Musica, senza steccati

martedì 4 marzo 2014

Il talento di Mr. Sorrentino per la musica

Non mi è sembrato un capolavoro. Ma un bel film, quello sì. E mi fa piacere che La Grande Bellezza abbia vinto l'Oscar. E un po' mi sorprende che, tra candidature e vittorie, l'unica chance per un premio alla colonna sonora sia stata un Nastro d'argento. Chance non colta, per di più.

Se fosse stato possibile, alla Grande Bellezza avrei dato anche l'Oscar per il soundtrack. Non solo alle musiche composte ad hoc da Lele Marchitelli, ma all'intero pacchetto sonoro con cui Paolo Sorrentino ha sostenuto il suo racconto confermandosi come uno dei registi più estrosi nell'unire il suono all'immagine. 

Sorrentino marca la lentezza del racconto con musiche di Lang, di Gorecki, di Bizet. Accanto ad esse riesce a far convivere il Venditti di Forever (non quello dei tempi migliori) e la forza debordante della Carrà e di Sinclair (impossibile immaginare quella scena con una canzone diversa). Sorrentino mostra una capacità unica di unire i generi, trasferendo se stesso nel modo in cui si è raccontato in questa intervista, dove a un certo punto gli si 'rinfaccia' Califano e lui risponde: «Certo che sì, Califano ha scritto tanti bei pezzi. Ma della musica ascolto tutto, tutti i generi. Forse ciò che ascolto di meno è il jazz. È una musica che per il tipo di cose che faccio io si adatta poco. Tutto il resto sì, canzonette, musica classica, folk americano…». Parole che rendono ancor più unica questa sua capacità, se si pensi che il regista rinuncia a pescare da uno dei vivai più ricchi per la musica da grande schermo, cioè il jazz.

Sorrentino, insomma, è talentuoso anche nella visione musicale. Ma se dovessi scegliere un'icona di questo suo talento, tornerei al Divo. E alla scena della passeggiata notturna di Andreotti per una Roma deserta, dove la tensione espressa dagli uomini della scorta incontra la serena dolcezza della Pavane di Gabriel Fauré. L'effetto è straniante, e magnifico.

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