce dalla scena in cui viene cantata, e in particolare da un dettaglio: il crescendo di archi che accompagna il momento in cui la principessa Elsa erige magicamente il suo castello di ghiaccio. Come in un musical - guarda caso, a breve Frozen sbarcherà a Broadway - musica e azione scenica vanno di pari passo. L'effetto è inevitabilmente trascinante. A questo si aggiungano la gran voce dell'interprete, Idina Menzel, un arrangiamento a orologeria (partenza melodica e intimista, arrivo esplosivo e ottimista) e il risultato è certo.

Ha vinto la miglior canzone? Secondo i canoni, sì. Ma ha anche vinto la scelta più ovvia. Nella quaterna delle candidate (Alone not yet alone, tratta dal film omonimo, è stata esclusa perché il suo autore ha rotto le palle ai votanti) c'erano spunti con i quali l'Academy avrebbe dato un segnale di novità pari a quello con cui, sul fronte dei film, ha premiato Gravity (regia, colonna sonora e altre 5 statuette). Non penso tanto alla canzone degli U2, verso i quali non riesco a liberarmi dell'idea che da Achtung Baby (1991) abbiano perso la loro miglior vena. Penso invece a The Moon Song e a Happy. La prima è di Her, la canta Karen O ed è una ballata per chitarra e voce. Semplice e intensa. L'altra è di Cattivissimo me 2, impazza in radio con Pharrell Williams e, per quanto mi riguarda, coerente con il proprio titolo: la ascolto, e mi procura buonumore.

Premiando una delle due - parere del tutto personale: avrei scelto Happy - l'Academy avrebbe fatto una scelta un po' meno scontata. In ogni caso, se ve la siete persa, ecco la canzone vincitrice.

sabato 1 marzo 2014

Stromae: il disco non rende giustizia

07:41 Posted by Igor Principe , , , No comments
Racine carrée è un disco che non rende giustizia a Stromae. Capiamoci subito: è un gran disco, e se ascoltato chiuso in auto a Milano in un sabato di pioggia battente può garantire effetti quasi lisergici. Ma il solo ascolto restituisce del suo autore un'immagine incompleta. Stromae, anche per quel che si è visto una settimana fa a Sanremo, è un talento soprattutto nell'interpretazione. E' più uomo da palco che uomo da studio.

Certo, in studio si muove con scioltezza. Racine carrée sembra dar ragione a Lavoisier e alla sua legge di conservazione della massa: nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma. Stromae ha preso hip hop, dance, techno, canzone d'autore, world music e citazioni colte, le ha messe insieme e le ha trasformate in un prodotto unico, riuscito poiché catalogabile con estrema difficoltà. L'autore pare anche capace tenere insieme ciò che spesso tende a collidere: un testo autorale con una ritmica pensata esclusivamente per ballare. E senza concessioni alla tecnica musicale: le armonie e le melodie sono sicuramente innovative, ma non si percepisce la presenza di alcuno che sappia suonare uno strumento. Al solo ascolto, insomma, Racine carrée può dirsi lavoro icona di questi anni: un gran miscuglio, in cui lo spunto creativo vincente è nel prendere qui e lì, nel mescolare la tradizione con una visione nuova, e in cui - nel mondo della musica leggera - la tecnica strumentale non è più così determinante.

Ma la vera potenza di Stromae emerge in video e sul palco, dove al canto unisce l'interpretazione. La storia narrata dal testo diventa copione, e lui lo recita con un trasporto cui è difficile restare indifferenti. E con un talento degno di un trasformista, come si vede qui sotto.