Musica, senza steccati

lunedì 30 giugno 2014

Quel che capii a un concerto di Eric Clapton

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Con le debite proporzioni, Eric Clapton ha fatto come Cesare Prandelli e si è dimesso. E come quelle del c.t. sono state accolte dal plauso di chi vi ha visto un gesto dovuto e apprezzabile, così quelle di Clapton possono essere salutate. In pratica, non sopporta più la fatica dei tour, e al traguardo dei 70 anni - li compirà il 30 marzo del 2015 - chiuderà con i live, limitandosi a far dischi.

La scelta è giusta. Al di là della fatica, di cui si sente vittima, mr Slowhand affronta un punto cruciale per le rockstar che hanno fatto la storia e che, giocoforza, non hanno più molto tempo per fare altro futuro. E il punto è: quanto tirare la corda? Quanto rischiare di salir su un palco a far la brutta copia di se stessi? Certo, non per tutti è così: ci sono fior di ultrasessantenni che dal vivo rendono come e forse meglio che in passato. Ma per altri non lo è, così. E quando qualcuno trova il coraggio di non fingere, gli va reso il più giusto dei tributi.

Certo, è una scelta che gli appassionati gradiranno poco. E io sono tra quelli. Uno degli show che avrei rivisto volentieri, infatti, è proprio un concerto di Eric Clapton. L'ultima volta fu proprio vent'anni fa, al Forum di Assago, nel tour di From the Cradle: concerto perfetto ma estremamente filologico, con ventiquattro (più o meno) brani blues. Troppi, per i miei gusti. Perché è vero che il blues è la radice di tutto, ma lo è altrettanto che a non tutti piacciono interi pasti a base di radici.

La penultima volta, invece, fu al Palatrussardi. Già il nome del luogo dichiara quanto tempo fa ciò accadesse: infatti, era il febbraio del 1990. Clapton portava in tour Journeyman, disco che allora mi entusiasmò (riascoltato adesso, la partecipazione è più morbida). Inoltre, era il tempo in cui suonavo in un gruppo il cui chitarrista e cantante era un devoto fan, e di rimando fece anche di me un «claptomane». Nel nostro repertorio c'erano alcuni dei capolavori del buon Eric: Layla (che goduria la seconda parte, per un pianista), Sunshine of Your Love, Wonderful Tonight, Badge, Old Love. Andammo insieme, io e Francesco - si chiamava, e si chiama tuttora così l'amico chitarrista - a quello show. Ne fummo estasiati.

Clapton suonava con questa band: due coriste (Tessa Niles, Katie Kissoon), batteria (Steve Ferrone), tastiere (Alan Clark, in prestito dai Dire Straits), pianoforte (Greg Phillinganes), basso (Nathan East), chitarra (Phil Palmer), percussioni (Ray Cooper). Tanti, ma soprattutto eccellenti. Una band rodata nel profondo, attenta al minimo dettaglio. Non solo non ricordo sbavature, ma nemmeno quell'effetto di perfezione fredda spesso prodotta da musicisti bravi ma poco empatici. Sul palco, tutto funzionava a meraviglia. Alcuni brani - tra tutti, la Wonderful Tonight che trovate lì sotto - furono reinventati con esiti stupefacenti; altri restarono fedeli agli originali ma senza perdere nulla del loro mordente. Lo show non durò molto, ma fu di un'intensità costante e solida, fino all'esplosivo finale di Sunshine of Your Love.

Quel concerto, però, non si limitò a essere un momento di musica suonata come si deve. Fu, almeno per me, una piccola lezione. Avevo 16 anni, e per chi suona uno strumento quella è l'età in cui vuoi far sentire a tutti quanto sei bravo. Così cerchi di sbalordirli con la tecnica, e con assoli in cui le note formano velocissime cascate. Non c'è quasi mai respiro, tra un suono e l'altro. A indulgere in tanta generosità non erano solo i chitarristi, ma anche chi metteva le mani su un sintetizzatore o su un pianoforte. Risultato: se eri bravo, un circo Barnum; se non lo eri, una tragedia.

Clapton mi aiutò a capire che tutto quel dannarsi non serviva a nulla. Serviva invece trovare una propria voce, un proprio modo di far parlare lo strumento. Dire poche cose, insomma, ma dirle bene. Essere Slowhand non per pigrizia, ma per lasciare un segno. Anni dopo capii che l'approccio di Clapton nella ricerca di una propria voce era tipicamente jazzistico. Allora, invece, capii che dovevo smetterla di torturare i tasti. In altre parole, che era il caso di cominciare a suonare.

giovedì 26 giugno 2014

È in Umbria, è jazz. Ma è un'altra cosa.

06:46 Posted by Unknown , No comments
Dal momento che le parole «Umbria» e «jazz», assieme, formano il nome del festival di genere più noto in Italia, bisogna dire che per organizzarne un altro nella stessa regione ci vuol coraggio. In questo caso titolare ne è Luciano Vanni, editore e direttore di un sistema di pubblicazioni sul jazz. A veder bene, è un coraggio obbligato: la società editrice - Vanni Editore srl - ha sede a Collescipoli, in provincia di Terni; ovvero, il luogo in cui dal 27 al 29 giugno si terrà la seconda edizione del Jazzit Fest. Ma se la logistica è comoda, il fatto di giocare in casa di Umbria Jazz rende il resto inevitabilmente più complicato. Perché, anche a non cercarla, l'idea della sfida si fa viva. Ed è a quel punto che chi ha interesse in questo tema è chiamato a uno sforzo: ucciderla, quell'idea.

