Musica, senza steccati

mercoledì 30 aprile 2014

Dio è entrato in sala, e suona jazz

02:39 Posted by Igor Principe , , No comments
Oggi è la Giornata Internazionale del Jazz, promossa dall'Unesco. Secondarte dà il proprio piccolissimo contributo con questo post, in cui si parla di due cose.

La prima è la nascita del Jazzit Club di Milano, con il concerto di Enrico Merlin e del suo UN-Covered Music Project. Appuntamento venerdì 2 maggio, al Bistrot del Teatro. Dei Jazzit Club, iniziativa meritoria e innovativa in un momento in cui la parola «crisi» spunta da ogni angolo delle nostre giornate, tornerò a parlare quanto prima e con maggiori dettagli.

La seconda è un semplice omaggio ad Art Tatum. Perché proprio lui? Perché è stato più grande pianista nella storia del jazz. Con il Martchelo di Manta-Ray abbiamo spesso discusso sull'inutilità di quelle classifiche che provano a individuare il migliore di tutti i tempi in una specifica disciplina. Ne ragionavamo parlando di sport, e in particolare di Roger Federer: Martchelo, che ne è fan forse più di quanto io lo sia di Springsteen, rifiuta l'idea di considerarlo il più grande tennista della storia. Il livello del gioco, l'evoluzione della tecnica e delle attrezzature non permettono paragoni del presente con il passato, sicché tracciare una linea oggettiva è impossibile. E' un approccio che condivido: ciascuna era di qualsiasi ambito ha avuto i propri campioni assoluti. Ma credo anche che Art Tatum rappresenti l'unica eccezione a questa regola.

Il video lì sotto racconta di lui e del suo inaudito talento. E dice quel che c'è da dire. Io aggiungo solo: buon jazz a tutti.

lunedì 28 aprile 2014

Musica nel Buio: otto motivi per leggerlo

02:54 Posted by Igor Principe , , , , No comments
Ho scritto spesso di Cesare Picco, pianista che amo perché è impossibile etichettarlo. Non è un classico, non è un jazzista, non è un contemporaneo, non è un rocker. E' tutto questo, sintetizzato in uno stile tutto suo. E', semplicemente, un musicista.

Picco è anche l'inventore dei Blind Date, i concerti al buio. Ne vidi uno al teatro Dal Verme di Milano e fu come ascoltare musica per la prima volta. In quell'occasione capii un concetto essenziale, e dal quale Picco stesso fa partire Musica nel Buio (Add Editore), il libro in cui racconta come sono nati, e perché, i Blind Date. Quel concetto è il primo di alcuni motivi per i quali è questo libro è da leggere.

1) Perché la musica si ascolta, non si vede. Eppure tutti diciamo «vado a vedere un concerto» (io stesso l'ho scritto qualche riga più su). L'immagine del musicista - su un palco o in un video - tende a prevalere su ciò che sta suonando. I videoclip e YouTube possono aver alimentato questo modo di fruire della musica, ma - come racconta Picco - già con Paganini l'icona della star prevaleva sul suono. Il pubblico che accorreva ai suoi concerti non voleva solo ascoltarne il genio, ma anche vederne la figura, mefistofelica e affascinante.

2) Perché il Blind Date vuole ricordare che, appunto, la musica si ascolta. E ci riesce. I 30 minuti di buio assoluto in cui si svolge parte del concerto annullano ogni possibile distrazione per chi sia in sala. Anche quella di cui un concerto ordinario non potrà mai liberarsi, e che è espressa dalla personalità dell'artista: la gestualità del direttore d'orchestra, il trasporto di chi suona verso il proprio strumento, la visione d'insieme dell'organico orchestrale. Tutto ciò è parte dello spettacolo, ma tende più a parlare all'occhio che all'orecchio.

3) Perché la musica d'ambiente - o, come si dice oggi, da aeroporto - ha un padre nobile: Erik Satie. Il racconto della sua nascita è una delle parti più coinvolgenti del libro.

4) Perché un Blind Date nei paesi arabi è impossibile. Picco scrive di quando lo propose dopo aver suonato in un'imprecisata località del Golfo Persico. La reazione degli interlocutori è sorprendente, e divertentissima.

5) Perché per fare musica, e farla bene, non serve un gran coda e una sala da concerto. Basta un pianoforte verticale dall'accordatura sommaria e un pubblico che è lì e può solo ascoltare, perché è fatto di bambini e ragazzi non vedenti. Accadde in India, e Picco ne fa un racconto bellissimo.

6) Perché fa vedere la paura del pianista di fronte alla tastiera.

7) Perché non è un libro didascalico, o semplicemente divulgativo. Il racconto è costruito come in un film a più situazioni: un quadro dopo l'altro, ti porta alla fine.

