Musica, senza steccati

venerdì 18 luglio 2014

#serinasco: André Previn

04:25 Posted by Igor Principe , , , , No comments
Parlando di George Martin avevo detto che #serinasco avrei voluto essere, oltre al citato, altri quattro personaggi del mondo musicale. Il numero due è André Previn. Adesso scusate, ma devo parlare un secondo di me: credo però sia utile.

Tra il 1995 e il 1996 ho frequentato i Civici Corsi di Jazz a Milano. Il programma didattico prevedeva ore di strumento, di teoria (armonia, solfeggio, storia) e di musica di insieme. Quest'ultima era sulla carta la parte più divertente, e ci vuol poco a capirne il perché: ci ritrovavamo in aula e cominciavamo a suonare, sotto la guida spesso ruvida di Marco Vaggi. A volte si era in una decina, grazie a una folla di fiati; altre in tre, nella tipica formazione pianoforte, batteria, basso. Una di queste volte non c'era Vaggi a sovrintendere, e si procedeva per fatti nostri. A sorpresa entrò un altro degli insegnanti, Fabio Jegher. Batterista, docente di armonia, musicologo e biologo. Una delle persone più colte e brillanti che abbia mai conosciuto. Un Maestro, insomma.

Appena fu in aula, Jegher cominciò a tenere il ritmo schioccando le dita, invitandoci a non fermarci. Credo suonassimo un blues, cioè la cosa più semplice: tre accordi, tanta fantasia. Feci un assolo. Al termine del brano, Jegher mi guardò e disse: «Per come suoni, mi ricordi André Previn». E lì ho capito. 

Anzitutto, capii che quella scuola e la carriera cui avviava non faceva per me. Alla Civica si partiva dal be-bop e si studiava il jazz venuto dopo per formare musicisti con una visione armonica e un tocco contemporaneo. Per far nascere, con tutte le debite proporzioni, un nuovo Brad Meldhau o un nuovo Keith Jarrett. Previn era considerato un classico, e non era il tipo di pianista intonato alla visione della professione come era in quella scuola, giustamente in sintonia con le esigenze del mercato.

Poi capii che l'udito non è un'opinione. Il primo jazz che io abbia mai ascoltato in vita mia è stato proprio quello di Previn. Papà aveva un disco – lo ha tuttora – e lo faceva suonare spesso. Quei suoni e quel tocco sono stati un imprinting. E io l'oca di Lorenz.

La terza cosa che capii, in realtà, la capii anni dopo aver lasciato la Civica. E cioè che Previn era l'icona del musicista che avrei voluto essere se avessi deciso di studiarla, la musica. Previn dirige, suona e compone. Come direttore, non posso giudicarlo perché non ho gli strumenti. Ma ha una storia che fa di lui uno dei grandi del Novecento, con uno spiccato feeling per un repertorio che personalmente amo molto (Gershwin, Mahler, Ravel, Prokofiev, Rachamaninov). Come pianista, ha il tocco jazz che più amo: pulito e preciso, e con un chiaro senso dell'importanza della melodia. Come compositore, ha vinto quattro Oscar, tra i quali Porgy&Bess, Irma la dolce, My fair lady. Dici poco.

Previn è il mio secondo #serinasco perché sa viaggiare sulla superficie della musica saltando – anzi, abbattendo – gli steccati tra i generi. E perché sa farlo così bene da scendere in profondità, sapendo però dover fermarsi. Il suo è un navigare su una superficialità d'eccellenza, grazie alla quale riesce a trattare la musica nella sua totalità e con la perizia dei grandissimi professionisti, ma senza rimanere avvinghiato a una specializzazione. O, peggio, a un'etichetta.

In altre parole, senza lasciarsi catturare dal buio degli abissi, finendo per rimanerci intrappolato.

 

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