Musica, senza steccati

mercoledì 19 marzo 2014

Beethoven e Stravinskij, fotografie in musica

Ludwig Van Beethoven, Sinfonia n° 3; Igor Stravinskij, Petruscka. Credo che siano due fotografie con cui si riesca a capire il senso dei secoli in cui sono state create. Sono due istantanee con cui la musica mostra di essere arte calata nella Storia, nelle sue miserie e nelle sue grandezze. Sono due immagini di oltre dieci anni fa, quando le ascoltai all'Auditorium di Milano dirette da Riccardo Chailly, allora «a capo» dell'Orchestra Verdi. Ne fui impressionato, scrissi qualche appunto. L'ho ritrovato, e mi va di ripubblicarlo.

Il primo scatto è di Ludwig van Beethoven, Sinfonia n° 3, l’«Eroica». Anno 1803, il musicista è affascinato da quel tornado chiamato Napoleone, ne vede l’incarnazione del modello di eroe. E gli dedica una sinfonia che poi giudicherà «la migliore e la più cara delle mie creature musicali». Poi l’eroe diventa imperatore, «Dio me l’ha data e guai a chi me la tocca». E a Beethoven girano le scatole. Straccia la dedica, la terza sinfonia non è più «Bonaparte» ma «Eroica». Meglio, «Sinfonia Eroica…composta per festeggiare il ricordo di un grand’Uomo». Questa è la storiella, ma la Storia che sta dietro alla partitura è un’altra cosa. E’ la Storia di una polaroid sul futuro, di una finestra che un colpo di vento spalanca su un panorama ignoto, come se un mattino, aprendo le imposte di casa, non apparisse il palazzo di fronte ma la Luna. Beethoven ha scattato una foto a ciò che sarebbe stato l’Ottocento: l’epica romantica, gli idealismi, le guerre d’indipendenza, le rivoluzioni sociali, il Quarto Stato, la locomotiva di Stephenson. Scardinando i canoni musicali di Haydn e Mozart, il giovane Ludwig si infila nella buca del suggeritore per lanciare messaggi ai posteri. «Si può fare», dice loro. E loro raccolgono l’invito, e scardineranno lo status quo.

L’altro scatto è di Igor Stravinskij, «Petruscka». La musica si frammenta in una sequenza di quadri, ricama facili melodie su un tappeto di dissonanze, evoca immagini. Nella Polaroid di Stravinskij appaiono una sala buia e uno schermo. E’ il ritratto di un cinema, vi si proietta una New York che si muove a ritmo di swing, marciapiedi percorsi da ghette e bastoni, boa di struzzo fendono l’aria, il fumo azzurrognolo sale da sigarette fissate in lunghi bocchini neri. Il mento lungo di George Gershwin sembra far capolino da una finestra, ché l’aria è rigonfia dei suoni da cui lasciarsi ispirare. La sera del 13 giugno 1911, al Theatre du Chatelet di Parigi, il pubblico scopre il volto enigmatico del Novecento. Ne ascolta la voce, ne respira la frenesia, ne vive il caos. Si trova davanti al concetto di colonna sonora, coglie l’eco di una cosa che «se non sai cos’è, allora è jazz». Stravinskij racconta alla platea che d’ora in poi le cose non saranno più così semplici. Che la musica e l’arte, la società, la Storia dovranno fare i conti con il caos di un’evoluzione incontrollabile. Con un bailamme chiamato Novecento.

Beethoven, Stravinskij; Ottocento, Novecento. Chi sarà in grado di fotografare il secolo XXI?

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