8) Perché è scritto gran bene.

I Blind Date si concludono con un bis: Hikari. Buon ascolto.


giovedì 24 aprile 2014

Bruce, non starai esagerando?

01:38 Posted by Igor Principe , , No comments
In occasione del Record Store Day, lo scorso 19 aprile, Bruce Springsteen ha pubblicato un ep: American Beauty. Sono quattro canzoni, su vinile per l'occasione e in digitale per i giorni successivi. Come ogni buon fan, mi sono precipitato ad ascoltarle. Un quarto d'ora dopo - tanto dura l'ep - ho avuto nostalgia di un periodo che per chi segua Springsteen almeno dai tempi di Born in the Usa (trent'anni fa, per capirci) è stato decisamente faticoso.

Parlo dei cinque anni trascorsi tra il 1987 e il 1992, un lustro di silenzio tra le uscite di Tunnel of love e del duo Human Touch - Lucky Town. Cinque anni senza dischi e praticamente senza concerti. Cinque anni per me molto utili, perché ne ho approfittato per “studiare”: ascoltai tutto ciò che venne prima di Born in the Usa e centinaia di bootleg dei suoi show. Anni di scoperte meravigliose e, proprio per questo, di sofferenza nell'attesa di una novità da parte di chi aveva scritto canzoni come - una su tutte, quella che amo di più - Thunder Road. Ricordo come una boccata d'ossigeno un numero di Follow That Dream, la fanzine italiana diretta da Ermanno Labianca, dedicata al concerto acustico del Christic Institute di Los Angeles, 1990: c'era il racconto di uno show memorabile, non facile, con alcuni brani nuovi a dire che qualcosa si stava muovendo.

In quegli anni capii anche che Springsteen era capace di togliere da un disco canzoni che, per scriverle, altri si sarebbero fatti tagliare un orecchio. Fire e Because the Night sono esemplari: due autentiche hit segate da Darkness on the Edge of Town perché non in linea con la poetica di quel disco. Capii insomma che tipo di artista fosse: uno che fa un disco solo quando ha qualcosa di preciso da dire. Tra l'87 e il '92, evidentemente, voleva tacere.

Springsteen ora è cambiato. Ha cassetti pieni di canzoni e ha deciso che meritano di essere ascoltate. Lo ha detto lui stesso presentando High Hopes, il suo penultimo lavoro, uscito appena 4 mesi fa (gennaio 2014). Dodici brani, di cui solo sei inediti: gli altri, in una qualche forma, erano già stati pubblicati. Una mossa non troppo gradita dai fan, che però nel suo caso gli perdonano tutto (sono il primo a farlo) affidandosi alla caratura morale, all'antidivismo e a ciò che è capace di fare su un palcoscenico in oltre tre ore di show. E, non meno importante, a tutto ciò che ha detto e dato nel corso della sua carriera.

Ecco, la carriera. I dischi puri (raccolte di inediti) dal 1973 a oggi sono 18, ma il catalogo ufficiale conta 50 prodotti. Altri 32, quasi il doppio, sono raccolte, dvd, cofanetti, edizioni speciali. Quello che era l'artista più piratato al mondo, di cui si andava a ricercare il minimo sbuffo canoro (ho in mente una perversione, lo confesso: il bootleg Having a shower: Bruce sings New York New York) è diventato, dopo il 1992, un rocker la cui casa discografica ha pubblicato materiali ufficiali pressoché ogni anno. Per i dischi, infatti, la distanza è sempre quella fisiologica di due, tre anni in media. Ma nel mezzo è piovuto di tutto: alcune cose benvenute (i dvd, le edizioni celebrative di Born to Run, The Promise), altre francamente superflue. In più, Springsteen è in un tour infinito i cui concerti, ora, si possono scaricare in versione ufficiale dal suo sito (dietro compenso). Insomma, l'idea che ne ho è che il rocker che amo di più sia ovunque.

Non mi dà fastidio, sia chiaro. Sono un fan, e come tale il cuore vince sulla testa. Tuttavia, non posso non chiedermi perché tutta 'sta frenesia a fronte di prodotti che mi lasciano come minimo perplesso. Se Wrecking Ball (2012) mi aveva entusiasmato, altro proprio non ci riesce. E vabbè, può capitare. Anzi, è normale: pretendere da Springsteen che scriva un nuovo Born to Run sarebbe ingeneroso. Però, perché pubblicare un American Beauty la cui prima canzone è uguale a Frankie Fell in Love, uscita su High Hopes tre mesi fa? E la cui seconda canzone è uguale a Leah, pubblicata su Devils And Dust nel 2005? Ecco, questo non lo capisco. E allora scatta la nostalgia.

lunedì 14 aprile 2014

Una serata sul palco di Eataly Smeraldo

05:33 Posted by Igor Principe , , 1 comment
Sono parte di un trio, i BE3, e abbiamo suonato a Eataly Smeraldo. Ecco come è andata, dal principio (premetto: quelle che seguono sono le mie considerazioni, non quelle "ufficiali" del trio).

