Musica, senza steccati

venerdì 25 luglio 2014

Dischi da riscoprire: 'Camera a sud', Vinicio Capossela (e buone vacanze)

06:56 Posted by Igor Principe , , No comments
Secondarte saluta e va in vacanza per un po'. Prima, però, consiglia di riscoprire un disco: Camera a Sud. È di vent'anni fa esatti, ed è il disco con cui Vinicio è diventato Capossela. Dopo All'una e trentacinque circa (1990) e Modì (1991), Capossela pubblica il terzo disco; a mio trascurabile parere, il suo più bello. Poi, come ha commentato un'amica a pranzo pochi giorni fa, «è sbroccato».

L'amica non si occupa di musica, e nemmeno ne è un'appassionata. È ascoltatrice attenta, ma non ne fa una malattia. Il suo è dunque un giudizio mainstream, e a volerlo aggiustare con un minimo della strumentazione di chi scrive di musica può venir fuori così: «Dopo quel disco, Capossela ha deciso che delle due strade nel bosco di cui parlava Walt Whitman, lui ha scelto la meno battuta. Non ha vissuto di rendita, ma ha cercato spunti inconsueti e innovativi spernacchiando il mercato. Seguirlo non è sempre facilissimo, ma è sempre una sorpresa».

Camera a Sud è splendido perché è fatto di eccellenti canzoni, suonate benissimo. È un disco in cui c'è profumo di Paolo Conte: il produttore è il compianto Renzo Fantini, suo storico braccio destro; gli arrangiamenti sono di Antonio Marangolo e in alcuni brani compare Jimmy Villotti, entrambi musicisti di consolidata esperienza al seguito dell'avvocato. Pure, è un disco in cui Capossela non viene sopraffatto dall'eredità contiana. Anzi, emerge con tutto se stesso al punto da scrivere il brano con il quale tuttora chiunque lo identifica (Che cossé l'amor), e altre dodici canzoni di malinconia, nebbie padane, sole caraibico, jazz, sagre paesane e scorci di nord Europa.

Camera a Sud resta tuttora il disco più famoso di Capossela, ma ciò non ne fa un buon motivo per dimenticarlo. Anzi, se possibile è proprio l'estate una stagione ideale per riascoltarlo. Anzitutto per ballare Guiro o Che cossé l'amor all'aperto in una notte di agosto. E poi per guardare il mare sulle note di Camminante, una canzone capace di farti sentire salsedine e onde anche a novembre.

domenica 20 luglio 2014

La foto di ciò che chi suona vuole davvero


Questa foto è stata scattata in Toscana. Al piano c'è Cesare Picco, protagonista di un concerto all'alba per la rassegna Pianoforte Sostenibile. A guardarla bene, si nota un particolare non irrilevante. È il pubblico, sistemato in modo inedito.

Una parte - quella in primo piano - guarda strumento e pianista; un'altra dà loro le spalle. Tutti, tranne Picco, guardano il sole che sorge. Sono convinto che Cesare ne sia entusiasta. Poche settimane fa avevo scritto di un suo libro, Musica nel buio, invitando a leggerlo per capire che la musica non va vista, ma ascoltata. E che quando tutti, me compreso, diciamo «vado a vedere un concerto» in fondo diciamo una cosa inesatta.

In quella foto, il pubblico dà l'idea di ascoltare. Magari non è una foto bellissima, ma credo rappresenti ciò che un musicista vuole davvero.

venerdì 18 luglio 2014

#serinasco: André Previn

04:25 Posted by Igor Principe , , , , No comments
Parlando di George Martin avevo detto che #serinasco avrei voluto essere, oltre al citato, altri quattro personaggi del mondo musicale. Il numero due è André Previn. Adesso scusate, ma devo parlare un secondo di me: credo però sia utile.

