Musica, senza steccati

lunedì 23 giugno 2014

Una canzone, una storia: Ma se talvolta ci provi, forse...

08:59 Posted by Igor Principe , No comments
Alla fine, è solo un gruppo di amici riuniti da un'occasione infausta. O solo un film per reduci di una rivoluzione incompiuta. Comunque, di gente che ora veleggia verso i settanta. Che diavolo ci avrai da spartire con loro, non ti è chiaro. Tutto ciò che li entusiasmava – sogni, ribellioni, egualitarismi, épater le burgeois, immaginazione al potere, chilometri di canne e anni di sesso libero – non ha mai fatto parte di te. Tutta quella roba lì non era nei giorni da giovane di chi ti ha educato; e tu, adolescente ripugnantemente moderato, hai obbedito alle regole calate dall'alto. Hai fatto il bravo, insomma.

Eppure quel film ti dice qualcosa. Lo vedi, lo rivedi, lo impari a memoria. Parla di un suicidio, di un fallimento collettivo e di un'amicizia che vi sopravvive. È girato con attori che di lì a poco sarebbero diventati delle star, a cominciare da quello visibile solo all'inizio nella parte del morto. Soprattutto, quel film ha una colonna sonora strepitosa. Il punto, di nuovo, è che quei suoni lì non dovrebbero appartenerti. Sono cose vecchie, trite e ritrite, sono la musica su cui ballava, si innamorava, si lasciava, scopava, viveva gente che potrebbe essere tuo padre e tua madre se fossi nato negli Usa. Ma sei italiano, milanese figlio di meridionali e hai quattordici anni alla fine degli Ottanta. Dovresti ascoltare altro. E sì, è vero, lo ascolti, quell'altro. Ci balli, ti ci diverti (scopare no, sei come Gigliola Cinquetti e non ne hai l'età), ci vivi i tuoi giorni pensando che i problemi del mondo siano una versione di latino, un'equazione di secondo grado e la tua compagna di classe che in te vede solo l'amico cui confidare cose che vorresti facesse con te medesimo, e non con quell'altro. I suoni dei problemi del mondo sono cose contemporanee: George Michael, i Bros, gli U2, Terence Trent d'Arby, Tracy Chapman, Bon Jovi, Rick Astley. Meteore e astri un po' più stabili. La musica è quella lì; non – per dire – John Lennon.

Ma poi arriva quel film. Ti piomba in casa una sera dopo che hai cenato, il giorno dopo c'è scuola e hai già fatto i compiti. Ti metti lì con i tuoi e guardi. Soprattutto, ascolti. Già la partenza ti inchioda alla poltrona: vestono il morto mentre passa un brano su uno che ha sentito dire che la tipa vuol lasciarlo. Ma è dopo che accade ciò di cui solo la musica o l'assassinio di John Kennedy sono capaci: farti ricordare dov'eri quando è successa una cosa. Tu sei in poltrona, dopo cena, e arriva quella canzone. Nel film gli amici si ritrovano, si abbracciano mormorando «Cristo!» come solo gli americani, il corteo scorre fino al cimitero, uno di loro si impasticca, un'altra si lamenta perché voleva andare sulla Limousine, un marito fuori luogo dice frasi fuori luogo. Gente con dei problemi, insomma. Su tutto questo passa quella canzone. Tu non l'hai mai ascoltata prima, e sì che del gruppo che la canta è difficile non conoscere i brani. Pure, ne resti folgorato, cercandone invano le ragioni. Sarà quel riff acustico dall'incedere malinconico, sarà l'esplosione gospel di qualche battuta dopo, sarà il ritmo in continua sincope, sarà che cresce dall'inizio alla fine. Sarà questo o quell'altro motivo, ne prendi la scossa. E ti folgori ogni volta che rivedi quel film.

Anni e anni dopo sei a San Siro. È un martedì di piena estate, e due giorni prima a Berlino l'Italia ha festeggiato un importante successo sportivo. In più, tu sei allo stadio nell'anniversario di un altrettanto importante successo sportivo, raggiunto ventiquattro anni prima. Sul palco, da un paio d'ore, c'è il gruppo che la cantava. Il cantante è in gran forma, il chitarrista numero 1 sta riprendendosi da un brutto incidente occorsogli settimane prima ma pare piuttosto in forma anche lui. Il chitarrista numero 2 non ha il talento e la voce del numero 1, ma in ogni caso avercene. Il batterista lotta con i propri limiti fisici, e vince. I musicisti di supporto suonano come professionisti navigati. Il pubblico è gasato dall'atmosfera, non sono pochi quelli che ventiquattro anni prima, in un pomeriggio a Torino, sono stati al concerto durante il quale il cantante previde fin nel risultato l'importante successo sportivo raggiunto dall'Italia in serata. Il ricordo di tanta coincidenza elettrizza l'aria, nella quale stanno suonando note tutt'altro che innovative. Le canzoni sono sempre quelle, trite e ritrite, ascoltate milioni di volte. Eppure, ti fanno saltare e cantare. Il set termina, si passa ai bis. Il pianista è un session man tanto formidabile da suonare anche il trombone, che lancia su una frase morbida sorretta dal riff acustico dall'incedere malinconico. Due ingredienti che, con una spruzzata di adrenalina e di caldo estivo, producono un cocktail dal nome inconfondibile: vertigine. Porti le mani alla testa e urli: «Sì! La canzone della vita». Poi cominci a cantare, e non ti fermi più.

Dopo, un altro pezzo; quello che conoscono anche le statue dell'Isola di Pasqua e che parla di soddisfazioni imprendibili. E poi due protagonisti del successo sportivo appena conquistato salgono sul palco, il megaschermo passa le immagini del trionfo, lo stadio sembra venir giù dalle urla e dall'entusiasmo. Il concerto si chiude con un'eruzione, ma tu non te ne accorgi. Se ancora lì, alla canzone della vita e a chiederti perché, nell'istinto della sorpresa, l'hai definita così. Non c'è quasi nulla, nella tua vita, che sia ad essa legato se non quell'istante cinematografico. Anzi, televisivo. Non è una canzone con cui ritorni a una ragazza, a un amico, a una delusione, a una vacanza, a un lutto o a chissà cos'altro. È solo la canzone di una sera in salotto con i tuoi. Ma è una canzone che dice «Non puoi avere sempre ciò che vuoi. Ma se talvolta ci provi, forse ti scopri ad avere ciò di cui hai bisogno».

Ecco perché è la canzone della vita. Perché è così, la vita.

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