Musica, senza steccati

lunedì 14 aprile 2014

Una serata sul palco di Eataly Smeraldo

05:33 Posted by Igor Principe , , 1 comment
Sono parte di un trio, i BE3, e abbiamo suonato a Eataly Smeraldo. Ecco come è andata, dal principio (premetto: quelle che seguono sono le mie considerazioni, non quelle "ufficiali" del trio).

Agli inizi di marzo, leggendo Scatti di gusto (amo il cibo almeno quanto la musica), scopro che Eataly intende preservare la storia di un luogo, il Teatro Smeraldo, sul cui palco è transitato il meglio della musica popolare del Novecento. Nei rinnovati locali non ci saranno solo «alti cibi», ma un palcoscenico circolare, quasi sospeso, e una programmazione stagionale con qualche nome noto e artisti emergenti. Proporsi è facile: c'è un indirizzo mail cui scrivere. Mando due righe, il link a Facebook e quello a Soundcloud, e attendo. Il giorno dopo mi richiamano: vi andrebbe di suonare da noi? 

A quasi un mese di distanza dall'apertura di Eataly Smeraldo, vederne una solida continuità con ciò che è stato il Teatro Smeraldo è un'operazione ardita. Un mese e mezzo fa, lo era di meno. La prospettiva era quella di esibirsi in un luogo che, in quel momento, era sotto i riflettori dell'Italia intera; di suonare - per quanto mi riguarda - su un pianoforte a coda Yamaha di eccellente qualità; di proporsi a una platea molto più ampia di quella davanti alla quale ci capita di esibirci; di metterci alla prova in un contesto per non non usuale. 

Le condizioni contrattuali erano quelle satireggiate da un video piuttosto popolare, qualche mese fa: #coglioneno. Insomma, niente cachet ma ampia visibilità al gruppo, ai dischi, a eventuali altre date. Saputo che non c'era compenso, ho risposto che ne avrei parlato con gli altri due amici e che mi sarei rifatto vivo. Tra di noi l'assenza di cachet ha fatto emergere del buon fastidio, perché è vero che far musica non è il nostro mestiere, ma è anche vero che in altri e meno noti (ma non meno prestigiosi) locali comunque si concorda un compenso (con cui ci si ripaga le spese della sala prove, ma va bene così). Ma abbiamo deciso di superarlo, quel fastidio, e di far prevalere gli aspetti della prospettiva di cui sopra. Quindi richiamo: ok, si può fare. L'offerta di date prevedeva o uno spazio nei cinque giorni di inaugurazione, in mezzo a millemila altri artisti, o una serata tutta nostra a inizio aprile. Scegliamo la seconda.

Mercoledì 9 aprile, dunque, i BE3 salgono sul palco di Eataly Smeraldo. Quando entro nel locale per il sound check, guardo il palco e mi parte, istintivo, il turpiloquio: «Che cazzo è quella merda?». Mi scuso per il tono, ma voglio essere il più realista possibile. Al posto del consueto pianoforte a coda nero c'è un quarto di coda bianco. Sempre Yamaha, ma quarto di coda e bianco. Il quarto di coda è piuttosto criticato dai pianisti; io non ho competenze tanto tecniche e non posso pronunciarmi, ma quando ti aspetti di guidare una Ferrari e ti ritrovi a dover correre su una 500 Abarth, con tutto il rispetto per quest'ultima ci resti male. E poi, bianco. Quando ero ragazzo mi piaceva Elton John, e trovavo scenograficamente irresistibile il Live in Australia, baraccone kitsch culminante in un pianoforte di quel colore. Poi ho scoperto Paolo Conte, e il suo integralismo per il pianoforte nero è diventato il mio. Non potendo girare i tacchi e andarmene, sia per non rompere il trio sia per evitare la figura da fanatico, ho sorvolato.