Jazzit Fest e Umbria Jazz, infatti, hanno in comune solo il territorio. Per il resto, sono lontani l'uno dall'altro più di quanto l'Italia lo sia dalla Nuova Zelanda. Il festival storico è una classica e gradita parata di star (date un occhio al programma e capirete), il «giovane» è un tentativo di innovare il cosiddetto format: non un soldo di contributi pubblici, ricerca delle risorse mediante crowdfunding, evento collegato a pratiche di sostenibilità ambientale. E altri punti, minuziosamente elencati nella Carta dei valori.

La tre giorni di Collescipoli si annuncia quindi come occasione per ascoltare in modo diverso il genere musicale che ha segnato il Novecento, prima da solo e poi come radice del rock'n'roll. Non che quello tradizionale - andare a Perugia per un concerto di Wayne Shorter e Herbie Hancock, per dire - sia sbagliato; anzi, vivaddio che nell'amareggiata Italia del 2014 si tenga ancora una kermesse del livello di Umbria Jazz. Tuttavia il Jazzit Fest è l'occasione per capire che vivere di jazz - in generale, di musica - non significa solo suonare per un pubblico. I concerti non mancano, e ci mancherebbe, ma nella forma più raccolta degli showcase. Soprattutto, non mancano i workshop con gli operatori del settore (musicisti e non), le mostre, le conferenze, gli incontri dedicati ad altre arti (cinema, tra tutte) e al loro stretto legame con la musica afro-americana. L'insieme degli eventi è concepito per dare la maggior visione panoramica sul jazz, genere per sua natura complesso - «se non sai cos'è, allora è jazz», diceva Louis Armstrong: così spesso si finisce per ascrivere al genere musiche che in fondo non gli appartengono. E, quel che più conta, per dare un palco a musicisti lontani dalla ribalta, ma non per questo poco capaci. Per ricordare, in altre parole, che il buon jazz non lo fa soltanto la star di fama mondiale.

lunedì 23 giugno 2014

Una canzone, una storia: Ma se talvolta ci provi, forse...

08:59 Posted by Unknown , No comments
Alla fine, è solo un gruppo di amici riuniti da un'occasione infausta. O solo un film per reduci di una rivoluzione incompiuta. Comunque, di gente che ora veleggia verso i settanta. Che diavolo ci avrai da spartire con loro, non ti è chiaro. Tutto ciò che li entusiasmava – sogni, ribellioni, egualitarismi, épater le burgeois, immaginazione al potere, chilometri di canne e anni di sesso libero – non ha mai fatto parte di te. Tutta quella roba lì non era nei giorni da giovane di chi ti ha educato; e tu, adolescente ripugnantemente moderato, hai obbedito alle regole calate dall'alto. Hai fatto il bravo, insomma.

Eppure quel film ti dice qualcosa. Lo vedi, lo rivedi, lo impari a memoria. Parla di un suicidio, di un fallimento collettivo e di un'amicizia che vi sopravvive. È girato con attori che di lì a poco sarebbero diventati delle star, a cominciare da quello visibile solo all'inizio nella parte del morto. Soprattutto, quel film ha una colonna sonora strepitosa. Il punto, di nuovo, è che quei suoni lì non dovrebbero appartenerti. Sono cose vecchie, trite e ritrite, sono la musica su cui ballava, si innamorava, si lasciava, scopava, viveva gente che potrebbe essere tuo padre e tua madre se fossi nato negli Usa. Ma sei italiano, milanese figlio di meridionali e hai quattordici anni alla fine degli Ottanta. Dovresti ascoltare altro. E sì, è vero, lo ascolti, quell'altro. Ci balli, ti ci diverti (scopare no, sei come Gigliola Cinquetti e non ne hai l'età), ci vivi i tuoi giorni pensando che i problemi del mondo siano una versione di latino, un'equazione di secondo grado e la tua compagna di classe che in te vede solo l'amico cui confidare cose che vorresti facesse con te medesimo, e non con quell'altro. I suoni dei problemi del mondo sono cose contemporanee: George Michael, i Bros, gli U2, Terence Trent d'Arby, Tracy Chapman, Bon Jovi, Rick Astley. Meteore e astri un po' più stabili. La musica è quella lì; non – per dire – John Lennon.

Ma poi arriva quel film. Ti piomba in casa una sera dopo che hai cenato, il giorno dopo c'è scuola e hai già fatto i compiti. Ti metti lì con i tuoi e guardi. Soprattutto, ascolti. Già la partenza ti inchioda alla poltrona: vestono il morto mentre passa un brano su uno che ha sentito dire che la tipa vuol lasciarlo. Ma è dopo che accade ciò di cui solo la musica o l'assassinio di John Kennedy sono capaci: farti ricordare dov'eri quando è successa una cosa. Tu sei in poltrona, dopo cena, e arriva quella canzone. Nel film gli amici si ritrovano, si abbracciano mormorando «Cristo!» come solo gli americani, il corteo scorre fino al cimitero, uno di loro si impasticca, un'altra si lamenta perché voleva andare sulla Limousine, un marito fuori luogo dice frasi fuori luogo. Gente con dei problemi, insomma. Su tutto questo passa quella canzone. Tu non l'hai mai ascoltata prima, e sì che del gruppo che la canta è difficile non conoscere i brani. Pure, ne resti folgorato, cercandone invano le ragioni. Sarà quel riff acustico dall'incedere malinconico, sarà l'esplosione gospel di qualche battuta dopo, sarà il ritmo in continua sincope, sarà che cresce dall'inizio alla fine. Sarà questo o quell'altro motivo, ne prendi la scossa. E ti folgori ogni volta che rivedi quel film.

