Musica, senza steccati

martedì 21 ottobre 2014

Una sera del 1968 al Vesuvio Club di Londra

07:12 Posted by Unknown , , , No comments

Oggi delego in parte il post a John McMillian, autore di Beatles vs Stones, appena pubblicato in Italia da Laterza. McMillian è un professore di storia, e ha scritto un libro che si annuncia molto interessante. Basti la prima pagina dell'introduzione (nella foto in alto).

Quando l'ho letta, non ho saputo trattenere un sussulto. Santo cielo, mi sono detto, possibile che in una sera qualsiasi del 1968 in un club di Londra si ascoltassero l'anteprima di un lp come Beggars Banquet e di un singolo come Hey Jude/Revolution? Poi dice che uno fa il nostalgico.

Ora, io nostalgico tendo a esserlo per natura, e faccio uno sforzo pazzesco per non cadere nel refrain del nonno che «ai miei tempi». Anche perché, insomma, ho poco più di quarant'anni. E poi lavoro in un settore - i media - nel quale non puoi permetterti di essere nostalgico, poiché le cose più curiose e stimolanti accadono nella rete.

Però amo la musica. E vedere che il fervore del Vesuvio Club di Londra (mai nome fu più azzeccato) si è trasferito nelle sale mensa di Silicon Valley, un po' mi fa piacere perché riguarda il mio lavoro. Ma un po' mi convince che tra le «canzonette» qualcosa di prezioso - di molto prezioso - non sia stato adeguatamente sostituito.

E quindi, sia perduto per sempre.

Amen.

martedì 14 ottobre 2014

Paolo Conte: il disco è Snob, lui no

10:08 Posted by Unknown , , No comments
Ho per Paolo Conte un'antica passione, negli ultimi tempi un po' raffreddata. Credo che ciò sia stato d'aiuto, l'altroieri, alla conferenza stampa per il suo ultimo disco (Snob) perché mi ha permesso di fargli qualche domanda e di ascoltare tutte le sue risposte con un animo più pacato. Anni fa, quando mi trovai faccia a faccia con lui per parlare di Razmataz, non riuscii quasi a rivolgergli la parola, paralizzato dall'emozione dell'essere al cospetto di un idolo. Forse, allora, vivevo un processo di identificazione, o il desiderio di renderlo reale: mollare i faticosi studi in legge e provare a scrivere canzoni, abbracciando la vita d'artista. Oppure - sempre forse - fare il giornalista mi emozionava più di quanto accada ora. Sta di fatto che la vita d'artista non mi ha sedotto: «Ma cosa resta, tutto inventato e regalato a chi?», cantava d'altronde lo stesso Conte in una delle sue canzoni più belle, Per quel che vale.

Ecco, Per quel che vale può essere la chiosa alla foto di cui sopra, secondo me emblematica. E non perché l'abbia scattata io, ma perché credo ritragga il pudico disagio che Conte esprime come artista e come uomo, un sentirsi un po' fuori posto rispetto al mondo - sia quello di un tempo in cui è nato e maturato, sia quello attuale in cui ha fatto capire di non riconoscersi più. Quel disagio è d'oro: è l'antidoto a una hybris propria di troppi artisti; è l'ancora ad un fondale bagnato da un mare pericoloso, quello del successo. Lui ne ha, ne ha avuto e continua ad averne. E che questa cosa gli faccia piacere, è evidente. Ma resta sullo sfondo. Ciò che conta è scrivere buone canzoni, fare dell'alto artigianato musicale senza piccarsi di fare arte.

Poi lui, l'arte, la fa. Ma con pudore, parola ricorsa un paio di volte nell'incontro tra Conte e la stampa. «Sono fuori dalla mischia dei cantautori - ha detto -, nel cui novero sono stato accolto perché si cercava l’alternatività, e io con la mia maniera brutale di cantare e di scrivere ero alternativo. Ho anche usufruito della loro ondata e della partecipazione pubblico, ma non ne avevo gli stessi caratteri: loro erano legati all'università e alla voglia di esprimere istanze e politiche e sociali; io venivo dalla musica di consumo, come autore per altri. Così mi hanno preso in braccio, ma rimango un isolato».

Pur nel caldo dell'appartenenza, Conte non ha mai abdicato all'arte nobile - e liberale - del dubbio: «Sì, me lo sono chiesto: sono come loro? Appartengo a questo modo di fare? Ne è esempio quel che mi accadde la prima volta che partecipai al Premio Tenco, a Sanremo: ho cantato due pezzi e me ne sono filato via. Intormo a me c'era gente che se gli davi 10 lire per cominciare poi dovevi dargli 200 milioni per smettere, e si stupiva che tagliassi la corda. Io avevo paura di annoiarmi».

Il pudore contiano ritorna nel parlare del disco e, più in generale, del carattere tipico di tutte le sue canzoni: la voglia di altrove. «In tanti mi hanno chiesto dell'esotismo ricorrente nei miei brani: per me è l'allure dei francesi, il raccontare storie quotidiane e semplici ma proiettate, per una specie di alibi e di pudore, in un mondo più teatrale. Ecco, parlerei proprio di una tecnica del pudore: me ne sono servito, e mi è difficile non farlo ancora».

