Musica, senza steccati

martedì 18 marzo 2014

Oscar Peterson? Bravo, ma che palle!

Non è per mettere le mani avanti, ma è per rendere onore alla verità dei fatti che dico di non essere io a pensarla così, su Oscar Peterson. Il titolare di un gusto tanto perentorio è infatti Enrico Rava, come testimonia il video nel quale discute del pianista con Stefano Bollani. Il quale sembra quasi giustificarsi della passione per Peterson: «Avevo undici anni, chi mi diceva che c'era anche Bud Powell?». Come se, alle orecchie di un calibro qual è Rava, ascoltare il buon Oscar fosse una colpa.

Ovviamente non lo è. Quel che Rava esprime senza troppi riguardi è solo lo scontro tra due visioni del jazz che, in termini letterari, potremmo esprimere così: Marcel Proust vs Raymond Carver. Da un lato il periodare lungo e raffinato, a tratti barocco; dall'altro la parola ridotta all'osso. Nel jazz - ma anche nel rock, se pensiamo a due chitarristi quali Yngwie Malmsteen ed Eric Clapton - c'è una dialettica tra due tipi di musicisti: quelli che diluviano scale, arpeggi, tecnica e velocità; quelli che centellinano le note in poche ed efficaci frasi.

Non è una differenza di poco conto. Uno degli elementi centrali nella carriera di un musicista è la costruzione di una propria voce: la ascolti, e riconosci chi ti sta parlando. L'attenzione a poche e scelte note, a rigor di logica, sembra privilegiare in questa edificazione i Raymond Carver. Ciò non toglie, tuttavia, che i Proust ne siano esclusi. Stuart Isacoff, ottimo divulgatore musicale, ha sintetizzato così il tema riferendolo al jazzista canadese: «La facilità priva di sforzo e la precisione meccanica, qualità che fecero la fama di Peterson, non erano semplici peculiarità del suo stile strumentale: erano le fondamenta stesse della sua arte».

Insomma, Oscar Peterson parlava attraverso una tempesta di note. Noioso? Può darsi. Anzi, in alcuni casi sì, qualche scala poteva risparmiarsela. Ma come per Proust, negare la grandezza di Peterson sarebbe solo una bugia. Così come grande è stato il suo addio alle scene, come sempre Isacoff l'ha raccontato in un bellissimo libro (di cui parlerò):

«In quella serata del 2006, una delle poche esibizioni prevista da quella tournèe che si sarebbe rivelata il suo addio alle scene, a più riprese emerse l'antico splendore, a dispetto del tempo trascorso e della malattia. Emerse anche la fatica, certo. Ma non contava: suonare gli era necessario come mangiare, come respirare. "Ecco la mia terapia" aveva detto dopo aver finito il set, accennando al pianoforte mentre un breve sorriso si faceva strada su sul viso per metà paralizzato. Ma nei momenti memorabili di quel concerto, il grande Bösendorfer, di un nero brillante, che occupava quasi per intero il palcoscenico del Birdland, aveva assunto un significato diverso, più importante perfino della salute personale del pianista: era diventato, per tutti i presenti, il centro dell'universo».

0 commenti:

Posta un commento