Anni e anni dopo sei a San Siro. È un martedì di piena estate, e due giorni prima a Berlino l'Italia ha festeggiato un importante successo sportivo. In più, tu sei allo stadio nell'anniversario di un altrettanto importante successo sportivo, raggiunto ventiquattro anni prima. Sul palco, da un paio d'ore, c'è il gruppo che la cantava. Il cantante è in gran forma, il chitarrista numero 1 sta riprendendosi da un brutto incidente occorsogli settimane prima ma pare piuttosto in forma anche lui. Il chitarrista numero 2 non ha il talento e la voce del numero 1, ma in ogni caso avercene. Il batterista lotta con i propri limiti fisici, e vince. I musicisti di supporto suonano come professionisti navigati. Il pubblico è gasato dall'atmosfera, non sono pochi quelli che ventiquattro anni prima, in un pomeriggio a Torino, sono stati al concerto durante il quale il cantante previde fin nel risultato l'importante successo sportivo raggiunto dall'Italia in serata. Il ricordo di tanta coincidenza elettrizza l'aria, nella quale stanno suonando note tutt'altro che innovative. Le canzoni sono sempre quelle, trite e ritrite, ascoltate milioni di volte. Eppure, ti fanno saltare e cantare. Il set termina, si passa ai bis. Il pianista è un session man tanto formidabile da suonare anche il trombone, che lancia su una frase morbida sorretta dal riff acustico dall'incedere malinconico. Due ingredienti che, con una spruzzata di adrenalina e di caldo estivo, producono un cocktail dal nome inconfondibile: vertigine. Porti le mani alla testa e urli: «Sì! La canzone della vita». Poi cominci a cantare, e non ti fermi più.

Dopo, un altro pezzo; quello che conoscono anche le statue dell'Isola di Pasqua e che parla di soddisfazioni imprendibili. E poi due protagonisti del successo sportivo appena conquistato salgono sul palco, il megaschermo passa le immagini del trionfo, lo stadio sembra venir giù dalle urla e dall'entusiasmo. Il concerto si chiude con un'eruzione, ma tu non te ne accorgi. Se ancora lì, alla canzone della vita e a chiederti perché, nell'istinto della sorpresa, l'hai definita così. Non c'è quasi nulla, nella tua vita, che sia ad essa legato se non quell'istante cinematografico. Anzi, televisivo. Non è una canzone con cui ritorni a una ragazza, a un amico, a una delusione, a una vacanza, a un lutto o a chissà cos'altro. È solo la canzone di una sera in salotto con i tuoi. Ma è una canzone che dice «Non puoi avere sempre ciò che vuoi. Ma se talvolta ci provi, forse ti scopri ad avere ciò di cui hai bisogno».

Ecco perché è la canzone della vita. Perché è così, la vita.

venerdì 20 giugno 2014

Make Music Milan: finalmente, la festa della musica

Uno potrebbe anche chiederselo: possibile che non siamo più capaci di creare nulla di autenticamente nostro? Prendiamo PianoCity: l'idea l'hanno avuta a Berlino, noi l'abbiamo importata nel 2012. E prendiamo Make Music Milan: trasformare il 21 giugno nella Festa della Musica è una cosa che a Parigi si fa dal 1982. Sì, quell'anno lì: Bearzot, il Mundial, Paolo Rossi e Campioni del Mondo per tre volte. Trentadue anni fa. Da noi arriva solo ora.

Uno potrebbe anche chiederselo, basando le proprie perplessità su fatti difficilmente confutabili. Ma la miglior risposta a domande di questo tipo è «chissenefrega». PianoCity, in tre edizioni, ha raccolto sempre più pubblico, e nell'ultima ha trasformato Milano in una capitale della musica, con concerti nelle case, nei cortili e migliaia di persone nei luoghi simbolo della città, seduti o sdraiati su un plaid per ascoltare musica suonata da grandi professionisti e capacissimi dilettanti.

Make Music Milan, che si tiene domani dalle 18 alle 24, promette altrettanto pur essendo gli show concentrati in sole sei ore. I numeri dicono di 800 musicisti e 130 concerti in 90 luoghi milanesi. Musicisti, di nuovo come per PianoCity, non significa solo professionisti ma anche appassionati che, dilettandosi con uno strumento, abbiano scelto uno dei punti cittadini allestito a palcoscenico e si siano iscritti per partecipare.

L'evento, manco a dirlo, è caratterizzato da un hashtag: #elefantiamilano. Riferimento criptico a un'invasione di qualche secolo fa, quando un certo Annibale Barca passò le Alpi a bordo dei pachidermi. Non passò da Milano - o quel che era allora, nel 218 a.C. -, sicché serve un po' di immaginazione per collegare gli zannuti quadrupedi a una ben più pacifica invasione di musicisti. Ne serve un po' di meno per pensare che domani possa ripetersi qualcosa di simile a ciò che accade di solito a Parigi, come mostra il video lì sotto. Cioè una gran bella festa.

mercoledì 18 giugno 2014

Una canzone, una storia: Molti più di mille

03:46 Posted by Unknown , No comments
Questa non è una rubrica, quindi non ha una scadenza fissa. È un esperimento, nemmeno troppo innovativo. Ma mi va di farlo: prendere una canzone e raccontarci una storia. Partiamo. 

