Musica, senza steccati

lunedì 24 novembre 2014

Il coraggio di De Gregori in Vivavoce

02:11 Posted by Igor Principe , No comments
«Quella canzone sei tu»

La canzone è Niente da capire, e l'affermazione è di una cara amica - Xhara, la chiameremo. Durante le estati di anni fa la suonavo spesso, all'ombra di una veranda o nella luce di un falò. Mi riusciva decentemente. Col tempo, Xhara si è accorta che quando le capitava di ascoltare il brano finiva per ricordare tutte le volte in cui mi ha sentito suonarlo, e mi ci ha identificato (facendomi cosa gradita, tra l'altro).

Se Xhara ascoltasse la versione di Niente da capire che appare su Vivavoce, l'ultimo disco di Francesco De Gregori, non ci rivedrebbe me. Ciò è tutto tranne che uno svantaggio, me ne rendo conto; tuttavia, non riesco a non chiedermi se qualcosa comunque possa andare perduto. O addirittura violato. E cioè, il ricordo di momenti tra i più cari e preziosi di cui abbia memoria.

Ho parlato di Xhara, ma avrei potuto parlare di me, e di come una manciata di canzoni di De Gregori abbia costituito la colonna sonora di un'epoca felice e spensierata, arrivando a essere un interruttore della memoria capace di accendere la luce su istanti precisi: su uno sguardo, su una frase, su un abbraccio, su un litigio. La forza evocativa che solo la musica, tra le arti, sa esprimere, ha intrappolato alcune canzoni di De Gregori in una sorta di abito esclusivo. Provando a mettergliene un altro, come ha legittimamente fatto il loro autore in Vivavoce, molto cambia. E non tutto torna.

Ecco perché agli autori che, a un certo punto, decidano di rileggere i propri brani va riconosciuta anzitutto una buona dose di coraggio. Essi sfidano i sentimenti di chi ha legato a doppio filo al proprio vissuto una loro canzone; cambiandola, l'autore inevitabilmente viola il privato dell'ascoltatore. E lo irrita.

Così, da irritato, ho finito per ascoltare i brani di Vivavoce avvinti ai miei ricordi più cari. Niente da capire, appunto; ma anche La leva calcistica della classe '68, che priva del pianoforte mi è parsa semplicemente monca. O Fiorellino#12&35, riletta su un arrangiamento che cita e omaggia il Bob Dylan di Rainy Day Women#12&35. Una canzone sideralmente lontana da quella che suonava nello stereo una domenica di una vita fa, quando fece da soundtrack a un momento di tenerezza di un'amica nei miei riguardi, facendomene innamorare all'istante.

Da irritato, insomma, ho ascoltato Vivavoce. E ho concluso che non mi dispiace affatto. Le canzoni intoccabili, dopotutto, sono poco meno della metà dell'intero disco, e per alcune - La Donna Cannone, La Storia, Titanic, Viva l'Italia - il nuovo arrangiamento non impatta frontalmente con le emozioni ad esse legate (Alice con Ligabue, invece, non riesce proprio a convincermi; credo però sia colpa dell'originale, che non mi ha mai persuaso). La nuova veste di tutti gli altri brani, invece, colloca Vivavoce tra gli esperimenti meglio riusciti di rilettura di un repertorio; non ai livelli del Peter Gabriel di New Blood, capace di rivoltare come un calzino i propri capolavori, ma certo molto meglio dell'insipidità musicale dello Sting di Symphonicity. Il simbolo della perizia di De Gregori è Un guanto: nel 1996 sembrava una smaccata e al contempo debole citazione dello Springsteen di With Every Wish e di Thunder Road; ora è un pezzo dall'incedere serrato, nel ritmo e nell'armonia.

Ha avuto coraggio, quindi, De Gregori. E con coraggio ha riscritto un bel disco. Ora spetta a chi l'ascolti il compito di tener fuori dalla porta i ricordi, e di guardare a una canzone per ciò che è: una canzone, e nulla più.

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