Musica, senza steccati

martedì 8 aprile 2014

Cose da conservare: The Joshua Tree, U2

05:12 Posted by Igor Principe , , , No comments
Non lo dico io, per quanto ami quel disco. Lo dice la Library of Congress (Loc), che nel 2013 l'ha inserito tra i 25 documenti sonori da conservare. La Loc lo fa ogni anno: rastrella tra canzoni, dischi, discorsi, pièce teatrali, insomma tra tutto quanto costituisca una testimonianza sotto forma (evoluta) di suono, lo digitalizza, lo archivia e lo dichiara patrimonio nazionale. The Joshua Tree è sì il disco di quattro dublinesi, ma gronda cultura americana sin dal titolo, omaggio alla Yucca brevifolia che cresce solo nel deserto del sud-ovest degli Stati Uniti.

Cultura americana è la parola chiave per capire il lavoro della Loc. Le 25 cose da conservare decise nel 2013 sembrano tirate su come una manciata presa da un barile di chicche artistiche. A scorrerle una dietro l'altra, come si può fare su Rai Storia, la casualità sembra farla da padrone: parti da Bing Crosby e arrivi all'Hallelujah di Jeff Buckley passando per i discorsi del presidente Johnson, Art Blakey, Aaron Copland, Celia & Johnny. Ci trovi cose notissime (The Joshua Tree, appunto: 26 milioni di copie vendute nel mondo) e nicchie assolute (Only Visiting This Planet, il disco con cui Larry Norman nel 1972 fa nascere il cosiddetto "christian rock"). Ci trovi non solo la musica, ma anche le interviste realizzate in cinque anni da Lawrence Ritter ai campioni del baseball negli anni Sessanta.

Cultura americana è la parola chiave per capire come una nazione giovane, con un passato remoto d'importazione europea, sia riuscita a innalzare le proprie espressioni più popolari sul piedistallo della cultura tout court. Dust my broom di Elmore James non è più solo una canzonetta, ma è la custodia del giro di basso più famoso del blues, degno di entrare negli archivi della Biblioteca della maggiore istituzione politica statunitense. Non si tratta solo di nobilitare l'estro di un artista, ma di armare un fucile e conquistare il mondo. Se siamo giunti, oggi, a concepire la cultura capacità di muoversi su una rete immensa, dove un nodo è William Shakespeare e l'altro è Bob Dylan, lo si deve al peso degli Stati Uniti e della loro visione nel corso degli ultimi cento anni di storia mondiale. Visione che rivive ogni anno del lavoro della Loc.

Un lavoro meritorio, che sarebbe bello veder ripreso dalle nostre istituzioni. Penso a un'iniziativa analoga da parte, magari, della Biblioteca Nazionale Centrale di Roma. In un paese frammentato e litigioso, percorso da quotidiani istinti di strenua difesa del proprio campanile, una raccolta annuale di 25 documenti sonori da digitalizzare aiuterebbe a ricordare che l'arte è un elemento centrale della propria identità.

(Ma intanto, mi riascolto gli U2)

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