Non era una passione. Ma lei lo ascoltava, così ho cominciato a farlo anche io. Che poi, non è che non lo ascoltassi: la zia di poco più grande - quella che quando ero poco più che un neonato mi piazzò nelle orecchie Penny Lane facendo di me, verso i Beatles, un'oca di Lorenz – amava i poster, i passerotti che vanno via nei sabati pomeriggio, le magliette fine, le ragazze di campagna e gli sfigati che a Porta Portese scoprono di averci le corna. E io, che alla zia voglio gran bene, ho finito per saperne le canzoni. Ma ascoltarlo, è un'altra cosa.

Lei lo ascoltava, lo seguiva nei concerti. Lei lo portò al mare, in un walkman, nell'estate dei miei diciotto anni. Lei mi mise le cuffie e semplicemente mi disse: «Ascolta». E io ascoltai, senza accorgermi che nella storia di un addio – di quello parlava, la canzone – stavamo tessendo quella del nostro incontro. Ascoltavo e davanti agli occhi avevo un Gauguin dipinto nel Tirreno, con i colori accecanti raccontati nei libri di Giuseppe Berto. Ascoltavo e cominciavo a sognare di vivere con lei tutto quello che immaginavo ci fosse stato prima dell'addio di cui cantava il cantante. Ascoltavo e sapevo che quella canzone sarebbe rimasta agganciata per sempre a ogni suo ricciolo ramato – era riccia, allora. Ascoltavo e capivo di non voler essere che lì, in quell'istante assolato di un pomeriggio di luglio.

Lei lo ascoltava, e mi insegnò a farlo. A capire che il menestrello sentimentale e disimpegnato sapeva scrivere grandi canzoni, e che tre anni prima fischiarlo in un megaconcerto di star internazionali non fu educazione. E che quella canzone lì, con un po' di dadaismo nelle armonie, poteva essere un classico del jazz. Uno standard. E che non è un caso, allora, che lei lo ascoltasse. Perché lei, il jazz, lo adora. Lei, anni dopo, s'è messa a leggere un librone su Keith Jarrett per capire cosa sia il desiderio feroce senza il quale l'arte non può esistere. Lei s'è drogata di John Coltrane. Lei è una donna che Paolo Conte mai le dedicherebbe una canzone, ché le donne – non si capisce il motivo – il jazz lo odiano. Ma di cui l'avvocato potrebbe, quello sì, innamorarsi.

E poi capisci le cose che tornano, in questa storia. L'avvocato, per esempio. Lei voleva farlo, e pure io. Poi nessuno più l'ha fatto. E chissà che non sia stato un bene per tutti, a cominciare dal diritto. E chissà che non sia stato un bene per tutti, a cominciare da me e da lei, che tutto quanto avrei voluto accadesse da quell'istante assolato – un bacio, e un altro ancora, e tramonti mano nella mano, e giochi nell'acqua, e altri baci, e altri tramonti, e tutta l'estate da passare insieme – non sia accaduto. Mai. Nemmeno nelle estati successive, nemmeno quando ci siamo ritrovati dopo esserci persi. Qualcosa mi dice che se quell'istante assolato ci avesse unito, poi sì, ci saremmo persi davvero. Perché la fine di quell'estate ci avrebbe portato via la nostra storia. E quella canzone sarebbe rimasta un ricordo, come tutte le milioni di altre che hanno fatto da soundtrack alle milioni di storie di ogni estate calata sulle spiagge del mondo da quando l'uomo ha preso, in estate, a innamorarsi.

Invece no, la nostra storia è rimasta. Io sono qui, lei è da tutt'altra parte. Ogni tanto appare in chat e mi chiede come va. E allora le racconti che è ok, da quando hai mollato quel lavoro che non era il tuo. Che i bimbi crescono alla grande, e che aveva ragione a dirti che il più piccolo ci avrebbe fatto impazzire. E che quello in arrivo sarà accolto come un principe. Le racconti che il lavoro di adesso dovrà decollare, perché non c'è alternativa. E le chiedi come va a lei, come sta la sua bimba. E nelle sue risposte senti quanto lei la ami, quella bimba. E quanto ami suo marito. E sai che deve essere così. Che lei, se ti chiamassi Harry, è quella a cui diresti che sei stato con una donna, ci hai fatto l'amore e per il piacere l'hai fatta miagolare. Che lei, se si chiamasse Sally, ti direbbe che il tizio con cui è uscita le ha staccato un capello e l'ha usato come filo interdentale. O che Joe sta per sposarsi. Ma non ci sarebbero lacrime, non ci sarebbero equivoci, dichiarazioni a Capodanno, torte nuziali al cocco con crema a parte. Ci sarebbe solo Joe, con sua moglie. E auguri e figli maschi.

Quel che ci sarebbe, e che c'è, sono invece i giorni trascorsi da quell'istante assolato. E sono molti più di mille.

lunedì 16 giugno 2014

Quando la cover è un'opera d'arte

Settecento letti d'ospedale. Sono sistemati su una spiaggia e formano un serpente di cui non si vede la fine. Su uno di essi siede una persona, in primo piano; molto sullo sfondo, si intravvede la sagoma di un deltaplano in volo.