Tra il 1995 e il 1996 ho frequentato i Civici Corsi di Jazz a Milano. Il programma didattico prevedeva ore di strumento, di teoria (armonia, solfeggio, storia) e di musica di insieme. Quest'ultima era sulla carta la parte più divertente, e ci vuol poco a capirne il perché: ci ritrovavamo in aula e cominciavamo a suonare, sotto la guida spesso ruvida di Marco Vaggi. A volte si era in una decina, grazie a una folla di fiati; altre in tre, nella tipica formazione pianoforte, batteria, basso. Una di queste volte non c'era Vaggi a sovrintendere, e si procedeva per fatti nostri. A sorpresa entrò un altro degli insegnanti, Fabio Jegher. Batterista, docente di armonia, musicologo e biologo. Una delle persone più colte e brillanti che abbia mai conosciuto. Un Maestro, insomma.

Appena fu in aula, Jegher cominciò a tenere il ritmo schioccando le dita, invitandoci a non fermarci. Credo suonassimo un blues, cioè la cosa più semplice: tre accordi, tanta fantasia. Feci un assolo. Al termine del brano, Jegher mi guardò e disse: «Per come suoni, mi ricordi André Previn». E lì ho capito. 

Anzitutto, capii che quella scuola e la carriera cui avviava non faceva per me. Alla Civica si partiva dal be-bop e si studiava il jazz venuto dopo per formare musicisti con una visione armonica e un tocco contemporaneo. Per far nascere, con tutte le debite proporzioni, un nuovo Brad Meldhau o un nuovo Keith Jarrett. Previn era considerato un classico, e non era il tipo di pianista intonato alla visione della professione come era in quella scuola, giustamente in sintonia con le esigenze del mercato.

Poi capii che l'udito non è un'opinione. Il primo jazz che io abbia mai ascoltato in vita mia è stato proprio quello di Previn. Papà aveva un disco – lo ha tuttora – e lo faceva suonare spesso. Quei suoni e quel tocco sono stati un imprinting. E io l'oca di Lorenz.

La terza cosa che capii, in realtà, la capii anni dopo aver lasciato la Civica. E cioè che Previn era l'icona del musicista che avrei voluto essere se avessi deciso di studiarla, la musica. Previn dirige, suona e compone. Come direttore, non posso giudicarlo perché non ho gli strumenti. Ma ha una storia che fa di lui uno dei grandi del Novecento, con uno spiccato feeling per un repertorio che personalmente amo molto (Gershwin, Mahler, Ravel, Prokofiev, Rachamaninov). Come pianista, ha il tocco jazz che più amo: pulito e preciso, e con un chiaro senso dell'importanza della melodia. Come compositore, ha vinto quattro Oscar, tra i quali Porgy&Bess, Irma la dolce, My fair lady. Dici poco.

Previn è il mio secondo #serinasco perché sa viaggiare sulla superficie della musica saltando – anzi, abbattendo – gli steccati tra i generi. E perché sa farlo così bene da scendere in profondità, sapendo però dover fermarsi. Il suo è un navigare su una superficialità d'eccellenza, grazie alla quale riesce a trattare la musica nella sua totalità e con la perizia dei grandissimi professionisti, ma senza rimanere avvinghiato a una specializzazione. O, peggio, a un'etichetta.

In altre parole, senza lasciarsi catturare dal buio degli abissi, finendo per rimanerci intrappolato.

 

mercoledì 16 luglio 2014

Una canzone, una storia: De Gregori in calzoni di lino

08:49 Posted by Igor Principe , No comments
Indossava pantaloni di lino, spiegazzati dopo un viaggio in treno da Milano a Verona. Quando la porta della carrozza si aprì, vedemmo uscire prima la chitarra e poi lui. In testa una corona di capelli ricci. Magro come un chiodo. Sorrideva come chi sa di avere davanti a sé una notte di felicità.

