Musica, senza steccati

mercoledì 18 giugno 2014

Una canzone, una storia: Molti più di mille

03:46 Posted by Igor Principe , No comments
Questa non è una rubrica, quindi non ha una scadenza fissa. È un esperimento, nemmeno troppo innovativo. Ma mi va di farlo: prendere una canzone e raccontarci una storia. Partiamo. 

Non era una passione. Ma lei lo ascoltava, così ho cominciato a farlo anche io. Che poi, non è che non lo ascoltassi: la zia di poco più grande - quella che quando ero poco più che un neonato mi piazzò nelle orecchie Penny Lane facendo di me, verso i Beatles, un'oca di Lorenz – amava i poster, i passerotti che vanno via nei sabati pomeriggio, le magliette fine, le ragazze di campagna e gli sfigati che a Porta Portese scoprono di averci le corna. E io, che alla zia voglio gran bene, ho finito per saperne le canzoni. Ma ascoltarlo, è un'altra cosa.

Lei lo ascoltava, lo seguiva nei concerti. Lei lo portò al mare, in un walkman, nell'estate dei miei diciotto anni. Lei mi mise le cuffie e semplicemente mi disse: «Ascolta». E io ascoltai, senza accorgermi che nella storia di un addio – di quello parlava, la canzone – stavamo tessendo quella del nostro incontro. Ascoltavo e davanti agli occhi avevo un Gauguin dipinto nel Tirreno, con i colori accecanti raccontati nei libri di Giuseppe Berto. Ascoltavo e cominciavo a sognare di vivere con lei tutto quello che immaginavo ci fosse stato prima dell'addio di cui cantava il cantante. Ascoltavo e sapevo che quella canzone sarebbe rimasta agganciata per sempre a ogni suo ricciolo ramato – era riccia, allora. Ascoltavo e capivo di non voler essere che lì, in quell'istante assolato di un pomeriggio di luglio.

Lei lo ascoltava, e mi insegnò a farlo. A capire che il menestrello sentimentale e disimpegnato sapeva scrivere grandi canzoni, e che tre anni prima fischiarlo in un megaconcerto di star internazionali non fu educazione. E che quella canzone lì, con un po' di dadaismo nelle armonie, poteva essere un classico del jazz. Uno standard. E che non è un caso, allora, che lei lo ascoltasse. Perché lei, il jazz, lo adora. Lei, anni dopo, s'è messa a leggere un librone su Keith Jarrett per capire cosa sia il desiderio feroce senza il quale l'arte non può esistere. Lei s'è drogata di John Coltrane. Lei è una donna che Paolo Conte mai le dedicherebbe una canzone, ché le donne – non si capisce il motivo – il jazz lo odiano. Ma di cui l'avvocato potrebbe, quello sì, innamorarsi.

E poi capisci le cose che tornano, in questa storia. L'avvocato, per esempio. Lei voleva farlo, e pure io. Poi nessuno più l'ha fatto. E chissà che non sia stato un bene per tutti, a cominciare dal diritto. E chissà che non sia stato un bene per tutti, a cominciare da me e da lei, che tutto quanto avrei voluto accadesse da quell'istante assolato – un bacio, e un altro ancora, e tramonti mano nella mano, e giochi nell'acqua, e altri baci, e altri tramonti, e tutta l'estate da passare insieme – non sia accaduto. Mai. Nemmeno nelle estati successive, nemmeno quando ci siamo ritrovati dopo esserci persi. Qualcosa mi dice che se quell'istante assolato ci avesse unito, poi sì, ci saremmo persi davvero. Perché la fine di quell'estate ci avrebbe portato via la nostra storia. E quella canzone sarebbe rimasta un ricordo, come tutte le milioni di altre che hanno fatto da soundtrack alle milioni di storie di ogni estate calata sulle spiagge del mondo da quando l'uomo ha preso, in estate, a innamorarsi.

Invece no, la nostra storia è rimasta. Io sono qui, lei è da tutt'altra parte. Ogni tanto appare in chat e mi chiede come va. E allora le racconti che è ok, da quando hai mollato quel lavoro che non era il tuo. Che i bimbi crescono alla grande, e che aveva ragione a dirti che il più piccolo ci avrebbe fatto impazzire. E che quello in arrivo sarà accolto come un principe. Le racconti che il lavoro di adesso dovrà decollare, perché non c'è alternativa. E le chiedi come va a lei, come sta la sua bimba. E nelle sue risposte senti quanto lei la ami, quella bimba. E quanto ami suo marito. E sai che deve essere così. Che lei, se ti chiamassi Harry, è quella a cui diresti che sei stato con una donna, ci hai fatto l'amore e per il piacere l'hai fatta miagolare. Che lei, se si chiamasse Sally, ti direbbe che il tizio con cui è uscita le ha staccato un capello e l'ha usato come filo interdentale. O che Joe sta per sposarsi. Ma non ci sarebbero lacrime, non ci sarebbero equivoci, dichiarazioni a Capodanno, torte nuziali al cocco con crema a parte. Ci sarebbe solo Joe, con sua moglie. E auguri e figli maschi.

Quel che ci sarebbe, e che c'è, sono invece i giorni trascorsi da quell'istante assolato. E sono molti più di mille.

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