Agli inizi di marzo, leggendo Scatti di gusto (amo il cibo almeno quanto la musica), scopro che Eataly intende preservare la storia di un luogo, il Teatro Smeraldo, sul cui palco è transitato il meglio della musica popolare del Novecento. Nei rinnovati locali non ci saranno solo «alti cibi», ma un palcoscenico circolare, quasi sospeso, e una programmazione stagionale con qualche nome noto e artisti emergenti. Proporsi è facile: c'è un indirizzo mail cui scrivere. Mando due righe, il link a Facebook e quello a Soundcloud, e attendo. Il giorno dopo mi richiamano: vi andrebbe di suonare da noi? 

A quasi un mese di distanza dall'apertura di Eataly Smeraldo, vederne una solida continuità con ciò che è stato il Teatro Smeraldo è un'operazione ardita. Un mese e mezzo fa, lo era di meno. La prospettiva era quella di esibirsi in un luogo che, in quel momento, era sotto i riflettori dell'Italia intera; di suonare - per quanto mi riguarda - su un pianoforte a coda Yamaha di eccellente qualità; di proporsi a una platea molto più ampia di quella davanti alla quale ci capita di esibirci; di metterci alla prova in un contesto per non non usuale. 

Le condizioni contrattuali erano quelle satireggiate da un video piuttosto popolare, qualche mese fa: #coglioneno. Insomma, niente cachet ma ampia visibilità al gruppo, ai dischi, a eventuali altre date. Saputo che non c'era compenso, ho risposto che ne avrei parlato con gli altri due amici e che mi sarei rifatto vivo. Tra di noi l'assenza di cachet ha fatto emergere del buon fastidio, perché è vero che far musica non è il nostro mestiere, ma è anche vero che in altri e meno noti (ma non meno prestigiosi) locali comunque si concorda un compenso (con cui ci si ripaga le spese della sala prove, ma va bene così). Ma abbiamo deciso di superarlo, quel fastidio, e di far prevalere gli aspetti della prospettiva di cui sopra. Quindi richiamo: ok, si può fare. L'offerta di date prevedeva o uno spazio nei cinque giorni di inaugurazione, in mezzo a millemila altri artisti, o una serata tutta nostra a inizio aprile. Scegliamo la seconda.

Mercoledì 9 aprile, dunque, i BE3 salgono sul palco di Eataly Smeraldo. Quando entro nel locale per il sound check, guardo il palco e mi parte, istintivo, il turpiloquio: «Che cazzo è quella merda?». Mi scuso per il tono, ma voglio essere il più realista possibile. Al posto del consueto pianoforte a coda nero c'è un quarto di coda bianco. Sempre Yamaha, ma quarto di coda e bianco. Il quarto di coda è piuttosto criticato dai pianisti; io non ho competenze tanto tecniche e non posso pronunciarmi, ma quando ti aspetti di guidare una Ferrari e ti ritrovi a dover correre su una 500 Abarth, con tutto il rispetto per quest'ultima ci resti male. E poi, bianco. Quando ero ragazzo mi piaceva Elton John, e trovavo scenograficamente irresistibile il Live in Australia, baraccone kitsch culminante in un pianoforte di quel colore. Poi ho scoperto Paolo Conte, e il suo integralismo per il pianoforte nero è diventato il mio. Non potendo girare i tacchi e andarmene, sia per non rompere il trio sia per evitare la figura da fanatico, ho sorvolato.

Il coda nero serviva altrove, mi è stato detto, così Yamaha l'ha ritirato e ha mandato il muletto. Un Silent (come il nero, dopotutto), cioè un pianoforte dotato di un sistema che lo tacita al pubblico per poterlo ascoltare in cuffia senza dar fastidio. O per poterlo amplificare senza uso di microfoni. Eataly lo usa in questa modalità, proprio per farlo sentire a tutti. Diversamente, la portata del suono arriverebbe solo ai pochi concentrati intorno al palco. La tastiera è un po' dura, rispetto allo Yamaha che di solito suono in sala. Ma la mia spia funziona bene, mi sento e ciò mi rassicura: non devo pestare e rovinare le dinamiche.