Così era Raoul quel giorno di giugno. Saputo che ero partito per vedermi con Gloria, Adele e le altre belle ragazze del giro veronese, aveva chiamato a casa di una di loro e lasciato detto alla madre: «Arrivo alle 15.35». La madre, non ricordo in che modo, riferì. E a me pare ancora impossibile essere riusciti raccogliere il messaggio senza Whatsapp, o anche un semplice sms. Dopotutto, se allora ci avessero parlato di cellulari non avremmo pensato che a furgoncini blindati in dotazione delle forze dell'ordine.

Raoul scese, sorrise e salimmo in auto. Destinazione, colli veronesi prossimi al lago. In programma una grigliata di carne. Le nostre amiche veronesi erano belle e su di giri. Io e Raoul, solo su di giri. Lui, poi, indossava pantaloni di lino. A diciannove anni la logica vuole il tuo guardaroba intasato di jeans. Ma lui voleva star fresco, in quel giugno caldo anche per la tensione alimentata dall'esame di maturità. Così indossò un capo da picnic in campagna. Inappuntabile, sotto questo punto di vista.

Dal momento in cui fummo seduti in macchina, suonammo e cantammo. C'era intesa: lui con la sua voce potente e cristallina, io con la mia attitudine per i controcanti. Ci sapevamo fare, e le ragazze - belle e su di giri - mostravano di apprezzare tanta perizia canora. La chitarra smise di mandare accordi solo quando ci inerpicammo sul sentiero dal quale avremmo raggiunto lo spiazzo ideale per preparare la brace, compito che lasciammo ad altri assumendoci l'onere esclusivo di intrattenerli con la nostra arte.

Cantammo e suonammo, e pochi si accorsero che intanto anche le nuvole si erano date convegno allo spettacolo. Cantammo e suonammo le cose che ci riuscivano meglio: i Queen, Lucio Dalla, gli Extreme, i Beatles, Gino Paoli, i Pink Floyd. E De Gregori. Quello, poi, ci veniva da dio. Finimmo Titanic, e fu così bella che anche le nuvole applaudirono senza risparmiarsi. Dal nulla, gocce grandi come uova piovvero sulla grigliata, sulla chitarra e sui pantaloni di lino di Raoul. Che, evidentemente, ci teneva: li tolse, li piegò e li protesse nella custodia dello strumento. Scese il sentiero in slip bianchi.

Nel giro di un attimo, ci ritrovammo zuppi e senza una lira. I soldi erano stati tutti spesi per comprare carne e birre. La benzina nell'auto di chi ci riaccompagnò a casa era al limite, così il proprietario chiese a una delle ragazze - bella e un po' meno su di giri - se una volta a casa avrebbe potuto chiedere ai suoi genitori 20mila lire per il rifornimento, con promessa di restituirle il giorno dopo. La ragazza nicchiò, temendo l'ira di un padre svegliato nel cuore della notte da una figlia zuppa d'acqua che chiede del denaro. Il proprietario si alterò: «Io non riporto un cazzo di nessuno a casa se non mi garantisci che poi posso far benzina!». La tensione spense la musica e riempì l'auto di un imbarazzato silenzio. Raoul continuava a stare in mutande.

A casa, la ragazza chiese e il padre - un sessantottino di ampie vedute - si mostrò ragionevole. Intanto, per stemperare la tensione, l'amico mi spiegò una pratica di training autogeno imparata a ginnastica in un giorno in cui non ero a scuola. Si trattava di sdraiarsi, chiudere gli occhi e con il pensiero osservare le parti del proprio corpo: mani, piedi, spalle. Si sarebbero rilassate. Mi sdraiai. Tre minuti dopo entrò in stanza la madre della ragazza. Si spaventò, temendo un mio malore.

Rassicurata la signora, finimmo stesi - io, Raoul e le ragazze sempre belle ma ormai senza giri - sul tappeto della sala. La mattina dopo, sul treno verso Milano, ci rimase il rammarico di non aver suonato l'ultima canzone. Ci veniva benissimo, I Muscoli del Capitano.

