Musica, senza steccati

martedì 23 dicembre 2014

Due cose sull'Inno della Lombardia, scritto da Mogol e Lavezzi

01:52 Posted by Unknown , , , 1 comment
Ieri ho ascoltato l’inno della Lombardia, scritto da Mogol e Mario Lavezzi, e ho pensato due cose.

Parto dalla seconda: se fossi un cittadino di Brescia, Mantova, Sondrio o delle altre province della regione, mi girerebbero. La canzone comincia con un elogio di Milano e della sua anima perduta, della città che un tempo era accogliente e viva, della MGM (Milàn-Gran-Milan) che non esiste più. Al di là della trita nostalgia di un passato dorato rispetto al presente infangato, il punto è che l’inno della Lombardia parte da Milano e vi si ferma. Il resto, non esiste. Non mi pare un buon inizio.

Ma la prima cosa che ho pensato è stata un’altra: un programma televisivo di qualche anno fa. Si intitolava La Testata, lo conducevano Michele Mirabella e Toni Garrani su un canale Rai ed era fatto di sketch che parodiavano la vita di un giornale. Ogni tanto, Garrani fingeva di intervistare Gianni Agnelli, «interpretato» da Mirabella. Gli faceva una domanda - una qualsiasi - e la risposta era sempre la stessa, pronunciata come avrebbe fatto l’avvocato: «Vede, come diceva mio nonno, avviva il tempo in cui una pevsona deve toglievsi dalle palle!».

Con il dovuto rispetto per la storia di Mogol e Lavezzi, non ho potuto non pensare all’«avvocato Mirabella».

  

domenica 21 dicembre 2014

Finanziare la Verdi? No, meglio Belen.

Historia magistra vitae un corno. La Storia non insegna nulla, perché se insegnasse qualcosa alcune questioni non si incancrenirebbero nella sin troppo popolata categoria dei «problemi di sempre». In ambito musicale, il problema di sempre è - suo malgrado - l’Orchestra Verdi di Milano. Luigi Corbani - il direttore della Fondazione legata all’orchestra - accusa il Ministero dei Beni Culturali di non aver onorato gli impegni finanziari. In altre parole, i soldi promessi dal Ministero non sono arrivati. Ciò significa una cosa semplice e bruttissima: rischio chiusura.

La Verdi è una delle eccellenze musicali italiane. Uno studio europeo ha verificato che si tratta dell’Orchestra più produttiva, per numero di concerti. Ha saputo mantenere il livello di eccellenza cui l’ha portata, negli anni in cui ne è stato direttore musicale, Riccardo Chailly. Proprio a lui mi riaggancio per evidenziare quanto la Storia non sia maestra di nulla. Oltre dieci anni fa, quando appunto dirigeva la Verdi, Chailly mi chiamò per chiedermi una cortesia: incontrarlo e parlare della situazione finanziaria dell’Orchestra. Non lo fece certo perché io fossi un manager della cultura - non lo sono - ma perché al tempo scrivevo di musica sul Giornale, nella cronaca di Milano. Chailly credeva che il giornalismo potesse avere ancora la forza di portare all’attenzione delle persone questioni per le quali valesse la pena spendersi, soprattutto se le persone avevano il potere rimettere le cose a posto assicurando un po’ di giustizia. Diciamo, insomma, di aggiustare in senso letterale (lo sentite il suono della parola «giusto», in quel verbo?).

Così ci incontrammo e parlammo. Ne uscì un articolo in cui si evidenziavano alcune storture nell’assegnazione dei fondi da parte del Fus - date un’occhiata a questo post che scrissi a quell’epoca, e capirete -, e si faceva presente cosa fosse la Verdi e quanto poco ricevesse rispetto ad altre e meno meritorie orchestre. Il pezzo, insieme a un altro pubblicato su Repubblica, fu inviato al ministro della Cultura di allora, Giuliano Urbani. Risultato: zero.

Dieci anni dopo siamo ancora qui a discuterne. Luigi Corbani è stabilmente in trincea a combattere la battaglia di sempre. Al ministero ora c’è Dario Franceschini, che politicamente sta sul versante opposto di Urbani (anche se è in un governo con una componente di centrodestra); anche da lui, silenzio.

Anzi, no; una risposta c’è stata. Indiretta, ma c’è stata. Il finanziamento, come opera meritevole di interesse culturale, del film che ha protagonista Benel Rodriguez, Non c’è due senza te. Lo scrive Alberto Mattioli sulla Stampa, riportando la cifra del contributo: 200mila euro.