Purtroppo, ciò che non sento bene è il resto del trio. La chitarra di Federico appare lontana e secca, priva dei bassi necessari per dare corpo alle canzoni; la voce di Désirée non è ben restituita dalle spie. Mi dicono però che in area pubblico tutto si sente in modo equilibrato. Noi cerchiamo di parlare con il tecnico, che comanda il mixer un piano sopra di noi. Gli parliamo al microfono e lui ci sente, ma per le sue risposte dobbiamo leggere il labiale, perché il vociare dei clienti ci sovrasta. A gesti spieghiamo il problema; lui allarga le braccia, sembra quasi impotente di fronte a tasti e leve. Poi, qualcosa accade: tornano i bassi, riemerge un po' di voce. E cominciamo.

C'erano amici a seguirci, incuriositi e orgogliosi di vederci su un palco tanto bello - lo è davvero. Erano sui gradini dietro di noi, a un passo dagli strumenti. Il pubblico sul palco sembra realizzare il mito dell'abbattimento delle barriere con l'artista; tuttavia, quel pubblico ascolta i suoni come i musicisti, cioè dalle spie. Che non è come ascoltarli dalle casse rivolte alla platea. Il pubblico nel retropalco, poi, è quello davvero interessato all'artista; gli altri, bisogna dirlo, pensano ad altro. Pensano a mangiare.

E' giusto che sia così, dopotutto. Noi tre siamo andati a Eataly per gli strumenti, per il fascino di una cornice disegnata in modo da stupire, per un luogo rinato su quello di una storia gloriosa, e perché la visibilità è effettivamente concreta. Ma il pubblico va lì perché si mangia (e anche bene: la cena, offerta dalla casa, a base di pesce era ottima). E non ti ascolta. Gli applausi al termine dell'esibizione erano timidi (non quelli dal retropalco), le persone quasi non alzavano la testa dal piatto. Credo che nemmeno lo facessero coloro che cenavano laddove i tavoli non si affacciano sul palco, e dove gli artisti vengono trasmessi su schermo. 

Ecco, questo è stato per me una serata sul palco di Eataly Smeraldo. Mi è piaciuta comunque e non poco, perché chi ci ha ascoltato ha apprezzato, perché abbiamo suonato meglio di altre volte (il quarto di coda bianco ha fatto il proprio dovere, nel mio caso), perché la prospettiva che ci ha spinto ad accettare la proposta si è realizzata. Ma sotto i riflettori, lì, c'è altro. C'è, come esempio lampante, la signora che, appena terminato il sound check, si è affacciata al palco spingendo un carrello pieno di leccornie. 

«Scusate, siete voi che suonate qui?» 
«Sì, signora cominciamo tra poco»
«Ecco, potreste abbassare il volume? Prima mi avete quasi stordito». 



giovedì 10 aprile 2014

Musica e cibo: il caffè

03:44 Posted by Igor Principe , , 1 comment
Il caffè è cibo amato dalla musica. Prima ancora che i caffè-concerto impazzassero da Parigi in tutta Europa, dando vita di fatto a ciò che per noi oggi è un «locale con musica dal vivo», Johann Sebastian Bach celebrava la bevanda in una cantata del 1734. Le Cantate nel loro complesso sono, per dirla con tutta l’autorevolezza di Paolo Isotta, «la sintesi, assolutamente unica nella storia, di tutte le forme e di tutte le tecniche musicali esistenti (in qualche caso esistite) all’epoca di Bach». Il riferimento di Isotta è alle Cantate sacre, mentre la Kaffeekantate di cui parliamo è parte del novero delle profane e ci dice che Johann Sebastian scriveva musica non solo per farne monumenti da dedicare a Dio, ma anche e più semplicemente per divertirsi. Questa Cantata racconta di una ragazza con dipendenze da caffeina, al punto che il padre le dà l’aut aut: o smetti di berlo, o non ti sposi. Lei smette, ma nell’accordo matrimoniale inserisce una postilla: una volta sposata, riprendo a berne quanto ne voglio.

L’ironia va di pari passo con l’aroma di arabica. Fabrizio De Andrè vi è ricorso a piene mani per ispirarsi alla figura di Raffaele Cutolo in uno dei suoi pezzi più noti (Don Raffaè), la Peppina con cui molti di noi sono cresciuti è quella che alla fine fa il caffè con il tritolo. E poi c’è Pino Daniele, che nel 1977 scriveva un manifesto politico anticasta con quasi quarant’anni di anticipo sul M5S. ’Na tazzulella e cafè, brano tra i più noti del suo disco d’esordio (Terra mia), diceva chiaro e tondo che i politici stanno da una parte ad arricchirsi e ad alimentare i propri interessi, mentre il popolo sta dall’altra ad “abboffarsi” di caffè, unico sollievo nella miseria quotidiana.