 

lunedì 14 luglio 2014

Quel gran simpaticone di Lorin Maazel

03:09 Posted by Igor Principe , , No comments
Per me Lorin Maazel è stato il Concerto di Capodanno. Lo ha diretto per sette edizioni consecutive dal 1980 al 1986. Quei concerti cadevano nel pieno delle vacanze di Natale, e costituivano una parte centrale del rito laico di famiglia: il pranzo del 1° gennaio. Parenti riuniti dai nonni, tavola imbandita, musiche austro-ungariche dal Musikverein, commentate da Pepi Franzelin e dirette da un gran simpaticone. Perché per me quello era Lorin Maazel. Ed è tutt'altro che un difetto.

Maazel, ovviamente, era molto altro. Molto, molto altro. Era il genio chiamato da Toscanini a 11 anni a dirigere l'orchestra della NBC. Undici anni: un'età alla quale si va a scuola, si fanno i compiti, si gioca con gli amici. E se anche sei il bambino più talentuoso del mondo, non puoi essere più che una fertile promessa per il mondo in cui andrai a esprimerti. A quell'età, Maazel era già la certezza che lo ha portato poi a essere uno tra i direttori d'orchestra che saranno ricordati anche da chi, di musica classica, ne sa poco o nulla.

Anche io di Maazel so poco. Non ho idea di chi siano i suoi autori di riferimento, quei musicisti nelle partiture dei quali il direttore si ritrovava meglio che in altre. Non so dire se un Mahler o un Beethoven diretti da lui fossero meglio di altri diretti da Chailly o da Furtwängler. Questa è materia da critici, e io non lo sono. Però Maazel mi piaceva, e la ragione è il Concerto di Capodanno. Nella cornice festosa di cui ho detto, lui entrava alla perfezione dirigendo con leggerezza un momento impegnativo. Ecco cosa raccontava a Cecilia Rivers, in un'intervista pubblicata da Suonare nel 1999.

Parliamo del concerto di Capodanno, che lei ha diretto per la decima volta, un vero record. Come ci si prepara a un'esibizione che sia lei sia l'orchestra potete fare ormai a occhi chiusi?
Non è vero che sia così semplice. Tenga presente che la musica di Strauss viene per l'appunto suonata solo una volta all'anno, e che, a parte due o tre classici come il Danubio blu e la Marcia di Radetsky, il repertorio cambia sempre. Ci vogliono delle prove che direttore e orchestra prendono molto seriamente. Il concerto, inoltre, è dal vivo, davanti a un miliardo di persone, che sono abituate alla perfezione delle registrazioni discografiche, e che si aspettano espressioni allegre e festose, unite a un'esecuzione impeccabile, la mattina dopo una nottata di “bagordi”. Io poi cerco sempre di scovare pezzi sconosciuti degli Strauss, per sottolineare la fecondità creativa di questa incredibile famiglia musicale. Ma sono contento quando la gente crede che il concerto venga prodotto senza sforzo, vuol dire che abbiamo fatto bene il nostro lavoro.


Far sembrare semplici le cose che non lo sono è la cifra dei grandi. Maazel, con quel suo essere simpaticone, faceva sembrare semplice il mestiere complicatissimo del direttore d'orchestra. Ne smontava la solennità ieratica, magari avvicinando qualcuno in più a una musica ritenuta a torto elitaria. Sicuramente, ha avvicinato me. Più di quanto abbia fatto Claudio Abbado.

Anche qui, nessuna critica, ci mancherebbe. Semplicemente, ricordo che quando mostravo più interesse per la triade pallone-cortile-amici che per un improvviso di Schubert da preparare per un saggio di fine anno (oltre che per un esame di Conservatorio, poi mai dato) mio padre mi mostrava una foto di Abbado su un campo da calcio. Era giovane, aveva maglietta, pantaloncini e scarpe con i tacchetti. Era un modo per dirmi che avrei potuto fare entrambe le cose.

