Musica, senza steccati

lunedì 28 aprile 2014

Musica nel Buio: otto motivi per leggerlo

02:54 Posted by Igor Principe , , , , No comments
Ho scritto spesso di Cesare Picco, pianista che amo perché è impossibile etichettarlo. Non è un classico, non è un jazzista, non è un contemporaneo, non è un rocker. E' tutto questo, sintetizzato in uno stile tutto suo. E', semplicemente, un musicista.

Picco è anche l'inventore dei Blind Date, i concerti al buio. Ne vidi uno al teatro Dal Verme di Milano e fu come ascoltare musica per la prima volta. In quell'occasione capii un concetto essenziale, e dal quale Picco stesso fa partire Musica nel Buio (Add Editore), il libro in cui racconta come sono nati, e perché, i Blind Date. Quel concetto è il primo di alcuni motivi per i quali è questo libro è da leggere.

1) Perché la musica si ascolta, non si vede. Eppure tutti diciamo «vado a vedere un concerto» (io stesso l'ho scritto qualche riga più su). L'immagine del musicista - su un palco o in un video - tende a prevalere su ciò che sta suonando. I videoclip e YouTube possono aver alimentato questo modo di fruire della musica, ma - come racconta Picco - già con Paganini l'icona della star prevaleva sul suono. Il pubblico che accorreva ai suoi concerti non voleva solo ascoltarne il genio, ma anche vederne la figura, mefistofelica e affascinante.

2) Perché il Blind Date vuole ricordare che, appunto, la musica si ascolta. E ci riesce. I 30 minuti di buio assoluto in cui si svolge parte del concerto annullano ogni possibile distrazione per chi sia in sala. Anche quella di cui un concerto ordinario non potrà mai liberarsi, e che è espressa dalla personalità dell'artista: la gestualità del direttore d'orchestra, il trasporto di chi suona verso il proprio strumento, la visione d'insieme dell'organico orchestrale. Tutto ciò è parte dello spettacolo, ma tende più a parlare all'occhio che all'orecchio.

3) Perché la musica d'ambiente - o, come si dice oggi, da aeroporto - ha un padre nobile: Erik Satie. Il racconto della sua nascita è una delle parti più coinvolgenti del libro.

4) Perché un Blind Date nei paesi arabi è impossibile. Picco scrive di quando lo propose dopo aver suonato in un'imprecisata località del Golfo Persico. La reazione degli interlocutori è sorprendente, e divertentissima.

5) Perché per fare musica, e farla bene, non serve un gran coda e una sala da concerto. Basta un pianoforte verticale dall'accordatura sommaria e un pubblico che è lì e può solo ascoltare, perché è fatto di bambini e ragazzi non vedenti. Accadde in India, e Picco ne fa un racconto bellissimo.

6) Perché fa vedere la paura del pianista di fronte alla tastiera.

7) Perché non è un libro didascalico, o semplicemente divulgativo. Il racconto è costruito come in un film a più situazioni: un quadro dopo l'altro, ti porta alla fine.

8) Perché è scritto gran bene.

I Blind Date si concludono con un bis: Hikari. Buon ascolto.


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