Musica, senza steccati

lunedì 9 giugno 2014

Bollani alla Scala: più Recital che Piano Solo

Stefano Bollani, Recital Piano Solo. La locandina, lì nella foto, parlava chiaro. Ma forse al protagonista non è piaciuta, sicché ha pensato di apportare qualche modifica. Meglio, di disequilibrare i pesi, gravando più sulla parola Recital che sulle altre due. Ma andiamo con ordine.

Stefano Bollani ha suonato ieri sera alla Scala per un evento benefico organizzato dalla Fondazione Progetto Arca, a sostegno di un progetto dedicato ai bambini e alla povertà. Da vent'anni la fondazione si occupa di prestare il cosiddetto primo aiuto a persone in difficoltà, che possono essere sia il cittadino italiano finito in condizioni di indigenza sia il profugo. Di questi ultimi parlava ieri con Bollani il presidente della fondazione, Alberto Sinigallia, snocciolando cifre impressionanti sull'arrivo di bambini dalla Siria: centinaia ogni giorno. Ben venga, quindi, che il teatro ieri sera fosse esaurito. E ben venga lo spirito con il quale il protagonista ha vissuto la serata: «È giusto che chi ha, ogni tanto renda qualcosa facendo il possibile per cause come questa. Per quanto mi riguarda, non si tratta tanto di mandare denaro o aiuti ma di sensibilizzare l'opinione pubblica. Mi piace scegliere di volta in volta il progetto da sostenere, accanto a una collaborazione con Emergency che procede ormai da anni».

Queste cose Bollani me le ha dette in una telefonata di qualche giorno fa, dalla quale è nata un'intervista che uscirà giovedì 12 sul magazine Gioia. Ragioni di spazio hanno costretto a tagliare alcune considerazioni, che riporterò qui in forma di director's cut accanto ad alcuni pensieri sul concerto. Ecco il primo: se ha una cifra stilistica, quella di Bollani è l'ironia. Il suo obiettivo è divertirsi e divertire; il suo pensiero musicale è leggero (che non significa inconsistente); il suo terrore è la prosopopea. La teme, credo, così tanto da correre il rischio dell'irriverenza. «Per me la Scala è un teatro come un altro – mi ha detto –. Mi preoccupo della musica, non di eventuali note dei grandi attaccate al soffitto e pronte a cadermi sulla testa per la mia alterigia. Non è irriverenza; è che se devo fare musica non posso preoccuparmi del giudizio degli altri. Non è facile: io stesso me ne libero ogni cinque minuti». In altre parole: laddove posso, suono ciò che mi va di suonare. E se alla Scala mi va di fare Imagine, lo faccio. E infatti, l'ha fatta. Certo, della canzone di John Lennon non è rimasto granché: gli accordi sono esplosi in alterazioni e dissonanze, il tema ha dichiarato che si trattava del brano solo nelle prime battute. Però, insomma, ieri alla Scala è stata eseguita Imagine. Che a pensarlo vent'anni fa, sarebbe apparso blasfemo.

«Non ho idea di cosa farò. Se mi andrà di cantare, perché no?». Così al telefono, Bollani. E così ieri sul palco. Dopotutto, lo dichiara a ogni piè sospinto: «Da ragazzo volevo fare il cantante» (lo ha ripetuto anche a me). Credo avrebbe potuto farlo: ha una voce calda, impostata su toni bassi, stonata quanto basta per poter infilarsi nel novero dei Conte, dei Capossela, dei Tom Waits, insomma di quel filone lì. Poi deve aver scoperto di avere talento e tecnica pianistica, di divertirsi di più a suonare e a esplorare ogni angolo di quel tipo di libertà che solo il jazz sa garantire, e che alla fine il cantante canta sempre le stesse cose. E sai che noia. Così, ha scelto altre strade, e vai a sapere se l'ha fatto anche per giustificare l'impegno profuso negli anni del Conservatorio. «Non l'ho superato a testa alta, anche grazie al classico professor Trombone, colui che nega patente di bontà a tutto quanto composto dal 1950 a oggi. Non lo rifarei, insomma: è stato come un effetto placebo, sai che devi assumere il medicinale ma sai anche che non sortisce effetti».