Su quel fronte, Abbado non mi ha mai persuaso. Maazel sì: non a diventare musicista, ma ad ascoltare ogni tipo di musica per il solo fatto di essere musica.

giovedì 10 luglio 2014

La musica del coro argentino ai Mondiali

00:50 Posted by Igor Principe , No comments
Ogni Mondiale ha le sue canzoni ufficiali. E ogni Mondiale ha le sue canzoni non ufficiali, ma che del torneo diventano simbolo per volontà di popolo. Il caso a noi più noto – e caro – risale al 2006, quando il refrain di Seven Nation Army dei White Stripes (poo popò popo pooo pooo) era cantato anche dai camosci in Val Gardena, nel delirante entusiasmo per il trionfo italiano in Germania. In questo Mondiale spopola invece un coro argentino: Brasil decime que se siente.

I tifosi lo cantano negli stadi e nelle strade; la nazionale argentina lo canta negli spogliatoi; Bobo Vieri lo canta in diretta tv. E non ci vuole un genio per indovinare che da qui a domenica, quando Germania e Argentina giocheranno la finale, sarà un autentico tormentone. È un coro caustico, perché sostiene l'Albiceleste (o la Selecciòn, scegliete voi) dando addosso al Brasile. Il testo richiama infatti la vittoria degli argentini sui rivali storici ai Mondiali di Italia '90, quando agli ottavi di finale Maradona e compagni stesero un Brasile sulla carta molto più forte. Il termine «stesero» ben si adatta a quella partita: nel 2004, lo stesso Maradona ammise i sospetti che subito dopo il match cominciarono a farsi largo. E cioè, che i brasiliani fossero stati drogati. Il coro argentino questo non lo dice, limitandosi a rievocare quella vittoria e a ribadire che Diego è meglio di Pelè.

Il testo ha un autore. Si chiama Ignacio Harraca, ed è un semplice tifoso. Come racconta la Bbc, le parole gli vennero in mente sotto la doccia sull'onda dell'entusiasmo: non per la citata vittoria, ma più modestamente per aver ottenuto, lui e i suoi amici, biglietti riservati per una partita della Nazionale. Harraca racconta anche di aver aggiustato il testo in chiave anti brasiliana per renderlo più affascinante ai tifosi argentini, tra i quali fu fatto circolare. Con altre parole il coro è cantato anche dai sostenitori di Cristina Kirchner, presidente dell'Argentina.

È un coro trascinante, che si piazza nella memoria con estrema facilità grazie a una melodia immediata. Non a caso: l'autore è John Fogerty. Brasil decime que se siente, infatti, altro non è che Bad Moon Rising, uno tra i maggiori successi dei Creedence Clearwater Revival. Fogerty lo scrisse nell'agosto del 1969, e il brano non ci mise molto a imporsi nelle classifiche. Anni dopo, riapparse al cinema (Lawrence Kasdan lo mise nella fantastica colonna sonora del Grande Freddo) e in tv (lo si ascolta in Criminal Minds). Il testo parla di cattivi presagi.

Occhio, Argentina.

mercoledì 9 luglio 2014

Brasile, il soundtrack di una disfatta

Se, come diceva Hitchcock, il cinema è la vita senza le parti noiose, ieri sera a Belo Horizonte è andato in onda un capolavoro. E ogni capolavoro ha quasi sempre un soundtrack adeguato. Nel diluvio di tweet che commentavano l'impensabile disfatta del Brasile contro la Germania, ho aggiunto la mia goccia immaginando la canzone del momento. Il primo pensiero è quel che conta, e il primo pensiero è stato per Insensatez.