Vogliamo aggiungere altro?

martedì 16 dicembre 2014

The Last Ship: se la nave affonda, ci pensa Sting

00:10 Posted by Unknown , , No comments
È il caso di dirlo: la nave stava affondando, e Sting è stato chiamato a evitare il naufragio. La nave è The Last Ship, il musical in scena in questi giorni al Neil Simon Theatre di New York. Composto interamente dallo stesso ex Police, è un racconto in gran parte autobiografico sui primi anni della sua vita e sul diventare grandi a Newcastle-upon-Tyne, la cittadina inglese in cui egli è nato e dove i cantieri navali hanno dato di che mangiare all'intera popolazione.

Sting ha molto insistito su questo progetto. L'anno scorso ha pubblicato il disco - stesso titolo - con molte delle canzoni presenti nel musical. Poi l'ha presentato in forma di racconto musicale al Public Theatre di New York: con lui, parte del cast e altri suoi storici collaboratori (Dominique Miller, Jo Lawry). Con lui, soprattutto, c'era Jimmy Nail, il protagonista che ora, per un po', lascerà il posto allo stesso Sting. I fatti sono semplici: The Last Ship, come racconta Billboard, fa flop di incassi e la produzione ha deciso che l'unico modo per tirar su i guadagni è portare la celebrità in scena. Nail, che pure è un artista a tutto tondo, evidentemente non è bastato. Così, dal 24 novembre al 24 gennaio, sarà sostituito dal papà del progetto.

La notizia lascia un po' di amaro in bocca. Per quanto riguarda le canzoni, The Last Ship è tra le cose migliori scritte dall'ultimo Sting. Come atmosfera, segue la scelta «acustica» praticata, pur in ambito totalmente diverso, con i dischi pubblicati da Deutsche Grammophone su John Dowland e sulla musica del Cinquecento. Come racconto, traccia una panoramica decisamente credibile sulle persone e sulle storie che animavano la vita di Newcastle nella seconda metà del Novecento, tra padri e figli ai ferri corti, pugili che imparano a danzare, uomini maturi rifiutati da giovani madri single.

Come insieme, insomma, un gran bel concept album per di più adatto a reggere uno spettacolo ad esso interamente dedicato. Il già citato show al Public Theatre è riuscitissimo, forse anche grazie all'atmosfera informale creatasi tra palco e platea. Poi, tradotto in una classica produzione Broadway, qualcosa si è incrinato. A detta dei critici, i difetti sono tutti nella parte drammaturgica (il regista è Joe Mantello, il coreografo Steven Hoggett), cioè quella di cui Sting non è responsabile.

Il 25 gennaio si potrà dire se, almeno al botteghino, l'arrivo della celebrità sarà stata un'idea vincente. Sul piano artistico non lo è, perché alla fine si fa leva sull'immagine più che sulla sostanza. È vero che ci sono in ballo soldi da non perdere, ma lo è altrettanto l'indifferenza alla resa sonora tra l'esserci Sting o Nail. Non stiamo parlando di Every Breath You Take, Roxanne o Fragile, che vogliono «la voce del padrone» per rendere al meglio; parliamo invece di uno show pensato anche per altri, in cui il ruolo dell'autore come front-man è in secondo piano, malgrado sul disco sia lui a cantare.

Forse in casi come questi la scelta migliore è la più coraggiosa: annullare il musical e concentrarsi sul racconto musicale, portando in tour lo show del Public Theatre. Alla lunga, il flop sarebbe stato ricompensato. Se le falle sono nella regia e nella parte teatrale, la presenza di Sting non le risolve, ma le tappa momentaneamente. E dal 25 gennaio il povero Nail si ritrova a dover navigare con i tappi saltati.

giovedì 11 dicembre 2014

Fabrizio Sotti, una storia da raccontare

06:57 Posted by Unknown , , No comments
Nel 1998, o giù di lì, Beppe Severgnini conduceva su Rai International Italians, una serie di interviste con italiani molto noti all'estero. Ce n'erano di famosissimi – Roberto Baggio, Laura Pausini, Indro Montanelli, Monica Bellucci – e di meno popolari – Giandomenico Picco – ma non meno importanti. Se Severgnini conducesse Italians oggi, intervisterebbe di sicuro Fabrizio Sotti. Pronunciatene il nome all'ascoltatore medio italiano, e otterrete un interrogativo silenzio; pronunciatelo a Jennifer Lopez, a Shaggy o a Zucchero (purtroppo, ciò non è più possibile con Witney Houston) e otterrete un riconoscente sorriso. Padovano, chitarrista jazz, quarant'anni nel 2015, Sotti è musicista e produttore, cioè colui che guida una canzone verso la sua forma definitiva. Colui che ne indovina l'abito partendo dal tessuto; che ne sviluppa l'idea di fondo; che ne dipinge il colore scegliendo dalla tavolozza suoni e ritmi. Ci siamo incontrati in un limpido mattino del tiepido autunno milanese, nella sala ancora da apparecchiare di un ristorante in zona Moscova. Davanti a un cappuccino Fabrizio ha raccontato la sua storia.