Tutto ciò costituisce la copertina di A Momentary Lapse of Reason, penultimo disco dei Pink Floyd, ed è frutto dell'estro di Storm Thorgerson. A lui e alla sua arte è dedicata una mostra davvero molto bella: The Gathering Storm. Bella per due motivi. Il primo, perché si tiene all'Arengario di Monza, struttura ben conservata nel centro storico di una cittadina - Monza - percepita più per essere la capitale della «Brianza da fabbrichètta» e il luogo del Gran Premio di F1 che una città d'arte. Una visita alla mostra, invece, invita anche a un giro nei paraggi, tra Duomo e altre delizie toccate dal turismo non come meritino. Il secondo motivo per cui la mostra è bella è per il suo contenuto: le cover di Storm Thorgerson, artista prediletto dai Pink Floyd e collaboratore, tra gli altri, di Peter Gabriel e dei Muse. 

The Gathering Storm è prodotta da Clarart (dove trovate tutte le informazioni essenziali) ed è curata da Luigi Pedrazzi e da Daniel Abbott. Soprattutto, è un formidabile serbatoio di storie utili a capire come Thorgerson fosse un vero interprete dell'arte nobile della copertina, e non solo un grafico. I settecento letti lo raccontano più di tutto il resto. La cover di A Momentary Lapse of Reason, infatti, non nasce da un uso accorto di Photoshop; i letti sono veri, sistemati sulla spiaggia inglese di Staunton Sands, nel Devon. Per realizzare lo scatto era stato pianificato un giorno di lavoro, ma quando Thorgerson e il suo team realizzarono che ci sarebbe voluto più tempo, decisero di lasciare un letto in spiaggia nella notte per vedere se la marea avrebbe potuto sortire effetti non previsti. La mattina dopo del letto si era persa ogni traccia. Sistemati tutti gli altri, cominciò a piovere. L'umidità chiuse l'orizzonte al punto che del serpentone poi ritratto non si riusciva a vedere che la prima metà. Di nuovo, il set fu smontato e rimontato il giorno seguente, per lo scatto definitivo. 

Ecco, Thorgerson lavorava così. La mostra lo racconta bene, evidenziando come - in fin dei conti - centinaia di milioni di persone si siano ritrovate in casa un'autentica opera d'arte. Com'è, in tutta evidenza, la cover di The Dark Side of the Moon, da molti considerata la più bella nella storia del pop/rock (senza dubbio, in piena sintonia con l'indimenticabile musica contenuta in quel disco).

giovedì 12 giugno 2014

Brasile 2014: dieci canzoni per i Mondiali

Oggi è il 12 giugno, e cominciano i Mondiali di Calcio. Si giocano, come sanno anche i tombini, in Brasile. La prima e unica volta che si disputarono lì fu nel 1950, e sembra davvero un secolo fa malgrado di anni ne siano trascorsi «solo» 64. Per dire, il Brasile non aveva ancora vinto uno dei suoi cinque titoli mondiali, e le uniche due squadre titolate erano Italia (2 vittorie) e Uruguay (1).

Ma soprattutto, non era ancora stata inventata la bossa-nova, cioè il genere musicale cui si ascrive il vero inno nazionale brasiliano; la canzone alle cui prime battute tutti vedono materializzarsi davanti agli occhi una spiaggia chilometrica, un trionfo di tanga e di terga opportunamente rassodate, un mojito (e che ci frega se è un cocktail cubano), temperature sopportabilmente tiepide e l'indolenza in cui pare nascondersi il vero senso della vita. In poche parole, la canzone dal titolo Garota de Ipanema.

Ecco, a riguardo è bene sottolineare l'appartenenza del brano alla bossa-nova e non al samba. Quest'ultimo è un'altra cosa: è ritmo, movimento, incedere serrato. Non a caso si è detto fino a qualche anno fa, prima che il pragmatismo europeo mettesse radici nel calcio locale, che la Seleçao giocasse il «calcio-samba»; anche perché, se avesse giocato il «calcio-bossa-nova», sarebbe stata una nazionale pigra e languida, e non avrebbe vinto un accidente.

Dopotutto, è la stessa musica popolare brasiliana a non essere solo samba. O bossa-nova. È anche choro, per esempio. Sono anche i suoni dell'Amazzonia. Insomma è anche altro, da cui il mondo ha preso spunto per fare la propria musica. Quelle che seguono sono alcune canzoni da cui farsi fare compagnia nel prossimo mese, quando di Brasile sentiremo parlare così tanto che alla fine avremo voglia di Finlandia.

Mas que nada
Scritta da Sergio Mendes, caposaldo del songbook verdeoro e arcinota dal 1998, grazie a uno spot della Nike in cui la nazionale brasiliana ingannava il tempo giocando a futbol in aeroporto.




Um a zero
Pixinguinha, che ne è l'autore, è stato tra i maggiori musicisti brasiliani di estrazione colta e ha dato vita al cosiddetto choro moderno. Il titolo dichiara: trattasi di brano a ispirazione calcistica. Non dice però di essere uno tra i migliori esempi di come si possa far ballare senza ausilio di percussioni. Soprattutto se la suonano quelli di cui sotto.



On the street where you live
Cosa diavolo c'entra My Fair Lady, ora? Chiedetelo a Quincy Jones, che dal musical ha tratto il brano trasformandolo in una giostra da Carnevale di Rio.



