Musica, senza steccati

martedì 14 ottobre 2014

Paolo Conte: il disco è Snob, lui no

10:08 Posted by Igor Principe , , No comments
Ho per Paolo Conte un'antica passione, negli ultimi tempi un po' raffreddata. Credo che ciò sia stato d'aiuto, l'altroieri, alla conferenza stampa per il suo ultimo disco (Snob) perché mi ha permesso di fargli qualche domanda e di ascoltare tutte le sue risposte con un animo più pacato. Anni fa, quando mi trovai faccia a faccia con lui per parlare di Razmataz, non riuscii quasi a rivolgergli la parola, paralizzato dall'emozione dell'essere al cospetto di un idolo. Forse, allora, vivevo un processo di identificazione, o il desiderio di renderlo reale: mollare i faticosi studi in legge e provare a scrivere canzoni, abbracciando la vita d'artista. Oppure - sempre forse - fare il giornalista mi emozionava più di quanto accada ora. Sta di fatto che la vita d'artista non mi ha sedotto: «Ma cosa resta, tutto inventato e regalato a chi?», cantava d'altronde lo stesso Conte in una delle sue canzoni più belle, Per quel che vale.

Ecco, Per quel che vale può essere la chiosa alla foto di cui sopra, secondo me emblematica. E non perché l'abbia scattata io, ma perché credo ritragga il pudico disagio che Conte esprime come artista e come uomo, un sentirsi un po' fuori posto rispetto al mondo - sia quello di un tempo in cui è nato e maturato, sia quello attuale in cui ha fatto capire di non riconoscersi più. Quel disagio è d'oro: è l'antidoto a una hybris propria di troppi artisti; è l'ancora ad un fondale bagnato da un mare pericoloso, quello del successo. Lui ne ha, ne ha avuto e continua ad averne. E che questa cosa gli faccia piacere, è evidente. Ma resta sullo sfondo. Ciò che conta è scrivere buone canzoni, fare dell'alto artigianato musicale senza piccarsi di fare arte.

Poi lui, l'arte, la fa. Ma con pudore, parola ricorsa un paio di volte nell'incontro tra Conte e la stampa. «Sono fuori dalla mischia dei cantautori - ha detto -, nel cui novero sono stato accolto perché si cercava l’alternatività, e io con la mia maniera brutale di cantare e di scrivere ero alternativo. Ho anche usufruito della loro ondata e della partecipazione pubblico, ma non ne avevo gli stessi caratteri: loro erano legati all'università e alla voglia di esprimere istanze e politiche e sociali; io venivo dalla musica di consumo, come autore per altri. Così mi hanno preso in braccio, ma rimango un isolato».

Pur nel caldo dell'appartenenza, Conte non ha mai abdicato all'arte nobile - e liberale - del dubbio: «Sì, me lo sono chiesto: sono come loro? Appartengo a questo modo di fare? Ne è esempio quel che mi accadde la prima volta che partecipai al Premio Tenco, a Sanremo: ho cantato due pezzi e me ne sono filato via. Intormo a me c'era gente che se gli davi 10 lire per cominciare poi dovevi dargli 200 milioni per smettere, e si stupiva che tagliassi la corda. Io avevo paura di annoiarmi».

Il pudore contiano ritorna nel parlare del disco e, più in generale, del carattere tipico di tutte le sue canzoni: la voglia di altrove. «In tanti mi hanno chiesto dell'esotismo ricorrente nei miei brani: per me è l'allure dei francesi, il raccontare storie quotidiane e semplici ma proiettate, per una specie di alibi e di pudore, in un mondo più teatrale. Ecco, parlerei proprio di una tecnica del pudore: me ne sono servito, e mi è difficile non farlo ancora».

Pudore e alto artigianato, dunque come ingredienti per costruire una carriera che, al volgere dei quarant'anni - il primo disco, Paolo Conte, è proprio del 1974 - gli sembra caduta in testa per caso. L'artista che questo incontro mi ha restituito è un appassionato artigiano - termine che vuole usare solo, s'è detto, per non scomodare la parola arte -, padrone della tecnica necessaria per dare forma alle idee; consapevole di essere moderno, quindi rivoluzionario come lo è stata la modernità dell'Ottocento o dei primi due decenni del Ventesimo secolo; di non essere attuale, perché nell'attualità non c'è modernità. Un musicista che a 77 anni ha sentito accendersi una scintilla creativa, e ha saputo coglierla incanalandola prima nella musica e poi nelle parole.

Così è nato Snob, quindici canzoni dirette e complesse, negli arrangiamenti e nell'armonia. Quindici brani che nel prossimo tour si sentiranno poco, perché Conte vorrà rendere omaggio agli altri suoi «figli», i brani del passato, e perché ha dichiarato che «viaggerà al minimo», diradando gli impegni. Dopotutto gli piace essere «orso di campagna» che trascorre le serate ad ascoltare l'ottima musica classica del canale 138 di Sky, a praticare rebus e crittografie sulla Settimana Enigmistica, a dipingere quando il sole gli consente di portar fuori il tavolo per non dar fastidio in casa - «quindi in estate, e quest'estate è stata una cosa tremenda, ha piovuto sempre».

Un solitario, insomma, divertito dalle imitazioni che gli fanno e però mai tentato dal collaborare con gli stessi imitatori, perché «mi piace sbagliare da solo». Un uomo semplice, infine, quasi svagato nel chiedersi il perché di tutto il successo che gli è capitato, ancora stupito da quando sbancò Parigi con i tre tutti esauriti al Theatre de la Ville nel 1984. Un musicista che si direbbe in cerca di una sola compagna, la musica.

Se però glielo dici, ti fa semplicemente notare che «anche mia moglie tiene un bel posto, come compagna».





0 commenti:

Posta un commento