Musica, senza steccati

venerdì 28 marzo 2014

#guardiamoavanti: lo spot di Enel ignora la musica

03:00 Posted by Igor Principe , , , , , , No comments
La Dolce Vita, il Neorealismo, la grande cucina italiana, la notte del Bernabeu e il cielo è azzurro sopra Berlino, i giganti della moda, i capitani dell’industria, i maestri dell’artigianato, l’Impero Romano, il Colosseo, il Rinascimento, poi Leonardo, Michelangelo, Pinocchio e la Divina Commedia. L’elenco è snocciolato in #guardiamoavanti, lo spot di Enel che dal 22 marzo gira tra tv e web. La campagna è firmata da Saatchi&Saatchi, e il messaggio è chiaro: siamo stati grandi, troviamo l’energia per tornare a esserlo.

Spot encomiabile, e necessario. Bella anche l’idea di disegnare un ritratto dell’Italia come appare nel mondo; un ritratto accennato, perché la nostra è una storia così densa che comprimerla in meno di un minuto è impossibile. Un ritratto giocoforza incompleto. Forse troppo.

C’è il cinema, con un film simbolo e la corrente più nota. C’è il cibo. Ci sono i trionfi calcistici. Ci sono gli stilisti, e un poco comprensibile richiamo alla nostra economia. C’è la storia, c’è l’arte, c’è la letteratura. C’è tutto questo ed è giusto. Ma non c’è la musica, campo nel quale l’Italia ha regalato al mondo un gioiello di valore pari almeno a quello dell’arte rinascimentale: l’opera. Rossini, Bellini, Donizetti, Verdi, Puccini, giusto per ricordare la cinquina di sempre; Lorenzo Da Ponte, giusto per ricordare i lavori di un tale Mozart; la Camerata de’ Bardi di Firenze, giusto per ricordare il reparto maternità del melodramma.

Potrei andare avanti a lungo, ma preferisco affidare ad altri due spunti di riflessione. Il primo è di Kurt Pahlen, autore di una Storia della Musica che mi è molto piaciuta. Parlando di opera, Pahlen affronta il capitolo Napoli, «dove tutti i cittadini, borghesi e operai, pescatori ed erbivendoli, sono dotati di una voce meravigliosa. E a Napoli si celebra il trionfo del bel canto, della dolce, tenera, inebriante melodia di fronte alla quale tutto scompare: senso, testo, logica, azione drammatica. A Napoli l’opera compie il passo decisivo verso ciò che il mondo definisce oggi “opera italiana”; essa è stata creata dall’allegro ed esuberante temperamento meridionale, che si entusiasmò oltre ogni limite della propria creatura…».

Anche l’austriaco Pahlen sembra entusiasta come un napoletano. Ma il suo è comunque l’entusiasmo dello studioso. Qui si innesta la seconda riflessione. La fa Lorenzo Arruga, critico e storico, autore di Il teatro d’opera italiano: «Si studia poco, in Italia, la musica; e l’opera viene considerata nei libri una specie di branca, se non un sottoprodotto, della musica: così gli scritti in proposito, libri e critica, sono affidati ai musicologi, che la inseriscono nel contesto della loro disciplina. Anche le rare storie dell’opera sono scritte in questo modo autoreferenziale, e spesso a staffetta, senza il tentativo di una vera narrazione».

Arruga tocca il tema della divulgazione, punto chiave - e debole - nella diffusione della cultura tout court in Italia. Restando a Enel, si può addurre la riflessione a discolpa dei creativi e del loro buco. Quest’ultimo è emblematico della questione; la discolpa è però solo parziale. Sarebbe bastato citare soltanto Giuseppe Verdi, l’operista più rappresentato al mondo.

«Il nostro è stato un grande passato, ma adesso è ora di guardare avanti», conclude lo spot. Ma anche di guardare un po’ meglio a chi siamo.

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