Sambaista
Incalzante samba per pianoforte ed elettronica, tra i brani più belli di un disco bellissimo, Light Line. Autore, Cesare Picco.



Tico Tico No Fubá
Brano tra i più noti della tradizione brasiliana. Qui Stefano Bollani si diverte a cambiarne la tonalità ogni tre secondi



The Obvious Child
Il Brasile non è solo Copacabana o Ipanema. È anche Amazzonia, come vedremo sabato 14 quando Italia e Inghilterra giocheranno nella sua «capitale», Manaus. E come vide Paul Simon un po' di anni fa, quando con The Rhythm of the Saints celebrò la musica del Brasile tribale.



Samba do Mundo
Fatboy Slim, il deejay di Right Here Right Now e di Praise You, ha preso il samba e ne ha fatto un disco su cui ballare senza sosta: Bem Brasil.



Insensatez 
Nota anche come How Insensitive. Colonna del repertorio bossa-nova, scritta dal padre del genere: Antonio Carlos Jobim. Gronda saudade da ogni nota, è il soundtrack perfetto in caso di eliminazione.



Chega de Saudade
Altra colonna del genere, altro autore importante: João Gilberto. Il titolo significa «basta con la nostalgica malinconia», il che la suggerisce come antidoto all'Insensatez di cui sopra. Ma l'atmosfera con cui la canta Gilberto non è proprio scoppiettante (autopromo: se vi va di ascoltarla come la suoniamo nei BE3, grazie infinite).



Jack Soul Brasileiro 
C'è infine un Brasile moderno, che guarda al pop internazionale e, per citar Manzoni, lo risciacqua nel Rio delle Amazzoni. O nelle infinite baie del Paese. Un capace autore di tal risciacquo è Lenine.



Ghost track: l'inno nazionale.
Scritto come Marcha Triunfal nel 1822 da Francisco Manuel da Silva, celebra l'indipendenza dal Portogallo. In questo mese lo sentiremo sicuramente tre volte, molto probabilmente sette: tante quante le partite fino alla finale. Anche se è quella per il 3° e 4° posto.



lunedì 9 giugno 2014

Bollani alla Scala: più Recital che Piano Solo

Stefano Bollani, Recital Piano Solo. La locandina, lì nella foto, parlava chiaro. Ma forse al protagonista non è piaciuta, sicché ha pensato di apportare qualche modifica. Meglio, di disequilibrare i pesi, gravando più sulla parola Recital che sulle altre due. Ma andiamo con ordine.

Stefano Bollani ha suonato ieri sera alla Scala per un evento benefico organizzato dalla Fondazione Progetto Arca, a sostegno di un progetto dedicato ai bambini e alla povertà. Da vent'anni la fondazione si occupa di prestare il cosiddetto primo aiuto a persone in difficoltà, che possono essere sia il cittadino italiano finito in condizioni di indigenza sia il profugo. Di questi ultimi parlava ieri con Bollani il presidente della fondazione, Alberto Sinigallia, snocciolando cifre impressionanti sull'arrivo di bambini dalla Siria: centinaia ogni giorno. Ben venga, quindi, che il teatro ieri sera fosse esaurito. E ben venga lo spirito con il quale il protagonista ha vissuto la serata: «È giusto che chi ha, ogni tanto renda qualcosa facendo il possibile per cause come questa. Per quanto mi riguarda, non si tratta tanto di mandare denaro o aiuti ma di sensibilizzare l'opinione pubblica. Mi piace scegliere di volta in volta il progetto da sostenere, accanto a una collaborazione con Emergency che procede ormai da anni».

Queste cose Bollani me le ha dette in una telefonata di qualche giorno fa, dalla quale è nata un'intervista che uscirà giovedì 12 sul magazine Gioia. Ragioni di spazio hanno costretto a tagliare alcune considerazioni, che riporterò qui in forma di director's cut accanto ad alcuni pensieri sul concerto. Ecco il primo: se ha una cifra stilistica, quella di Bollani è l'ironia. Il suo obiettivo è divertirsi e divertire; il suo pensiero musicale è leggero (che non significa inconsistente); il suo terrore è la prosopopea. La teme, credo, così tanto da correre il rischio dell'irriverenza. «Per me la Scala è un teatro come un altro – mi ha detto –. Mi preoccupo della musica, non di eventuali note dei grandi attaccate al soffitto e pronte a cadermi sulla testa per la mia alterigia. Non è irriverenza; è che se devo fare musica non posso preoccuparmi del giudizio degli altri. Non è facile: io stesso me ne libero ogni cinque minuti». In altre parole: laddove posso, suono ciò che mi va di suonare. E se alla Scala mi va di fare Imagine, lo faccio. E infatti, l'ha fatta. Certo, della canzone di John Lennon non è rimasto granché: gli accordi sono esplosi in alterazioni e dissonanze, il tema ha dichiarato che si trattava del brano solo nelle prime battute. Però, insomma, ieri alla Scala è stata eseguita Imagine. Che a pensarlo vent'anni fa, sarebbe apparso blasfemo.

