Musica, senza steccati

mercoledì 7 maggio 2014

Quanto conta saper suonare per fare musica?

05:19 Posted by Igor Principe , , No comments
Quanto conta ancora saper suonare? Me lo chiedo pensando al rock e al pop. In altri mondi musicali la tecnica è necessaria: non puoi suonare da solista, in un'orchestra o in un organico jazz se non poggi su una solida base di studi. Ore e ore di esercizi, sfiancanti anche per i familiari costretti a condividere lo spazio domestico con il musicista, ma indispensabili per raggiungere la proprietà di linguaggio musicale richiesta a quel tipo di professionista. E utili, se il talento lo concede, a costruirci sopra un suono riconoscibile come unico. Come se fosse la propria voce.

Per rock e pop non è così. Non è mai stato nemmeno necessario: per suonare come Elvis, giusto per fare un nome, bastava conoscere quattro accordi sulla chitarra (per essere Elvis, però, non bastava sapersi pettinare il ciuffo e saper ancheggiare). Eppure, la natura tanto semplice di quel tipo di musica non ha impedito a molte star di legare la propria immagine a quella di uno strumento. Jimi Hendrix, Eric Clapton, Ray Charles, Elton John, Billy Joel, John Bonham, Stewart Copeland: l'elenco è lungo e non è il caso di star qui a completarlo, tanto ci siamo capiti. Lo stile e la tecnica di tutti costoro hanno ispirato migliaia e migliaia di ragazzi che, nelle sale prova di mezzo mondo, si spaccavano dita e braccia sui relativi strumenti cercando di copiarli. E da quella copia partire, magari, per trovare la propria voce.

Tutto questo - lo dico senza nostalgie - non esiste quasi più. Chitarristi, batteristi, pianisti che costruiscano il proprio successo sulla tecnica sono decisamente pochi. Conta altro, come dimostra Lady Gaga: una popstar con una buona educazione musicale che, nel suo genere, abbina canzoni scritte come si deve a un'immagine travolgente. Conta l'immagine, appunto, e il caso (irrecuperabile) di Miley Cyrus parla per tutti. E conta saper scrivere belle canzoni, di cui sono pieni sia il mondo indie sia il mainstream.

Eppure, quando si parla di una bella canzone si parla d'altro rispetto alla musica. In questo, mi riesce difficile dar torto a Ted Gioia, storico e critico del jazz, per il quale la critica musicale è diventata lifestyle. A inaugurare ciò che egli vede come una degenerazione è stato il principe dei critici musicali di settore, Lester Bangs: l'emergere, nei suoi articoli, della sociologia e del costume ha cambiato le carte in tavola. E' ovvio che Gioia, in un disco, cerchi anzitutto la musica: nel jazz la voce dello strumento, la tecnica strumentale e la qualità delle armonie sono i riferimenti della critica. Da qui, probabilmente, nasce il suo grido di dolore contro la perdita di qualcosa.

Ecco, io non so se si sia perso qualcosa (una cosa si è persa - e vivaddio - la follia dell'eccesso di tecnica. Un nome tra tutti: Yngwie Malmsteen). Pop e rock sono andati in quella direzione, magari spinti da una critica musicale fatta in quel modo, ma ciò non significa la morte delle belle canzoni. Significa, forse, che saper suonare conta ancora, ma in modo diverso. Significa, credo, saper comporre.

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