Un pensiero tutto sommato facile, trattandosi di uno dei brani più noti nel repertorio di bossa-nova. Lo scrisse Antonio Carlos Jobim, unanimemente considerato il padre del genere, nel 1963. Vinicius de Moraes gli ha aggiunto le parole. Le ha scritte, ovviamente, in portoghese. Poi Norman Gimbel ha dato al brano un testo inglese, facendone così uno standard cantabile senza obbligo di avventurarsi nell'impegnativa pronuncia della lingua di Bahia.

L'istinto di pensare a Insensatez è stato guidato proprio dal testo di Gimbel. How insensitive è un titolo facile da immaginare vedendo che la Germania non aveva alcuna intenzione di fermarsi dopo 29 minuti e 5 gol. E infatti, sono stati tanto insensibili da fare 7 gol (sbagliando l'ottavo in modo clamoroso).

[Piccola digressione: insensibili un corno. Giusto così: l'idea di fermarsi per non infierire è una manfrina ridicola. Si va in campo per vincere. Se chi perde vuole evitare la débâcle, si dia da fare. L'unica cosa richiesta a chi domina è di non irridere, e i tedeschi ieri sera sono stati maestri di correttezza. Fine della digressione].

How insensitive è un testo che calza bene alla partita di ieri sera. C'è la Germania insensibile, e c'è una domanda semplice, quasi scontata: «What can you say when a love affair is over?». Cosa dire ai brasiliani se, giustamente, è finito il loro amore per la nazionale? Il testo di Moraes si adatta meno: alla fine parla delle schiocchezze (insensatez) di un cuore disattento. L'unico passaggio calzante è quello in cui invita il cuore a chiedere perdono, cosa che giocatori e allenatore non hanno potuto evitare alla fine di quel disastro.

Ma, come si sa, prima c'è la musica. Al di là della spicciola esegesi, Insensatez è una canzone palesemente malinconica. Ci sta, insomma, a commentare l'accaduto anche se non lo commenta benissimo. Perché a ben guardare, è malinconica ma leggera. La colpa è del ritmo: incede moderatamente, striscia su rullante e charleston, crea l'atmosfera di un mesto fine serata, quando sei stato bene con gli amici e loro se ne sono andati via e tu avresti voluto si fermassero ancora un po'. Una disfatta, insomma, è un'altra cosa.

Pure, qualcosa di Insensatez ricorda il suono della vera tristezza. Quella profonda, quella su cui struggersi sul serio. Quel qualcosa è l'armonia. Ad ascoltarla bene, dalla successione di accordi riaffiora l'immagine del musicista icona dello struggimento: Fryderyk Chopin. Ciò che emerge è il suo Preludio n.4 in Mi minore, op. 28.

Ascoltatelo, e pensate alle facce dei brasiliani ieri sera. Eccolo, il soundtrack di una disfatta.

   

venerdì 4 luglio 2014

L'assurdo mestiere secondo Giorgio Faletti

È morto Giorgio Faletti. Gli articoli che stanno piovendo sul web ne ricordano l'eclettismo: attore, comico, scrittore, musicista. Quest'ultima sua faccia era piuttosto ingombrante: dal 1990 a oggi ha pubblicato sette album. Non proprio una quantità da quello che lo fa di straforo mentre si dedica ad altro.

Faletti era di Asti, come Paolo Conte. E aveva una laurea in legge, come Paolo Conte. Ma faceva musica di tutt'altro tipo, pur scrivendo testi piuttosto poetici. Quello per cui è ricordato da tutti è Signor Tenente, con cui arrivò secondo a Sanremo nel 1994 lasciando in molti stupefatti. Forse più di quando il secondo posto lo conquistarono Arbore (1986, Il Clarinetto) ed Elio e le Storie Tese (1996, La Terra dei Cachi): per Arbore ed Elio, dopotutto, la musica è un mestiere esclusivo.