Di fatto, sei un emigrante: sei andato negli Stati uniti quando avevi 16 anni.
Sono sempre stato attratto dagli Usa. O meglio, lo sono stato quando a 9 anni sono passato a studiare chitarra lasciando da parte il pianoforte classico, che suonavo da qualche tempo. Dopo un periodo breve di studi classici ho scoperto Wes Montgomery, Jimi Hendrix ed è scoppiata la passione per le sei corde, che pure non sono tipiche del jazz. Ma mia nonna aveva una collezione di 33 giri: vecchissimi, semiabbandonati, risalenti alcuni alla metà degli anni Quaranta. Con quelli ho scoperto il jazz, gli Stati Uniti e i suoi musicisti: Duke Ellington, Miles Davis, Thelonius Monk, John Coltrane. Ero curioso di saperne sempre di più, ma non era facile.

Perché?
Perché in quegli anni, intorno al 1984, o ti formavi come musicista classico, da conservatorio, o recuperavi i metodi specifici per jazzisti, come quello della Berklee School. Io ho avuto la fortuna di seguire due maestri, dai quali ho ereditato una solida impostazione pratica, teorica e armonica. Si tratta di Riccardo Misso e Andrea Molena.

E poi, appunto, sei andato negli Usa.
Sì, in vacanza. Avevo sedici anni e già ero impegnato in una mini attività in trio con Ares Tavolazzi e Mauro Beggio. Inoltre facevo qualche turno in studio con Leandro Barsotti , accompagnandolo nelle sue canzoni. In quella vacanza ho scoperto il Paese, da cui ho cominciato a fare avanti e indietro. Nel 1996, finito il militare ed esauriti gli obblighi con l'Italia, mi sono trasferito a Manhattan. Cioè la patria del jazz, con i migliori locali in cui suonano i più grandi musicisti al mondo. Il luogo ideale per suonare e imparare da persone molto più brave di me. Ho trovato terreno fertile, mi sono sentito accettato e mi è stata data un'irripetibile possibilità per fare carriera.

Ci sono regole da rispettare, c’è un modo di essere o di fare per poter essere accettati in quell'ambiente? 
Quel che conta è il linguaggio, il vocabolario della musica. Allora avevo molti più problemi di lingua parlata che di quella suonata: quest'ultima, infatti, mi aiutava a superare ogni tipo di barriera.

Perché sei rimasto negli States?
Perché in Italia mi sentivo il classico pesce fuor d’acqua. Nutrivo passione per una musica che i miei coetanei non capivano cosa fosse. Ripeto, a 15 anni ascoltavo Davis Coltrane, Monk. E poi non sono mai andato d’accordo con la scuola; anzi, posso dire che non me ne è mai fregato nulla. Ho frequentato il liceo classico, poi il linguistico, ma non ho mai terminato gli studi. Ho scelto di fare il vagabondo.

Nemmeno gli studi musicali?
Nemmeno. Non ho frequentato il conservatorio, ma questo non mi ha mai impedito di studiare sempre con diligenza. La tecnica è fondamentale, non si smette mai di imparare. Penso che le scuole facciano del bene e al contempo del male.
In che senso?
Nella mia attività didattica – tengo seminari alla NYU e a Berklee – vedo grandi talenti, musicisti preparatissimi e dotati di grande tecnica. Insomma, ottimi scolari, anche grazie alle possibilità che oggi ti dà la tecnologia. Ti basta andare su YouTube per vedere, e non solo ascoltare, quel che fa un musicista. Ciò alza l'asticella della preparazione ma, al contrario, rende più rari gli artisti. Si formano macchine per fare musica. Gli studenti mi chiedono «ma in quella canzone, dal minuto tot, cosa hai suonato?». E che diavolo ne so! Allora riascolto il brano, ricordo e capisco che il motivo per cui ho suonato in quel modo è uno soltanto: io suono così, è il mio vocabolario. Il mio essere artista.

Questo dominio della tecnica è esclusivo del jazz o c'è anche altrove?
Direi del jazz. Nel pop vige la regola del formato: se devi scrivere una hit, c’è una formula imposta dalle esigenze delle radio e da altri fattori. Non è una formula scritta, ma la senti quando stai componendo un brano di successo. Una formula oggi semplificata, soprattutto nei ritornelli. Il jazz è altro. Spesso viene criticato per un eccesso di tecnica o virtuosismo. Il punto è che, soprattutto quando agli esordi, anche per superare un'iniziale sicurezza pretendi di dire tutto e subito. E allora suoni cascate di note, velocissime e tecnicissime. Poi cresci e filtri, acquisisci consapevolezza e capisci di dover dire meno cose, e quindi di essere più preciso nel comunicare con la tua musica.