Il coda nero serviva altrove, mi è stato detto, così Yamaha l'ha ritirato e ha mandato il muletto. Un Silent (come il nero, dopotutto), cioè un pianoforte dotato di un sistema che lo tacita al pubblico per poterlo ascoltare in cuffia senza dar fastidio. O per poterlo amplificare senza uso di microfoni. Eataly lo usa in questa modalità, proprio per farlo sentire a tutti. Diversamente, la portata del suono arriverebbe solo ai pochi concentrati intorno al palco. La tastiera è un po' dura, rispetto allo Yamaha che di solito suono in sala. Ma la mia spia funziona bene, mi sento e ciò mi rassicura: non devo pestare e rovinare le dinamiche.

Purtroppo, ciò che non sento bene è il resto del trio. La chitarra di Federico appare lontana e secca, priva dei bassi necessari per dare corpo alle canzoni; la voce di Désirée non è ben restituita dalle spie. Mi dicono però che in area pubblico tutto si sente in modo equilibrato. Noi cerchiamo di parlare con il tecnico, che comanda il mixer un piano sopra di noi. Gli parliamo al microfono e lui ci sente, ma per le sue risposte dobbiamo leggere il labiale, perché il vociare dei clienti ci sovrasta. A gesti spieghiamo il problema; lui allarga le braccia, sembra quasi impotente di fronte a tasti e leve. Poi, qualcosa accade: tornano i bassi, riemerge un po' di voce. E cominciamo.

C'erano amici a seguirci, incuriositi e orgogliosi di vederci su un palco tanto bello - lo è davvero. Erano sui gradini dietro di noi, a un passo dagli strumenti. Il pubblico sul palco sembra realizzare il mito dell'abbattimento delle barriere con l'artista; tuttavia, quel pubblico ascolta i suoni come i musicisti, cioè dalle spie. Che non è come ascoltarli dalle casse rivolte alla platea. Il pubblico nel retropalco, poi, è quello davvero interessato all'artista; gli altri, bisogna dirlo, pensano ad altro. Pensano a mangiare.

E' giusto che sia così, dopotutto. Noi tre siamo andati a Eataly per gli strumenti, per il fascino di una cornice disegnata in modo da stupire, per un luogo rinato su quello di una storia gloriosa, e perché la visibilità è effettivamente concreta. Ma il pubblico va lì perché si mangia (e anche bene: la cena, offerta dalla casa, a base di pesce era ottima). E non ti ascolta. Gli applausi al termine dell'esibizione erano timidi (non quelli dal retropalco), le persone quasi non alzavano la testa dal piatto. Credo che nemmeno lo facessero coloro che cenavano laddove i tavoli non si affacciano sul palco, e dove gli artisti vengono trasmessi su schermo. 

Ecco, questo è stato per me una serata sul palco di Eataly Smeraldo. Mi è piaciuta comunque e non poco, perché chi ci ha ascoltato ha apprezzato, perché abbiamo suonato meglio di altre volte (il quarto di coda bianco ha fatto il proprio dovere, nel mio caso), perché la prospettiva che ci ha spinto ad accettare la proposta si è realizzata. Ma sotto i riflettori, lì, c'è altro. C'è, come esempio lampante, la signora che, appena terminato il sound check, si è affacciata al palco spingendo un carrello pieno di leccornie. 

«Scusate, siete voi che suonate qui?» 
«Sì, signora cominciamo tra poco»
«Ecco, potreste abbassare il volume? Prima mi avete quasi stordito». 



1 commento:

  1. Siamo nel 2014 e leggo ancora articoli che non danno lustro ne ai locali ne ai musicisti.
    Non capisco come possa succedere?
    La mia teoria c'è l'ho.
    Il guadagno nel mondo degli affari si basa pricipalmente sullo sfruttamento uomo su uomo.
    Se non si ama ciò che si fà, ma prevale il dio denaro, succede di far viaggiare la band sulla "Costa Concordia" che si esibisce tranquilla nel pensiero di arrivare lontana.
    ????

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