Bevanda e musica vanno d’accordo anche per ragioni di economia linguistica. Parola tronca, «caffè» può risolvere un problema quando c’è da chiudere un verso anche senza un collegamento logico con il precedente. Esempio lampante è Ho voglia di innamorarmi, canzone in cui Francesco Baccini lamenta la mancanza di una passione che accenda la monotonia delle proprie giornate: dopo un lungo elenco di cose di cui ha voglia e che non ha, aggiunge «Ho voglia di innamorarmi di qualcosa che non c’è». Musica e testo si sospendono fino a chiudersi con un repentino e, sulle prime, sconnesso cambio di prospettiva: «Ok, faccio il caffè».

Infine, caffè e musica si vogliono bene perché il caffè suona. E ognuno di essi ha la propria voce. Quella del bar è industrial rock, fatto dei colpi con cui i baristi svuotano i filtri, li riempiono di nuovo e li agganciano alle macchine per continuare a farne. Quella delle capsule è puro, ovattato lounge. Quella della moka è un ruggito di poesia, tanto piacevole che un musicista di nome Diego Stocco, un po’ di anni fa, lo ha celebrato in un video: Huge Coffee. Una chicca, come si vede lì sotto.


Diego Stocco - Huge Coffee from Diego Stocco on Vimeo.

martedì 8 aprile 2014

Cose da conservare: The Joshua Tree, U2

05:12 Posted by Igor Principe , , , No comments
Non lo dico io, per quanto ami quel disco. Lo dice la Library of Congress (Loc), che nel 2013 l'ha inserito tra i 25 documenti sonori da conservare. La Loc lo fa ogni anno: rastrella tra canzoni, dischi, discorsi, pièce teatrali, insomma tra tutto quanto costituisca una testimonianza sotto forma (evoluta) di suono, lo digitalizza, lo archivia e lo dichiara patrimonio nazionale. The Joshua Tree è sì il disco di quattro dublinesi, ma gronda cultura americana sin dal titolo, omaggio alla Yucca brevifolia che cresce solo nel deserto del sud-ovest degli Stati Uniti.

Cultura americana è la parola chiave per capire il lavoro della Loc. Le 25 cose da conservare decise nel 2013 sembrano tirate su come una manciata presa da un barile di chicche artistiche. A scorrerle una dietro l'altra, come si può fare su Rai Storia, la casualità sembra farla da padrone: parti da Bing Crosby e arrivi all'Hallelujah di Jeff Buckley passando per i discorsi del presidente Johnson, Art Blakey, Aaron Copland, Celia & Johnny. Ci trovi cose notissime (The Joshua Tree, appunto: 26 milioni di copie vendute nel mondo) e nicchie assolute (Only Visiting This Planet, il disco con cui Larry Norman nel 1972 fa nascere il cosiddetto "christian rock"). Ci trovi non solo la musica, ma anche le interviste realizzate in cinque anni da Lawrence Ritter ai campioni del baseball negli anni Sessanta.

Cultura americana è la parola chiave per capire come una nazione giovane, con un passato remoto d'importazione europea, sia riuscita a innalzare le proprie espressioni più popolari sul piedistallo della cultura tout court. Dust my broom di Elmore James non è più solo una canzonetta, ma è la custodia del giro di basso più famoso del blues, degno di entrare negli archivi della Biblioteca della maggiore istituzione politica statunitense. Non si tratta solo di nobilitare l'estro di un artista, ma di armare un fucile e conquistare il mondo. Se siamo giunti, oggi, a concepire la cultura capacità di muoversi su una rete immensa, dove un nodo è William Shakespeare e l'altro è Bob Dylan, lo si deve al peso degli Stati Uniti e della loro visione nel corso degli ultimi cento anni di storia mondiale. Visione che rivive ogni anno del lavoro della Loc.

Un lavoro meritorio, che sarebbe bello veder ripreso dalle nostre istituzioni. Penso a un'iniziativa analoga da parte, magari, della Biblioteca Nazionale Centrale di Roma. In un paese frammentato e litigioso, percorso da quotidiani istinti di strenua difesa del proprio campanile, una raccolta annuale di 25 documenti sonori da digitalizzare aiuterebbe a ricordare che l'arte è un elemento centrale della propria identità.

(Ma intanto, mi riascolto gli U2)

lunedì 7 aprile 2014

Ancora su David Garrett, «Il violinista del diavolo»

David Garrett interpreta Nicolò Paganini in Il violinista del diavolo, film uscito in Italia alla fine di febbraio. La scelta di farne il protagonista ha una sua logica, per tre ragioni;
1) Garrett è un violinista, e non un attore che deve imparare le posizioni delle dita sullo strumento;
2) Come ha dichiarato presentando il film, Garrett pensa che «Paganini fu la prima rockstar, un genio eccentrico, un Jimi Hendrix della sua epoca». Si percepisce, da ciò, una profonda affinità elettiva tra i due, sul piano classico sia su quello della passione del buon David per il rock.
3) Garrett ha un evidente fascino, cosa che a un attore giova sempre. Insomma, è un bell'uomo.

