Musica, senza steccati

lunedì 17 marzo 2014

Costellazioni di Luci della Centrale Elettrica: una non-recensione

Al primo posto della classifica Fimi-GFk degli album italiani più venduti c'è Costellazioni, delle Luci della Centrale Elettrica. E' una new entry, ha scalzato Ligabue e Arisa e altri sette nomi da ascolto facile e redditizio (per loro). Se fossi un realista prossimo al cinismo, direi che ha ragione Angelo Branduardi quando dice che «essere in hit parade oggi significa aver venduto quattro dischi». Perché non riesco a spiegarmi come un disco qual è Costellazioni possa sedurre le masse.

Non è un brutto disco. E' ricercato, innovativo e colto. Gronda citazioni dal cinema (basti il primo verso della prima canzone) e da altre canzoni, queste ultime trattate con una ironica irriverenza («Se ti tagliassero a pezzetti il vento li disperderebbe», con buona pace di una delle più belle canzoni di De Andrè). Sferza la contemporaneità, le sue paure (la mancanza di una rete internet stabile) e i suoi equivoci («Faremo l'amore in scena e la gente penserà che è danza contemporanea»). E ha una musica varia, che si potrebbe definire indie un po' come quando parli di jazz perché non sai che diavolo hai ascoltato ma hai bisogno di una definizione per chiarirti le idee.

Insomma, non riesco a spiegarmi come il disco di un autore qual è Vasco Brondi, vincitore di un «Premio Tenco», una vena letteraria ricchissima, un volto tenebroso incorniciato un due basette dal 1974 (ma lui è nato dieci anni dopo) riesca a volare al numero uno in classifica. Brondi è un fiume in piena di visioni, racconti e immagini accostate l'una all'altra con la tecnica - fatte le debite proporzioni - di James Joyce nell'Ulisse. C'è dentro, in Costellazioni, un sacco di roba con un sacco di musica: 15 canzoni, mediamente molto brevi e molto varie tra di loro. Non è un disco che puoi ascoltare facendo altro: se vuoi capirci qualche cosa, devi metterti lì e interpretarlo come si fa con un certo ermetismo. Per esempio, quello del De Gregori di Rimmel o di Pablo.

Ecco, De Gregori. Non sono io ad accostarlo a Vasco Brondi, ma lo scrittore Marco Lodoli. E per certi versi gli do ragione. Ma sento che qualcosa, nelle Luci, mi manca, e che De Gregori aveva: la melodia.
A distanza di decenni non ho ancora capito cosa rimanga tra le pagine chiare e le pagine scure, e cosa c'entri il collega spagnolo con il suo gallo di battaglia e con una latteria che diventa terra. Ma quelle canzoni le canto e le ricordo. Quelle delle Luci mi sembra impossibile poterle mandarle a memoria, a meno di non riuscire a ricordare racconti interi. Non c'è la musica ad aiutarmi a fissare il testo, che è sì sorretto dalle note ma come potrebbe esserlo una declamazione con un sottofondo.

Ma se Costellazioni è al primo posto in classifica, qualcosa vorrà pur dire. E cioè: o ha ragione Branduardi, o questo non è più un paese per vecchi. Cioè per me.

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