Musica, senza steccati

mercoledì 2 aprile 2014

Dischi da riscoprire: Strane Stelle Strane (GTQ)

Strane stelle strane è un disco uscito nel 1995 e suonato dal GTQ, ovvero Giovanni Tommaso Quintet. Trovarlo nei negozi è impossibile, on line si riesce ad aver fortuna (io l'ho avuta, su Amazon). E' un disco da riscoprire, perché dice due cose. Della prima ho già avuto modo di parlare, ed è che il jazz ama la canzone italiana, nelle cui pieghe melodiche riesce a trovare vivaci spunti creativi. La seconda è conseguenza della prima, e si traduce in un'ovvietà che però è sempre bello ripetere: il jazz è libertà.

E' la più pura delle libertà, perché non è anarchia ma si muove guidata da regole e metodo. Se fosse politica sarebbe liberalismo, fatto di poche leggi, chiare a tutti e certe nella loro applicazione. Giovanni Tommaso guida il suo quintetto (lui al contrabbasso, Danilo Rea al pianoforte, Roberto Gatto alla batteria, Flavio Boltro alla tromba e Pietro Tonolo al sax) nell'applicare appunto con certezza quelle regole: pochi strumenti, rispetto a una produzione pop; chiarezza cristallina nel tenere l'impianto dei brani senza stravolgerlo.

I brani sono dodici; ad esclusione dell'ultimo (Via del Governo Vecchio, uno strumentale del GTQ), e di Flora (Gilberto Gil), sono tutti tratti dal repertorio della canzone italiana. Alcuni sono pietre miliari (Caruso, La Gatta, Luna Rossa, Poesia), altri puro divertimento (Smorza 'e lights, Banane e Lampone), altri iniezioni di energia (Penso Positivo, Come siamo tanti al mondo), altri riletture (Oh che sarà). Le cantano di massima i rispettivi interpreti originali, tranne Luna Rossa (non Roberto Murolo, ma Mango), Oh che sarà (non Chico Buarque del Hollanda ma Fiorella Mannoia) e Penso Positivo (non Jovanotti ma Gegè Telesforo). Tutti sono suonati in modo eccellente  - e ci mancherebbe, visti i musicisti -. Ma, ciò che più conta, tutti rivalutano gli originali grazie alla forza mutante di cui solo il jazz è capace. Gli accordi si riempiono di note, talvolta modulano su altre tonalità per brevi esplorazioni su armonie inedite. Soprattutto, l'assenza di un ridondante arrangiamento pop e la magrezza dell'organico strumentale valorizza le voci. Tre, in particolare, le sorprese: il lirismo di Mango, la nitidezza della Mannoia, la versatilità di Dalla.

Ascoltate Caruso, lì sotto. E, e riuscite, accaparratevi un disco doppiamente bello: per chi ama il jazz e per chi ne è intimorito, o magari annoiato da ascolti sbagliati. Strane stelle strane è un modo giusto scoprirlo, o farci la pace.


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