«Non ho idea di cosa farò. Se mi andrà di cantare, perché no?». Così al telefono, Bollani. E così ieri sul palco. Dopotutto, lo dichiara a ogni piè sospinto: «Da ragazzo volevo fare il cantante» (lo ha ripetuto anche a me). Credo avrebbe potuto farlo: ha una voce calda, impostata su toni bassi, stonata quanto basta per poter infilarsi nel novero dei Conte, dei Capossela, dei Tom Waits, insomma di quel filone lì. Poi deve aver scoperto di avere talento e tecnica pianistica, di divertirsi di più a suonare e a esplorare ogni angolo di quel tipo di libertà che solo il jazz sa garantire, e che alla fine il cantante canta sempre le stesse cose. E sai che noia. Così, ha scelto altre strade, e vai a sapere se l'ha fatto anche per giustificare l'impegno profuso negli anni del Conservatorio. «Non l'ho superato a testa alta, anche grazie al classico professor Trombone, colui che nega patente di bontà a tutto quanto composto dal 1950 a oggi. Non lo rifarei, insomma: è stato come un effetto placebo, sai che devi assumere il medicinale ma sai anche che non sortisce effetti».

Insomma, Bollani ha cantato. Nei bis, Aguas de Março; prima, la canzone che lui avrebbe voluto scrivere (di nuovo, una canzone; non una sinfonia), Sopra i vetri. Durante, con le parodie di Paolo Conte (Copacabana), di Fred Bongusto (Mafalda), di Franco Battiato (Hai mai letto Kundera?), di Fred Buscaglione (Teresa non scherzare col fucile). Puro spasso, il teatro rideva di gusto. Un riso utile per scacciare il timore di ripetersi: perché in questo, va detto, Bollani si ripete. Chiede al pubblico di dargli dieci titoli e lui li mette insieme in ciò che non è un medley, cioè una pura sequenza di temi, ma un cocktail di musica in cui i motivi di Heidi e di Finché la barca va lasciala andare si innestano sul Bolero di Ravel. Che smette così di essere la musica ipnotica nota a tutti e diventa un'ennesima occasione di stupore divertito. Il punto, purtroppo, è che questo momento ludico è ora noto a chi segue Bollani, il quale si vede spesso chiedere le solite cose: Heidi, appunto, e Conte, e Battiato, e le imitazioni. Umilmente, mi permetto un consiglio: non chieda più. Parta da solo, seguendo la propria testa e tenendo così lontano l'incombere del già sentito, che è proprio ciò che non ci si aspetta da un suo concerto. Anche quando è meno concerto di altre volte, come ieri sera.

Torniamo infatti all'inizio. Recital, più che Piano Solo. Bollani ieri sera ha recitato autentiche gag con il pianoforte, lasciandolo muto per interi minuti, con il coperchio abbassato, in un siparietto in cui il pianista finiva vittima delle intemperanze dello strumento. Ha giocato con le proprie mani, fingendo andassero da sole. Ha bevuto dalla bottiglietta continuando a suonare un basso ostinato. Ha scherzato con il pubblico e con la causa benefica dell'evento, evitando la retorica in cui occasione come queste possono far cadere. Ha detto al pubblico di essere non solo un pianista, ma anche un entertainer. E a dispetto della cornice scaligera, il pubblico era tutto tranne che disorientato. Forse gli unici due a esserlo un po' (con tutto che ci siamo divertiti) eravamo io e il mio amico Federico: ci si guardava e ci si chiedeva cosa stesse facendo l'uomo laggiù sul palco. L'uomo che giorni prima, al telefono, proclamò una certezza («Non ci sarà una terza stagione di Sostiene Bollani») e, di nuovo, stupì l'interlocutore dichiarando che «l'aspetto divulgativo della trasmissione è stato il meno interessante. Oddio, adesso sospetto di non aver capito che quello era il punto più interessante. Ma per me contava imparare una cosa: si può fare. Cioè, puoi andare in un posto autoreferenziale com'è la televisione generalista e fare ciò che vuoi e ti piace di più. E' una buona notizia».

Quindi, non so se ho capito cosa stesse facendo Bollani ieri sera. Pensando a un Piano Solo devo aver innescato un riflesso pavloviano, andando al Keith Jarrett del 1995 e immaginandomi, ovviamente con un pianista diverso, qualcosa di simile. È stato tutt'altro. Sorprendente, piacevole. E coerente con la natura dell'artista.

PS. A bis ultimati e luci accese, parte del pubblico rumoreggiava chiedendo altra musica. Bollani è uscito e ha attaccato Maple Leaf Rag. Di nuovo, l'incombere del ripetersi. Bollani lo suona spesso, lo smonta ogni volta in qualcosa di diverso seguendo però, alla fine, un processo di smontaggio codificato. Il timore è stato fugato da Jitterbug Waltz, che è spuntato non si sa come dalle note del rag. E con cui, in un bel modo, s'è chiusa la serata.

venerdì 6 giugno 2014

L'incomprensibile ritorno di The Division Bell

Tra un mese, più o meno, i Pink Floyd pubblicheranno un cofanetto celebrativo del loro ultimo disco in studio: The Division Bell, di cui quest'anno cade il ventennale. Rolling Stone racconta con precisione quanto grande (quasi pachidermica) sia l'iniziativa. Non dice - anche perché non ne è tenuto - quanto incomprensibile essa sia.