Sono di meno, però, quelli che ricordano Faletti a Sanremo l'anno dopo. Sull'onda del successo tornò all'Ariston e cantò L'Assurdo Mestiere. Una canzone bellissima, forse oscurata dalla performance irriverente, per i canoni sanremesi, e dai ripetuti «minchia» nel testo del tenente. Una canzone bellissima anche solo per la citazione di Marcello Marchesi, umorista finissimo ma anch'egli meno noto di quanto meriterebbe essere.

La citazione è «Fa' che la morte mi colga vivo». Un piccolo colpo di genio.

    

mercoledì 2 luglio 2014

Una canzone, una storia: La silhouette di Beatrice

08:25 Posted by Igor Principe , , , , No comments
Ci andavamo il lunedì sera, momento ideale per trovare parcheggio in centro. Il lunedì tutti stanno in casa: decomprimono la fatica del primo giorno della settimana, smaltiscono la ripresa del lavoro e la bisboccia del weekend, si godono il tepore domestico. Se poi è gennaio o febbraio, e magari piove, svincolarsi dalla morsa del plaid e del divano è cosa da pazzi. O da musicisti.

Noi eravamo un po' di tutt'e due le cose. Pazzi come si può esserlo a vent'anni o poco più, quando sai di avere tutta la vita davanti e credi quindi che la sorte ti debba tutto. Musicisti, in quanto componenti del Just Friends Quintet. Avevamo rubato il nome al titolo di uno standard che ci piaceva suonare, e lo avevamo reso modulare con periodici cambi di formazione: agli inizi, un quartet; poi, il quintet; poi, un sextet; poi di nuovo quintet. Poi il bassista è andato a vivere a Londra e il batterista ha barattato il centro di Milano con quello di Lecco. Pure, siamo rimasti Just Friends; e quando ci si vede, si suonano cibarie.

Allora eravamo quintet: uno, già lavorava; gli altri, ancora studiavamo. E una volta a settimana si andava in sala prove a torturare il caro, paziente, vecchio jazz. Prendevamo una manciata di standard e ci lanciavamo in assoli interminabili senza che nessuno ascoltasse l'altro. Le nostre sedute erano una scombinata festa di suoni finalizzata al nulla, o quasi. Se abbiamo fatto dieci serate in dieci anni, è tanto. La più memorabile in un locale dell'Ortica, a Milano. Cenammo prima dello show, era estate e nel menu spiccava una fagiolata con salsiccia. Per mandarla giù, vino rosso della casa. Il bassista indossava una salopette rossa e quando salì sul palco aveva la faccia dello stesso colore. Nessuno di noi ricorda tuttora cosa suonammo.

Nei lunedì sera di gennaio e di febbraio di quell'anno, in cui quelli che studiavamo avevamo ventitre anni e l'altro che lavorava qualcuno in più, facevamo le prove in un atelier di danza moderna. Se eravamo lì lo dovevamo al batterista, che sapeva circondarsi di belle ragazze con una facilità disarmante. Non che fosse un adone, ma era alto, magro – di quei magri da farti incazzare, capace di nutrirsi con l'accortezza alimentare di un americano medio ma incapace di metter su un etto anche a obbligarlo – e dotato. Di savoir-faire. Il batterista, nessuno ancora sa come, era riuscito a inventarsi dei lunedì sera da accompagnatore ritmico di un gruppo di danzatrici. Giovani e piuttosto carine. Raggiungeva l'atelier, si accomodava dietro un set di percussioni birmane e teneva il tempo sulle evoluzioni delle ragazze. Una di loro, un giorno, lanciò l'idea di uno spettacolo. Lui non perse tempo e propose di coinvolgere i suoi amici musicisti.

