Musica, senza steccati

lunedì 25 agosto 2014

Una canzone, una storia: ecco cos'è l'attimo fuggente

06:18 Posted by Igor Principe , No comments
Ci sono momenti in cui non vorresti essere se non nel posto in cui ti trovi. Lo capisci guardando a quello stesso momento come se fosse un bicchiere, e constatando che è pieno. Totalmente, semplicemente pieno. Capita poi che sia la musica a riempire il bicchiere, a dirti che Orazio - o, per la cultura contemporanea, il professor Keating - sarebbero orgogliosi di te, perché hai colto l’attimo e l’hai fatto tuo in purezza, libero da ogni possibile scoria: pensieri fuggevoli, distrazioni, preoccupazioni inutili come una bolletta scaduta o il lavoro da sbrigare in futuro; inutili perché, in quel momento, la bolletta non puoi pagarla e il lavoro non puoi sbrigarlo. E allora, perché pensarci?

Non sono stati pochi i momenti in cui non volevo essere se non laddove ero. Uno, tra tutti, era un bicchiere pieno di musica, gustato a Londra nel luglio del 2012. In un periodo di transizione tra un lavoro e un altro, con la tensione e l’entusiasmo che ogni passaggio di questo tipo comporta, mi prendo un weekend staccando da lavoro e famiglia e con alcuni amici decidiamo di andare all’Hard Rock Calling Festival di quell’anno. Ci suona Bruce Springsteen, oltre che altri. Partiamo un venerdì mattina, atterriamo a pranzo e veniamo investiti da una sensazione tanto lontana da essere diventata ignota: avere tutto il tempo che vogliamo. Nessuna scadenza, nemmeno per arrivare in albergo a lasciare i bagagli. Così gironzoliamo per la capitale del mondo, senza meta, passando dalla casa dell’amico di un amico a Kensington a un pub di Notting Hill, da Trafalgar Square a un ristorante cinese specializzato in piatti dello Xinjiang (buono!), godendoci ogni istante di quella libertà ritrovata. E assaporando l’attesa del concerto dell’indomani.

L’indomani arriva in un attimo. Da una strepitosa caffetteria dietro Marble Arch ci precipitiamo a Hyde Park, quasi amando il fresco procurato da nuvole e pioggia (quell’estate, in Italia, fa caldo e noi non ne possiamo più). Passano i gruppi: Lady Antebellum, un energico Tom Morello, un trio sconosciuto che poi si aggira nel parterre fangoso indossando infradito. Quindi Springsteen esce sul palco e annuncia l’arrivo di John Fogerty. Un’ora di buon vecchio rock, suonato come si deve, e ancora Bruce sul palco a chiudere il set con Rockin’ all over the world, e a farmi incontrare gli stessi brividi di quando la sentii sul bootleg del suo concerto di San Siro 1985 e dal vivo, al Flaminio, nel 1993.

Poi, finalmente, Bruce. Il suo solito, grandioso concerto con una gemma: Paul McCartney ospite per il finale. Forse troppo per un britannico fedele a se stesso e all’amore per le regole di quella nazione: il set ha sforato di 30 minuti, è ora di finirla. E trac, qualcuno tira giù il volume. Se ne parlerà a lungo, poi, del concerto interrotto in barba alla festa e a due mostri sacri sul palco. Noi ne parliamo uscendo dal parco, convinti sia stato un disguido tecnico. Con quella convinzione - smentita il mattino dopo leggendo le prime recensioni - cerchiamo disperatamente un pub aperto dopo le 23, trovandolo in Spring Street. Si chiama Proud of Paddington. Entriamo, e una tribute band di Springsteen ci allieta il resto della serata, trascorsa tra litri di birra ambrata e la diffusa sensazione di non voler essere altrove che lì.

In realtà, questo l’avevamo capito qualche ora prima. Illuminato da un raro spiraglio di luce, Bruce Springsteen ha iniziato il suo show nello stesso modo in cui lo cominciò la prima volta che suonò sul suolo britannico, nel 1975. E nel modo in cui apre il suo Live 1975-1985. E nel modo in cui io ho ascoltato per la prima volta quella che poi, per me, diventerà LA canzone di Bruce. Quella con cui ho capito che Springsteen era molto di più di Born in the USA. Quella che ho imperdonabilmente riprovato a suonare sul palco di Eataly Smeraldo. Quella che apre il disco pubblicato esattamente 39 anni fa, il 25 agosto 1975.

Quella che ogni volta in cui parte mi emoziono come fosse la prima volta, sgombro la mente da ogni scoria. E mi prendo i complimenti di Orazio. O del professor Keating.

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