Pudore e alto artigianato, dunque come ingredienti per costruire una carriera che, al volgere dei quarant'anni - il primo disco, Paolo Conte, è proprio del 1974 - gli sembra caduta in testa per caso. L'artista che questo incontro mi ha restituito è un appassionato artigiano - termine che vuole usare solo, s'è detto, per non scomodare la parola arte -, padrone della tecnica necessaria per dare forma alle idee; consapevole di essere moderno, quindi rivoluzionario come lo è stata la modernità dell'Ottocento o dei primi due decenni del Ventesimo secolo; di non essere attuale, perché nell'attualità non c'è modernità. Un musicista che a 77 anni ha sentito accendersi una scintilla creativa, e ha saputo coglierla incanalandola prima nella musica e poi nelle parole.

Così è nato Snob, quindici canzoni dirette e complesse, negli arrangiamenti e nell'armonia. Quindici brani che nel prossimo tour si sentiranno poco, perché Conte vorrà rendere omaggio agli altri suoi «figli», i brani del passato, e perché ha dichiarato che «viaggerà al minimo», diradando gli impegni. Dopotutto gli piace essere «orso di campagna» che trascorre le serate ad ascoltare l'ottima musica classica del canale 138 di Sky, a praticare rebus e crittografie sulla Settimana Enigmistica, a dipingere quando il sole gli consente di portar fuori il tavolo per non dar fastidio in casa - «quindi in estate, e quest'estate è stata una cosa tremenda, ha piovuto sempre».

Un solitario, insomma, divertito dalle imitazioni che gli fanno e però mai tentato dal collaborare con gli stessi imitatori, perché «mi piace sbagliare da solo». Un uomo semplice, infine, quasi svagato nel chiedersi il perché di tutto il successo che gli è capitato, ancora stupito da quando sbancò Parigi con i tre tutti esauriti al Theatre de la Ville nel 1984. Un musicista che si direbbe in cerca di una sola compagna, la musica.

Se però glielo dici, ti fa semplicemente notare che «anche mia moglie tiene un bel posto, come compagna».





martedì 7 ottobre 2014

Questi sfigati sarebbero diventati gli U2

00:10 Posted by Unknown , , 3 comments
Archiviate le polemiche sullo sgradito regalo degli U2 ai 500 milioni di utenti iTunes (a margine: quante storie! Ok, Songs of innocence è tutto tranne che un capolavoro, ma l'insurrezione per esserselo ritrovato nella propria library mi sembra davvero esagerata. Parliamo di un regalo, dopotutto), prendo spunto dal Facebook di Matteo Cruccu per una considerazione sugli esordi dei dublinesi.

Cruccu - che si occupa di musica e calcio per il Corriere della Sera - ha postato il video che vedete là sotto con questo messaggio: «Trentasei anni fa, niente marketing, niente mele, niente cazzate, solo del sanissimo rock'n'roll: questi sono gli udue che imparai ad amare». Credo di poter interpretare il pensiero di Matteo in modo estensivo, e non letterale. E cioè, una dichiarazione d'amore per gli U2 dei primi tempi, autentici e affamati; non proprio ed esattamente per quelli del video. Che - e qui parlo a titolo personale - sembrano degli sfigati pazzeschi.

Sfigati, in realtà, non lo erano poi tanto. Siamo nel 1978, la band è formata da due anni e ha pubblicato un demo, di cui Street Mission - la canzone del video - è uno dei brani. Dopo soli due anni di musica e all'attivo un solo EP, gli U2 - i cui componenti hanno tra i 17 e i 18 anni - sono su RTE. Stanno cominciando a scalare la montagna che, da lì a 9 anni (1987, The Joshua Tree) li porterà a essere la più famosa rock band del mondo. Ma in quel video, sembrano i classici scappati di casa.

Ecco il punto: come è possibile che qualcuno abbia visto in quei quattro, nel 1978, tutto il potenziale che poi avrebbero espresso? Certo, adesso bisognerebbe fare lo sforzo di guardare all'embrione U2 con gli occhi del 1978, con uno sguardo che contemplava come normali quattro improbabili ragazzini a dimenarsi in modo ridicolo sul palco. Dopotutto, basti anche solo guardare il presentatore e i suoi giochi di parole. La sensibilità di oggi è diversa, certo; ha un gusto più raffinato. Ma questo gusto è un plus?

Forse, no. Il talento capace del successo di massa, oggi, emerge quasi sempre dal talent show. Dove lo vestono a puntino, curandone il minimo dettaglio. Non c'è spazio per la materia grezza, oggi. Non c'è spazio per l'azione di chi sta dietro le quinte, un Paul McGuinness o un George Martin capaci di indovinare la pepita tra chili di fango. C'è spazio per altri modi di individuare la qualità: per esempio, sapersi muovere nel mare magnum dell'indie. Da cui, però, è raro emergano artisti capaci di essere, nel 2014, ciò che furono i Beatles negli anni Sessanta e gli U2 tra gli Ottanta e i Novanta. Ci sono poi le eccezioni - penso ad Adele o a Amy Winehouse, artiste mass market ma brave, molto brave -.

Però quattro sfigati che diventino gli U2 sono una cosa che, credo, non vedremo più.