Quest'ultimo punto crea tuttavia qualche problema ad un approccio registico, come dire, filologico. Ecco infatti come appariva il genio genovese a chi ebbe la fortuna di sentirlo suonare: «A Nicolò Paganini mancava tutto ciò che sembrava indispensabile per una qualsiasi carriera: era brutto, magrissimo e spettrale, addirittura spaventoso con quel volto livido e sdentato e cadaverico, il naso aquilino e sporgente, i capelli neri, gli occhiali neri, i vestiti neri, goffo nei modi, d’aspetto malaticcio, puzzava pure. Inoltre era ufficialmente maleducato, avaro, avido, senza cuore, burlesco nel suo inchinarsi come un burattino dell’inferno».

L'affresco è tratto da Misteri per Orchestra, un libro di Filippo Facci che consiglio a chi voglia deliziarsi con dell'ottima prosa divulgativa. Quanto a Garrett, la sua lontananza estetica da Paganini è tanto ovvia da apparir scontata. Ecco perché un po' mi lascia perplesso quanto leggo in questa recensione, dove si dice che il film nulla di nuovo rivela sui particolari biografici e che però i dettagli tecnici sono esatti, a detta dello stesse interprete. Ma evidentemente l'esigenza di un'esattezza estetica è stata sacrificata a quella di far recitare un musicista: serviva insomma qualcuno che sapesse davvero dove mettere le mani, trattandosi di far rivivere Paganini. Tutto ciò è giustissimo, pur se inserisce Il violinista del diavolo tra i film in cui certe storie non vengono raccontante per come sono andate davvero.

Insomma, #sapevatelo: Paganini non era per nulla carino come lo vedete al cinema (e già che chi siamo: non fu Salieri a scrivere il Requiem sotto dettatura di un Mozart morente).

venerdì 4 aprile 2014

Uno strumento di nome Catano (altro che gatti bonsai)

05:20 Posted by Igor Principe , , 1 comment
Nel 1892, la Gazzetta Musicale di Milano pubblicò l'annuncio pubblicitario di uno strumento di nome Catano: una cassa di legno divisa in scompartimenti, ognuno dei quali alloggiava un gatto di diversa dimensione: i più grandi dovevano miagolare le note basse, i piccoli quelle acute. «Le loro teste sono bloccate in feritoie», continuava la descrizione» e le code sono stimolate da una specie di tastiera montata in fondo alla cassa, simile a quella di un pianoforte da concerto. Alla pressione di un tasto, una coda viene tirata e il gatto comincia a emettere lamenti più o meno forti, a seconda della forza con cui si è colpito il tasto... Il Catano può essere suonato da chiunque abbia studiato musica» sosteneva la pubblicità «anche se il Catano non è considerato particolarmente utile né adatto a scopo d'accompagnamento, soprattutto di musiche sacre».

Il numero di dicembre 1869 del periodico Folio informava che una versione americana del dispositivo era stata presentata a Cincinnati da un certo Curtis. Costui aveva annunciato un «grandioso strumento vocale e strumentale» con nientemeno che quarantotto gatti chiusi nel suo Cat Harmonicon. Primo pezzo in programma era stato Auld Lang Syne. Purtroppo, proseguiva la cronaca, i gatti erano sovraeccitati e «si erano mostrati incuranti di tempo, intonazione, ritmo o alcunché d'altro, gemendo, miagolando, stridendo, sputando e soffiando, impazziti dal dolore e dalla paura» soffocando così il suono dell'organo in un mare di versi.

A Cincinnati dev'esserci qualche sostanza psicotropa nell'acqua. Sempre lì, a quanto pare, nel 1839 fu presentato il Porco-Forte, che usava maiali al posto di gatti.

[Tratto da Storia Naturale del Pianoforte, Stuart Isacoff, EDT, 2012]

giovedì 3 aprile 2014

Botta e risposta su David Garrett

02:31 Posted by Igor Principe , , , , 2 comments
Ho scritto tempo fa un post su David Garrett. Con mia grande sorpresa, è il più letto di SecondArte; con minor sorpresa, ha alimentato critiche. Anche violente. L'ultima, però, non lo è. E inoltre è scritta da una persona che ci mette nome, cognome e faccia. Si chiama Roberta Montagno, e ha rilevato quanto segue: «Io ritengo per primo che si debba rispettare come tale ogni essere vivente..che sia umano, animale o vegetale. Poi ritengo che la classica e' la musica per eccellenza..e' abbastanza inutile discutere sulla storia e sull'evoluzione della musica, ma bisognerebbe piuttosto rispettare una melodia pura come quella prodotta da archi,piano e altri strumenti classici. Cio nn toglie l'incontro tra stili e definire con toni puramente gergali il mix di garrett e' inopportuno, soprattutto da gente di rilievo sociale e musicale. La musica ha bisogno, neccesita e non vive senza i suoi musicisti, quindi si! La musica, che sia classica, rock, pop o rap necessita di David. Per ultimo vorrei ricordare che un musicista non suona mai per denaro, che questo sia ben chiaro a chi non lo apprende, se non si ha passione non si riuscirebbe mai a suonare perfettamente bach!».