Perdonate la facile citazione dell'eterno Antonio Lubrano, ma «la domanda sorge spontanea»: perché The Division Bell? In tutta sincerità, quel disco ha una sola caratteristica: è l'ultimo atto della strepitosa storia dei Pink Floyd. Come il suo predecessore (A Momentary Lapse of Reason), è stato inciso dall'ultima formazione del gruppo: David Gilmour, Nick Mason, Richard Wright, orfani di Roger Waters. Diversamente dal suo predecessore, che consegnò al soundtrack del tempo - il passaggio tra gli anni Ottanta e Novanta - almeno un paio di brani di livello (Learning to Fly, On the Turning Away), The Division Bell non ha lasciato tracce di rilievo. Al massimo, rappresentò l'occasione per rivedere in Italia i Pink Floyd, in un concerto che riempì il Delle Alpi di Torino e che mi fu molto caro per due motivi: uno è raccontato qui, e si chiama Michela; l'altro fu l'esecuzione integrale di The Dark Side of the Moon, un disco che non ci si stanca mai di ascoltare.

Oltre a quanto detto The Division Bell non va. Non riesco davvero a vederne lo spunto per celebrare, appunto, l'ultimo atto, peraltro il meno rilevante di quelli scritti dai Pink Floyd. Un atto anonimo, composto di musica innegabilmente qualitativa ma priva di quel qualcosa con cui una canzone riesce a inchiodarsi nelle tavole della Storia. E a farsi memoria. Il cofanetto in uscita tra poco rischia di celebrare la naturale decadenza di un gruppo che con The Wall scrisse il suo ultimo capolavoro, e che poi si lasciò andare con dischi sicuramente buoni; di quelli che un ordinario musicista firmerebbe con Satana pur di scriverli, ma che non onorano il blasone dei Pink Floyd.

Davvero, non capisco l'esigenza di un'operazione di questo tipo per The Division Bell, al di fuori di un prodotto pensato solo per i fan più accesi. Mi pare invece che il «nuovo» disco rispecchi bene i tempi attuali, in cui si coglie ogni occasione per lanciare sul mercato qualcosa da vendere. In questo, e in altri casi, è l'anniversario. Per dirne un'altra, dal 9 all'11 giugno nei cinema si potrà vedere A Hard Day's Night, il primo film dei Beatles, uscito nelle sale nel 1964. Cioè cinquant'anni fa. Ora, non è che i Fab Four li si ricordi come grandi attori; tuttavia, il film ha una sua bellezza, ha avuto due nomination agli Oscar ed è una solida testimonianza storica di ciò che fu la beatlemania.

Con i Beatles, insomma, la celebrazione può avere un senso. Ma proviamo a pensare al 2031 e a un cofanetto celebrativo di Collapse into now, l'album con cui i R.E.M. hanno chiuso la loro storia tre anni fa. Ha senso? Se ce l'ha, è lo stesso di The Division Bell.

martedì 3 giugno 2014

Un mio racconto su Born in the U.S.A. (autopromo)

Il 4 giugno 1984 nei negozi di dischi appariva Born in the U.S.A., il disco che ha trasformato Bruce Springsteen da rocker a rockstar. A trent'anni (meno un giorno) di distanza, e con tutte le più che debite proporzioni, segnalo su Amazon.it un mio racconto: Born with the U.S.A. - Gli anni Ottanta, Springsteen e un ragazzino di dodici anni. (Questo il link per chi voglia acquistarlo). Ecci alcuni punti per spiegare di cosa si tratta.

- Cominciamo da cosa NON è: un saggio di critica e analisi musicale. Su Born in the U.S.A. è stato detto e scritto molto, e credo ci sia ben poco da aggiungere.

- Nemmeno è narrativa tout court, un racconto come lo sono quelli - inarrivabili - di Carver o Hemingway. 

- È invece un racconto, in 40 pagine, nato quasi di getto ascoltando il podcast di un programma di Luca De Gennaro dedicato, ovviamente, al disco. Lavavo i piatti, ne ascoltavo le canzoni e le chiose di De Gennaro e, all'improvviso, ho visto scorrermi davanti una storia da raccontare.

- Una storia che conosco bene: la mia. In modo un po' sfacciato, sono io che racconto in prima persona il modo in cui Bruce Springsteen mi ha cambiato la vita.

- Sì, lo so. «Questo libro/disco/incontro/piatto/vestito/posacenere mi ha cambiato la vita» è un'espressione abusata, e va maneggiata con cura. E in effetti, a ben guardare, non è che quel disco mi abbia davvero cambiato la vita. 

- Quel che ha cambiato, e che ho provato a raccontare, è la prospettiva sulle cose in un'età delicata e meravigliosa. 

- Perché Born with the U.S.A. è un racconto sul diventare grandi negli anni Ottanta, su Milano, su «la grazia e il tedio a morte» (copyright: Francesco Guccini) del vivere nella sua provincia, su Deejay Television come romanzo di formazione musicale, su estati in cortile e in campagna, sul primo bacio, sui fratelli maggiori come sherpa lungo i sentieri della scoperta dei classici, sull'equivoco di un disco vissuto come celebrazione dell'America reaganiana pur essendo il suo esatto contrario, su anni di per se stessi equivoci dietro il loro essere colorati e sorridenti, sullo scudetto al Napoli come vento di cambiamento, sullo splendore indicibile del primo concerto rock.

- E su come, decenni più tardi, si possa essere padri e bambini allo stesso tempo

- Ecco, Born with the U.S.A. è tutto questo. Si trova solo in formato e-book su Amazon, costa 3,77 euro. E se vorrete leggerlo, non potrò far altro che ringraziarvi.