Musica, senza steccati

venerdì 21 marzo 2014

Giulia Mazzoni, l'anti Allevi (qualsiasi cosa ciò voglia dire)


I comunicati stampa di rito e una sponsorship di Facebook su Giulia Mazzoni come «l'anti Allevi» mi hanno incuriosito verso Giocando con i bottoni, il suo primo disco. Per ascoltarlo con cognizione di causa ho spulciato i social e ho trovato sulla pianista pratese commenti di tre tipi: indifferenza (pochi), plauso entusiastico (molti), difesa o attacco a Giovanni Allevi (moltissimi). Prima di parlare del disco, parto da qui per dire una cosa molto semplice: l'impostazione come «anti-qualcosa» mi suona debole, se non errata.

In primo luogo, perché non riesco a identificare un antagonismo a colpi di musica. E in generale a colpi di arte. La dialettica Beatles-Stones, Verdi-Wagner, Coppi-Bartali non ha davvero senso se non per alimentare sterili discussioni tra i rispettivi fans, spesso ignari che i primi a non litigare sono i protagonisti stessi (Jagger e McCartney sono amici; Coppi e Bartali lo sono stati a loro modo; Verdi e Wagner si stimavano ignorandosi). Cosa significa, dunque, essere «l'anti Allevi»? Suonare al contrario i suoi brani?

Allontanato questo tipo di immagine di Giulia Mazzoni, mi sono concentrato sul disco. L'ho ascoltato, e riascoltato. Risultato: disorientamento. E fondato sospetto - prossimo alla certezza - che qualcosa mi sfugga. Nei quattordici brani che compongono Giocando con i bottoni ho trovato soltanto suoni uniti in modo da comporre melodie e armonie, che in alcuni casi mi richiamavano alla mente Michael Nyman e in altri Ludovico Einaudi. Punto.

Poi ci sono le cose che non ho trovato. Due in particolare: 1) tecnica esecutiva; 2) interpretazione. Il punto 1 non è un'ingrediente necessario per essere un buon musicista: Ennio Morricone, per dirne una, non è un trombettista sopraffino pur avendo un diploma in quello strumento; e non è un direttore d'orchestra, poiché sul palco si limita a tenere il tempo lasciando che l'organico suoni praticamente da solo. Ma cosa siano le sue musiche da film è inutile ricordarlo. Anche dai dischi di Ludovico Einaudi non traspare un pianismo eccelso, ma ci sono idee, personalità e suggestioni. Io non ne sono particolarmente sedotto, ma non posso negarne il valore.

Il punto 2 invece è essenziale se ti proponi come pianista. L'interpretazione è la tua voce, è la tua idea di musica, è la tua filosofia, è il tuo punto di vista su tue composizioni o sulla letteratura musicale. Quello che ho indovinato in Giulia Mazzoni è uno stile quasi inciampato, a tratti insicuro. L'ho ascoltato, e mi sono detto: «Se io avessi suonato così al cospetto della mia insegnante, le mi avrebbe detto che ok, le note sono giuste e non ci sono errori, ma che era giunto il momento di andare ben oltre, e di metterci l'anima. E di suonare sul serio».

Ecco perché, dopo aver visto tutto quel parlare su di lei e dopo averne ascoltato il disco, non riesco a orientarmi. Continuo a chiedermi: «Ma perché se ne parla, perché mi ritrovo a parlarne?». Qualcosa mi sfugge. Chi l'ha colto, mi aiuti a capire. Oppure - di nuovo - questo non è più un paese per vecchi.


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