Ringrazio Roberta per due motivi: uno, come ho detto, è che non si nasconde; l'altro perché mi dà modo di chiarire alcuni punti. Questi:

1) D'accordo con te sull'obbligo di rispettare gli esseri viventi. Non mi pare, infatti, di aver mancato di rispetto a David Garrett criticando la sua operazione di incontro tra classica e rock. Non discuto la sua preparazione tecnica, e ci mancherebbe. Discuto invece il voler ripetere con il violino melodie nate per il rock. Il mio giudizio, per quanto conti, è che non funziona.

2) Dissento dall'idea che la classica sia la musica per eccellenza. Quella che noi definiamo per comodità «classica» è un tipo di musica, con un proprio linguaggio (e certamente complesso) e una propria evoluzione. Continuo tuttavia a pensare, per citare di nuovo Alessandro Baricco nel passaggio di un suo libro, che un giovane che ascolti Bach non sia un motivo di consolazione per la società in confronto a uno che ascolti gli U2. Ci sono pagine di musica classica molto meno vive ed emozionanti di un bel brano rock. Se poi intendessi dire che a te piace la classica più di tutto il resto, allora è un altro discorso, su cui non posso dir nulla.

3) Dissento profondamente sul rispetto di una melodia pura perché prodotta da archi, piano e altri strumenti classici. Secondo me c'è un errore concettuale, e sta nel voler attribuire agli strumenti dell'orchestra un primato su quelli di una rock band. Io credo che il rispetto si debba a chi sa suonare, indipendentemente dallo strumento. David Garrett ha dunque tutto il mio rispetto, ma - ripeto, per quel che vale - non la condivisione nel suo modo di contaminare i generi.

4) Sui toni gergali da parte di gente di rilievo sociale e musicale: cara Roberta, grazie di cuore ma mi attribuisci un ruolo che non ho. Non mi ritengo una persona di rilievo sociale più di quanto non lo sia tu o altri. Non mi ritengo nemmeno di rilievo musicale malgrado riconosca di saperne un po' di teoria e pratica. Quanto ai toni gergali, li definirei informali e intonati a un blog. SecondArte non è Amadeus o il Giornale della Musica: non ne ha mezzi e competenze.

5) Sulla necessità di un David Garrett: nessuno afferma che non dovrebbe esserci, per carità. Affermo invece che la musica classica non abbia bisogno di dischi come Rock Simphonies, di cui fatico a comprendere il senso. Credo che una casa discografica importante come Deutsche Grammophone sia tenuta a una coerenza editoriale; non monolitica, infatti - per fare un solo esempio - pubblica un musicista popolare come Richard Galliano nelle sue scorribande tra Bach, Vivaldi e Nino Rota. Ma la scorribanda di Garrett, davvero, non la capisco.

6) Sul musicista che non suona mai per denaro, credimi, vorrei avere la tua purezza d'animo. Nessuno esclude la passione necessaria per imparare Bach o Rachamaninov. Ma ti posso assicurare che un musicista che abbia speso decenni della propria vita a studiarli non vive certo serenamente un'eventuale mancanza di riconoscimento dei propri sforzi. E non parlo di sola fama, ma anche di denaro. Ed è giusto così: in questo sono fermamente protestante, e non vedo nulla di male nel riconoscere il talento anche con vagonate di quattrini.

7) Grazie ancora per il tuo commento. Un saluto, Igor

mercoledì 2 aprile 2014

Dischi da riscoprire: Strane Stelle Strane (GTQ)

Strane stelle strane è un disco uscito nel 1995 e suonato dal GTQ, ovvero Giovanni Tommaso Quintet. Trovarlo nei negozi è impossibile, on line si riesce ad aver fortuna (io l'ho avuta, su Amazon). E' un disco da riscoprire, perché dice due cose. Della prima ho già avuto modo di parlare, ed è che il jazz ama la canzone italiana, nelle cui pieghe melodiche riesce a trovare vivaci spunti creativi. La seconda è conseguenza della prima, e si traduce in un'ovvietà che però è sempre bello ripetere: il jazz è libertà.