Il lunedì successivo l'atelier si riempì di noi. E ancora, dai lunedì successivi. Ostentando una tanto navigata quanto irresponsabile professionalità di maestri concertatori, ci inventammo poco meno di un'ora di musica costituita da temi noti e da altri improvvisati all'istante. Tra i primi c'era un blues, Billie's Bounce: lo attaccavamo io e il bassista (io al piano), suonandone il tema all'unisono. Era il momento migliore e di maggior impatto musicale. Era anche il momento in cui riuscivamo a distogliere lo sguardo dalle ragazze, giovani e piuttosto carine. Loro malgrado quei lunedì furono una formidabile scuola di musica d'insieme, perché imparammo a suonare senza guardarci mai. Ciascuno di noi - anche il trombettista, forse il meno dotato musicalmente, sicuramente il più emotivo, incapace di trarre una nota dallo strumento senza viverla come una fatica improba – sapeva esattamente dove attaccare la propria parte e dove staccarla, quando e come collegare una melodia all'altra, quando far pausa, quando accentare. Non c'era bisogno di sguardi d'intesa. Gli sguardi erano tutti per le ragazze, giovani e piuttosto carine.

Le ragazze avevano deciso di chiamare lo spettacolo Vani Fra Albe. Nulla di esotico; semplicemente, l'unione delle prime sillabe di ciascuno dei loro nomi. L'ultimo era Beatrice. Giovane e piuttosto carina. Staccarle gli occhi di dosso, per quanto mi riguardava, era pressoché impossibile. Mi procurai una cervicale per aver suonato quei lunedì sera con la testa rivolta alla mia sinistra, seguendo le evoluzioni del gruppo e nell'attesa dell'istante in cui Beatrice, atterrando a un passo dal pianoforte, si chinava in avanti evidenziando la perfetta curvatura della propria silhouette. L'ultima cosa che ricordavo prima di andare a dormire.

Vani Fra Albe
andò in scena in un teatro milanese di Porta Venezia. Durante lo show una delle ragazze, giovane e piuttosto carina, ebbe un attacco di panico e non uscì per fare il proprio assolo. Ciò che avrebbe dovuto scardinare l'intesa tra musica e danza facendo precipitare lo spettacolo in un fiasco micidiale non ebbe, in realtà, alcun effetto. Nessuno di noi si accorse della mancata uscita. Continuammo a suonare come se nulla fosse, senza guardarci, cercando esclusivamente il profilo delle danzatrici. Lo spettacolo si chiuse in millimetrica sincronia tra suono e movimento. Solo poche sere prima, alla prova generale, un'onda di panico attraversò il corpo di danza poiché la regista e loro insegnante, una coreografa piuttosto nota nell'ambiente, dopo essersi dedicata per tutte le prove a coccolare l'amato bassotto dal pelo identico al colore dei suoi capelli, realizzò che le ragazze – giovani e piuttosto carine, se ancora non si fosse capito – erano del tutto impreparate sui movimenti da fare. E sbroccò come una diva inviperita. Ci fu chi pianse. Beatrice contrasse la silhouette in una figura impaurita.

Evidentemente la sfuriata servì. Lo spettacolo prese una deriva anarchica, le ragazze danzarono in piena libertà calpestando la coreografia concordata, una – appunto – non affrontò il proprio momento. E tutto finì benissimo. Applausi, e qualche soldo da metterci in tasca. Credo 30mila lire, non di più, bruciate a cena fuori due ore dopo. Bruciate parlando con Beatrice, che raccontava di quando una sera, dopo una giornata pesante, mise su l'acqua per una tisana e si addormentò. Ne mise molta, l'acqua bollì e debordò spegnendo il fornello. Lei continuò a dormire. Ore dopo un forte odore di gas la svegliò. Aprì le finestre, la puzza ci mise un po' ad andar via. Lei tornò a dormire.

Spesso rivedo il bassista. Sta a Genova, ora. Dopo pranzo imbraccia il contrabbasso e ripete il tema di Billie's bounce. Io provo a seguirlo come posso – male – sulla chitarra, perché non ha un pianoforte in casa. Poi mi distraggo, e ripenso a quei lunedì.

E alla silhouette di Beatrice.