Insomma, Bollani ha cantato. Nei bis, Aguas de Março; prima, la canzone che lui avrebbe voluto scrivere (di nuovo, una canzone; non una sinfonia), Sopra i vetri. Durante, con le parodie di Paolo Conte (Copacabana), di Fred Bongusto (Mafalda), di Franco Battiato (Hai mai letto Kundera?), di Fred Buscaglione (Teresa non scherzare col fucile). Puro spasso, il teatro rideva di gusto. Un riso utile per scacciare il timore di ripetersi: perché in questo, va detto, Bollani si ripete. Chiede al pubblico di dargli dieci titoli e lui li mette insieme in ciò che non è un medley, cioè una pura sequenza di temi, ma un cocktail di musica in cui i motivi di Heidi e di Finché la barca va lasciala andare si innestano sul Bolero di Ravel. Che smette così di essere la musica ipnotica nota a tutti e diventa un'ennesima occasione di stupore divertito. Il punto, purtroppo, è che questo momento ludico è ora noto a chi segue Bollani, il quale si vede spesso chiedere le solite cose: Heidi, appunto, e Conte, e Battiato, e le imitazioni. Umilmente, mi permetto un consiglio: non chieda più. Parta da solo, seguendo la propria testa e tenendo così lontano l'incombere del già sentito, che è proprio ciò che non ci si aspetta da un suo concerto. Anche quando è meno concerto di altre volte, come ieri sera.

Torniamo infatti all'inizio. Recital, più che Piano Solo. Bollani ieri sera ha recitato autentiche gag con il pianoforte, lasciandolo muto per interi minuti, con il coperchio abbassato, in un siparietto in cui il pianista finiva vittima delle intemperanze dello strumento. Ha giocato con le proprie mani, fingendo andassero da sole. Ha bevuto dalla bottiglietta continuando a suonare un basso ostinato. Ha scherzato con il pubblico e con la causa benefica dell'evento, evitando la retorica in cui occasione come queste possono far cadere. Ha detto al pubblico di essere non solo un pianista, ma anche un entertainer. E a dispetto della cornice scaligera, il pubblico era tutto tranne che disorientato. Forse gli unici due a esserlo un po' (con tutto che ci siamo divertiti) eravamo io e il mio amico Federico: ci si guardava e ci si chiedeva cosa stesse facendo l'uomo laggiù sul palco. L'uomo che giorni prima, al telefono, proclamò una certezza («Non ci sarà una terza stagione di Sostiene Bollani») e, di nuovo, stupì l'interlocutore dichiarando che «l'aspetto divulgativo della trasmissione è stato il meno interessante. Oddio, adesso sospetto di non aver capito che quello era il punto più interessante. Ma per me contava imparare una cosa: si può fare. Cioè, puoi andare in un posto autoreferenziale com'è la televisione generalista e fare ciò che vuoi e ti piace di più. E' una buona notizia».

Quindi, non so se ho capito cosa stesse facendo Bollani ieri sera. Pensando a un Piano Solo devo aver innescato un riflesso pavloviano, andando al Keith Jarrett del 1995 e immaginandomi, ovviamente con un pianista diverso, qualcosa di simile. È stato tutt'altro. Sorprendente, piacevole. E coerente con la natura dell'artista.

PS. A bis ultimati e luci accese, parte del pubblico rumoreggiava chiedendo altra musica. Bollani è uscito e ha attaccato Maple Leaf Rag. Di nuovo, l'incombere del ripetersi. Bollani lo suona spesso, lo smonta ogni volta in qualcosa di diverso seguendo però, alla fine, un processo di smontaggio codificato. Il timore è stato fugato da Jitterbug Waltz, che è spuntato non si sa come dalle note del rag. E con cui, in un bel modo, s'è chiusa la serata.

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