E' la più pura delle libertà, perché non è anarchia ma si muove guidata da regole e metodo. Se fosse politica sarebbe liberalismo, fatto di poche leggi, chiare a tutti e certe nella loro applicazione. Giovanni Tommaso guida il suo quintetto (lui al contrabbasso, Danilo Rea al pianoforte, Roberto Gatto alla batteria, Flavio Boltro alla tromba e Pietro Tonolo al sax) nell'applicare appunto con certezza quelle regole: pochi strumenti, rispetto a una produzione pop; chiarezza cristallina nel tenere l'impianto dei brani senza stravolgerlo.

I brani sono dodici; ad esclusione dell'ultimo (Via del Governo Vecchio, uno strumentale del GTQ), e di Flora (Gilberto Gil), sono tutti tratti dal repertorio della canzone italiana. Alcuni sono pietre miliari (Caruso, La Gatta, Luna Rossa, Poesia), altri puro divertimento (Smorza 'e lights, Banane e Lampone), altri iniezioni di energia (Penso Positivo, Come siamo tanti al mondo), altri riletture (Oh che sarà). Le cantano di massima i rispettivi interpreti originali, tranne Luna Rossa (non Roberto Murolo, ma Mango), Oh che sarà (non Chico Buarque del Hollanda ma Fiorella Mannoia) e Penso Positivo (non Jovanotti ma Gegè Telesforo). Tutti sono suonati in modo eccellente  - e ci mancherebbe, visti i musicisti -. Ma, ciò che più conta, tutti rivalutano gli originali grazie alla forza mutante di cui solo il jazz è capace. Gli accordi si riempiono di note, talvolta modulano su altre tonalità per brevi esplorazioni su armonie inedite. Soprattutto, l'assenza di un ridondante arrangiamento pop e la magrezza dell'organico strumentale valorizza le voci. Tre, in particolare, le sorprese: il lirismo di Mango, la nitidezza della Mannoia, la versatilità di Dalla.

Ascoltate Caruso, lì sotto. E, e riuscite, accaparratevi un disco doppiamente bello: per chi ama il jazz e per chi ne è intimorito, o magari annoiato da ascolti sbagliati. Strane stelle strane è un modo giusto scoprirlo, o farci la pace.


martedì 1 aprile 2014

Il meraviglioso mondo di Banda Improvvisa

07:42 Posted by Igor Principe , , No comments
Le rassicuranti domeniche di paese hanno una colonna sonora: la musica per banda. Pur con tutto il rispetto per un elemento essenziale della tradizione popolare del nostro paese, non ho mai amato le bande. Vi ho sempre visto l'imbarazzo del «vorrei ma non posso», il limite del suonare una musica - Traviata, When the saints go marchin' in, quello che volete - fermandosi alle note e tralasciando il resto: interpretazione, slancio, personalità. Un limite insuperabile, una condanna per la musica bandistica a essere per sempre un semplice momento di svago sonoro.

Poi mi è stato chiesto di scrivere un breve articolo su Orio Odori e su Banda Improvvisa. E si è aperto un mondo. Il pezzo è uscito su Gioia! di qualche settimana fa, lo ripropongo qui.

Ha innovato uno degli ambiti culturali più tradizionali che si possano immaginare: la musica da banda di paese. Lui si chiama Orio Odori è un clarinettista e la sua storia è una finestra spalancata sull'ottimismo. Orio è il fondatore di banda Improvvisa, nata nel 2001 laddove l'Italia è la più oleografica e tradizionale: un borgo medievale toscano. Cioè Loro Ciuffenna, provincia di Arezzo, cinquemila abitanti e la banda della Società filarmonica Giuseppe Verdi. Orio fa il talentuoso professore d'orchestra altrove, ma vive l'organico più come gabbia che come sfogo creativo. Allora investe sul futuro partendo dalle radici: la banda del suo paese (Loro Ciuffenna, appunto). Ne stravolge il repertorio con jazz, rock tarantelle, marce balcaniche. Dà vita, insomma, a Banda Improvvisa, che suona così bene da ritrovarsi in tour in Europa e a incedere un disco dal successo inaspettato: Pratomagno social club (2003).

Ne seguono ad oggi altri due, puntellati da un'attività concertistica intensa e in costante crescita di consenso. Questa bella storia potrebbe finire qui, ma Orio sa che bisogna garantirle un futuro. Con qualche anno di anticipo sulle intenzioni di un altro toscano (ora a Palazzo Chigi) investe sulla scuola. Lui, che nel mentre è rimasto insegnante di musica alle medie, decide di buttar via gli inutili flauti dolci e di far imparare strumenti veri. Il Comune finanzia e la scuola media di Loro Ciuffenna diventa un istituto in cui gli alunni suonano clarinetti, sax, trombe, percussioni. La risposta è entusiastica: i bambini arrivano al primo giorno di scuola che già sanno cosa vogliono suonare. E alcuni di loro, manco a dirlo, finiscono per fare i musicisti nella Banda Improvvisa.