Musica, senza steccati

lunedì 30 giugno 2014

Quel che capii a un concerto di Eric Clapton

06:32 Posted by Igor Principe , , , No comments
Con le debite proporzioni, Eric Clapton ha fatto come Cesare Prandelli e si è dimesso. E come quelle del c.t. sono state accolte dal plauso di chi vi ha visto un gesto dovuto e apprezzabile, così quelle di Clapton possono essere salutate. In pratica, non sopporta più la fatica dei tour, e al traguardo dei 70 anni - li compirà il 30 marzo del 2015 - chiuderà con i live, limitandosi a far dischi.

La scelta è giusta. Al di là della fatica, di cui si sente vittima, mr Slowhand affronta un punto cruciale per le rockstar che hanno fatto la storia e che, giocoforza, non hanno più molto tempo per fare altro futuro. E il punto è: quanto tirare la corda? Quanto rischiare di salir su un palco a far la brutta copia di se stessi? Certo, non per tutti è così: ci sono fior di ultrasessantenni che dal vivo rendono come e forse meglio che in passato. Ma per altri non lo è, così. E quando qualcuno trova il coraggio di non fingere, gli va reso il più giusto dei tributi.

Certo, è una scelta che gli appassionati gradiranno poco. E io sono tra quelli. Uno degli show che avrei rivisto volentieri, infatti, è proprio un concerto di Eric Clapton. L'ultima volta fu proprio vent'anni fa, al Forum di Assago, nel tour di From the Cradle: concerto perfetto ma estremamente filologico, con ventiquattro (più o meno) brani blues. Troppi, per i miei gusti. Perché è vero che il blues è la radice di tutto, ma lo è altrettanto che a non tutti piacciono interi pasti a base di radici.

La penultima volta, invece, fu al Palatrussardi. Già il nome del luogo dichiara quanto tempo fa ciò accadesse: infatti, era il febbraio del 1990. Clapton portava in tour Journeyman, disco che allora mi entusiasmò (riascoltato adesso, la partecipazione è più morbida). Inoltre, era il tempo in cui suonavo in un gruppo il cui chitarrista e cantante era un devoto fan, e di rimando fece anche di me un «claptomane». Nel nostro repertorio c'erano alcuni dei capolavori del buon Eric: Layla (che goduria la seconda parte, per un pianista), Sunshine of Your Love, Wonderful Tonight, Badge, Old Love. Andammo insieme, io e Francesco - si chiamava, e si chiama tuttora così l'amico chitarrista - a quello show. Ne fummo estasiati.

Clapton suonava con questa band: due coriste (Tessa Niles, Katie Kissoon), batteria (Steve Ferrone), tastiere (Alan Clark, in prestito dai Dire Straits), pianoforte (Greg Phillinganes), basso (Nathan East), chitarra (Phil Palmer), percussioni (Ray Cooper). Tanti, ma soprattutto eccellenti. Una band rodata nel profondo, attenta al minimo dettaglio. Non solo non ricordo sbavature, ma nemmeno quell'effetto di perfezione fredda spesso prodotta da musicisti bravi ma poco empatici. Sul palco, tutto funzionava a meraviglia. Alcuni brani - tra tutti, la Wonderful Tonight che trovate lì sotto - furono reinventati con esiti stupefacenti; altri restarono fedeli agli originali ma senza perdere nulla del loro mordente. Lo show non durò molto, ma fu di un'intensità costante e solida, fino all'esplosivo finale di Sunshine of Your Love.

Quel concerto, però, non si limitò a essere un momento di musica suonata come si deve. Fu, almeno per me, una piccola lezione. Avevo 16 anni, e per chi suona uno strumento quella è l'età in cui vuoi far sentire a tutti quanto sei bravo. Così cerchi di sbalordirli con la tecnica, e con assoli in cui le note formano velocissime cascate. Non c'è quasi mai respiro, tra un suono e l'altro. A indulgere in tanta generosità non erano solo i chitarristi, ma anche chi metteva le mani su un sintetizzatore o su un pianoforte. Risultato: se eri bravo, un circo Barnum; se non lo eri, una tragedia.

Clapton mi aiutò a capire che tutto quel dannarsi non serviva a nulla. Serviva invece trovare una propria voce, un proprio modo di far parlare lo strumento. Dire poche cose, insomma, ma dirle bene. Essere Slowhand non per pigrizia, ma per lasciare un segno. Anni dopo capii che l'approccio di Clapton nella ricerca di una propria voce era tipicamente jazzistico. Allora, invece, capii che dovevo smetterla di torturare i tasti. In altre parole, che era il caso di cominciare a suonare.

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