Musica, senza steccati

mercoledì 2 luglio 2014

Una canzone, una storia: La silhouette di Beatrice

08:25 Posted by Igor Principe , , , , No comments
Ci andavamo il lunedì sera, momento ideale per trovare parcheggio in centro. Il lunedì tutti stanno in casa: decomprimono la fatica del primo giorno della settimana, smaltiscono la ripresa del lavoro e la bisboccia del weekend, si godono il tepore domestico. Se poi è gennaio o febbraio, e magari piove, svincolarsi dalla morsa del plaid e del divano è cosa da pazzi. O da musicisti.

Noi eravamo un po' di tutt'e due le cose. Pazzi come si può esserlo a vent'anni o poco più, quando sai di avere tutta la vita davanti e credi quindi che la sorte ti debba tutto. Musicisti, in quanto componenti del Just Friends Quintet. Avevamo rubato il nome al titolo di uno standard che ci piaceva suonare, e lo avevamo reso modulare con periodici cambi di formazione: agli inizi, un quartet; poi, il quintet; poi, un sextet; poi di nuovo quintet. Poi il bassista è andato a vivere a Londra e il batterista ha barattato il centro di Milano con quello di Lecco. Pure, siamo rimasti Just Friends; e quando ci si vede, si suonano cibarie.

Allora eravamo quintet: uno, già lavorava; gli altri, ancora studiavamo. E una volta a settimana si andava in sala prove a torturare il caro, paziente, vecchio jazz. Prendevamo una manciata di standard e ci lanciavamo in assoli interminabili senza che nessuno ascoltasse l'altro. Le nostre sedute erano una scombinata festa di suoni finalizzata al nulla, o quasi. Se abbiamo fatto dieci serate in dieci anni, è tanto. La più memorabile in un locale dell'Ortica, a Milano. Cenammo prima dello show, era estate e nel menu spiccava una fagiolata con salsiccia. Per mandarla giù, vino rosso della casa. Il bassista indossava una salopette rossa e quando salì sul palco aveva la faccia dello stesso colore. Nessuno di noi ricorda tuttora cosa suonammo.

Nei lunedì sera di gennaio e di febbraio di quell'anno, in cui quelli che studiavamo avevamo ventitre anni e l'altro che lavorava qualcuno in più, facevamo le prove in un atelier di danza moderna. Se eravamo lì lo dovevamo al batterista, che sapeva circondarsi di belle ragazze con una facilità disarmante. Non che fosse un adone, ma era alto, magro – di quei magri da farti incazzare, capace di nutrirsi con l'accortezza alimentare di un americano medio ma incapace di metter su un etto anche a obbligarlo – e dotato. Di savoir-faire. Il batterista, nessuno ancora sa come, era riuscito a inventarsi dei lunedì sera da accompagnatore ritmico di un gruppo di danzatrici. Giovani e piuttosto carine. Raggiungeva l'atelier, si accomodava dietro un set di percussioni birmane e teneva il tempo sulle evoluzioni delle ragazze. Una di loro, un giorno, lanciò l'idea di uno spettacolo. Lui non perse tempo e propose di coinvolgere i suoi amici musicisti.

Il lunedì successivo l'atelier si riempì di noi. E ancora, dai lunedì successivi. Ostentando una tanto navigata quanto irresponsabile professionalità di maestri concertatori, ci inventammo poco meno di un'ora di musica costituita da temi noti e da altri improvvisati all'istante. Tra i primi c'era un blues, Billie's Bounce: lo attaccavamo io e il bassista (io al piano), suonandone il tema all'unisono. Era il momento migliore e di maggior impatto musicale. Era anche il momento in cui riuscivamo a distogliere lo sguardo dalle ragazze, giovani e piuttosto carine. Loro malgrado quei lunedì furono una formidabile scuola di musica d'insieme, perché imparammo a suonare senza guardarci mai. Ciascuno di noi - anche il trombettista, forse il meno dotato musicalmente, sicuramente il più emotivo, incapace di trarre una nota dallo strumento senza viverla come una fatica improba – sapeva esattamente dove attaccare la propria parte e dove staccarla, quando e come collegare una melodia all'altra, quando far pausa, quando accentare. Non c'era bisogno di sguardi d'intesa. Gli sguardi erano tutti per le ragazze, giovani e piuttosto carine.

Le ragazze avevano deciso di chiamare lo spettacolo Vani Fra Albe. Nulla di esotico; semplicemente, l'unione delle prime sillabe di ciascuno dei loro nomi. L'ultimo era Beatrice. Giovane e piuttosto carina. Staccarle gli occhi di dosso, per quanto mi riguardava, era pressoché impossibile. Mi procurai una cervicale per aver suonato quei lunedì sera con la testa rivolta alla mia sinistra, seguendo le evoluzioni del gruppo e nell'attesa dell'istante in cui Beatrice, atterrando a un passo dal pianoforte, si chinava in avanti evidenziando la perfetta curvatura della propria silhouette. L'ultima cosa che ricordavo prima di andare a dormire.

Vani Fra Albe
andò in scena in un teatro milanese di Porta Venezia. Durante lo show una delle ragazze, giovane e piuttosto carina, ebbe un attacco di panico e non uscì per fare il proprio assolo. Ciò che avrebbe dovuto scardinare l'intesa tra musica e danza facendo precipitare lo spettacolo in un fiasco micidiale non ebbe, in realtà, alcun effetto. Nessuno di noi si accorse della mancata uscita. Continuammo a suonare come se nulla fosse, senza guardarci, cercando esclusivamente il profilo delle danzatrici. Lo spettacolo si chiuse in millimetrica sincronia tra suono e movimento. Solo poche sere prima, alla prova generale, un'onda di panico attraversò il corpo di danza poiché la regista e loro insegnante, una coreografa piuttosto nota nell'ambiente, dopo essersi dedicata per tutte le prove a coccolare l'amato bassotto dal pelo identico al colore dei suoi capelli, realizzò che le ragazze – giovani e piuttosto carine, se ancora non si fosse capito – erano del tutto impreparate sui movimenti da fare. E sbroccò come una diva inviperita. Ci fu chi pianse. Beatrice contrasse la silhouette in una figura impaurita.

Evidentemente la sfuriata servì. Lo spettacolo prese una deriva anarchica, le ragazze danzarono in piena libertà calpestando la coreografia concordata, una – appunto – non affrontò il proprio momento. E tutto finì benissimo. Applausi, e qualche soldo da metterci in tasca. Credo 30mila lire, non di più, bruciate a cena fuori due ore dopo. Bruciate parlando con Beatrice, che raccontava di quando una sera, dopo una giornata pesante, mise su l'acqua per una tisana e si addormentò. Ne mise molta, l'acqua bollì e debordò spegnendo il fornello. Lei continuò a dormire. Ore dopo un forte odore di gas la svegliò. Aprì le finestre, la puzza ci mise un po' ad andar via. Lei tornò a dormire.

Spesso rivedo il bassista. Sta a Genova, ora. Dopo pranzo imbraccia il contrabbasso e ripete il tema di Billie's bounce. Io provo a seguirlo come posso – male – sulla chitarra, perché non ha un pianoforte in casa. Poi mi distraggo, e ripenso a quei lunedì.

E alla silhouette di Beatrice.

0 commenti:

Posta un commento