Quali differenze avverti nel lavoro tra Italia e Usa?
Lì hai un unico obiettivo: fare quel che devi fare.Ti chiamano per Rihanna? Bene, sai che lo scopo è quello. Punto. Qui, dove negli ultimi anni ho lavorato un po' di più, si parla tantissimo di tutto. Si danno mille opinioni, si analizzano mille questioni. In sintesi: lì, pragmatico; qui, caotico. Il che, sia chiaro, non impedisce di avere grandissimi musicisti, come un Flavio Boltro o uno Stefano Bollani. Insomma, per emergere non devi andare per forza all'estero. Però tu ci sei andato... E lo rifarei. Negli Usa c’è sistema che ti consente di essere te stesso, una società più libera che ti consente di sceglierti la vita che vuoi. Certo, non una società perfetta, anzi gravata da mille problemi. Ma attenendoti a una linea di decenza, vivi liberamente e nessuno ti impedisce di fare quel che vuoi. Nel business c’è meritocrazia.

Questo incide sulla qualità che un musicista italiano può esprimere all'estero?
Non direi, anche perché sono sempre di più gli artisti italiani operativi fuori dai confini nazionali. Ce ne sono moltissimi a Miami, a Washington, Los Angeles, e suonano il cosiddetto jazz europeo, espressione di una diversa sensibilità su un linguaggio musicale di base. Ma non è una novità: dopotutto, anche grandissimi del calibro di MilesDavis, si sono lasciati influenzare da musica di matrice europea, anche classica.

All'interno del jazz europeo, si riconosce una sensibilità italiana?
Sì, ed è mediterranea. Privilegia cioè l'approccio melodico. La sento più presente anche nella mia musica degli ultimi anni, forse grazie a una maturazione che mi fa sentire più libero di esprimere determinate influenze naturali, un determinato imprinting.

Parlando del tuo lavoro sullo sfondo, hai infilato collaborazioni con Zucchero, Whitney Houston, Cassandra Wilson, J Lopez e altri. Come si fa a lavorare con questi calibri?
Negli Usa il produttore non è solo colui che ha l'idea globale del prodotto e la cultura musicale per realizzarlo, ma è spesso un musicista tout court. Per me è stata la chiave di volta, perché mi ha permesso di lavorare con gli artisti R'n'B e hip hop. Loro lavorano sui campionamenti, ma ciò comporta problemi pratici perché, se campioni un brano, poi hai determinati diritti da pagare. Io ho risolto il problema perché il brano, cioè il campione, potevo suonarlo, alleggerendo così la questione diritti. Così ho fatto la mia gavetta e così ho avviato la carriera da produttore, che poi si è allargata ad altri artisti. Ciascuno fa storia a sé, per cui non so dirti come si faccia a lavorare con questo o con quello. Posso dirti una cosa, di sicuro: più grande è l'artista, più semplice è la persona. Sembra un luogo comune, invece è una verità.

Veniamo infine al tuo ultimo disco, A few possibilities. Come è nato?
Ho cercato di realizzare un progetto alla Herbie Hancock, musicista fonte di ispirazione, di mente apertissima. Uno per il quale l'unica differenza è tra buona e cattiva musica. Più vad avanti, più mi convinco che è così. Per dirti, quando a New York abbiamo festeggiato Columbus Day mi hanno coinvolto in un dj set con Claudio Coccoluto, artista sulla carta distantissimo da me ma forte di una cultura musicale vastissima, e che non puoi definire solo un dj. Il set è andato benissimo, a conferma di quanto contino l'apertura e gli apporti reciproci. Il disco è su questo solco: ho voluto far musica con persone con le quali ho lavorato in passato, portandole nel mio mondo acustico. Ti parlo, per esempio, di Zucchero, con il quale quasi trent'anni fa sognavo ascoltando Dune Mosse, impreziosita dalla tromba di Miles Davis. E ora sono con lui nel mio disco, a suonare un brano proposto da lui stesso con un testo che gli ha scritto Bono (Someone else's tears, ndr). E ti parlo di Shaggy, con cui abbiamo riletto un brano di Bob Marley, Waitin' in vain, e dove lui canta in modo naturale, senza overdub, come mai ha fatto prima. Ecco, io credo che questo disco sia nato proprio dal voler guardare alla musica nel modo più aperto possibile, oltre che dalla mia storia professionale. Non so, forse se fossi stato solo un jazzista tradizionale non avrei collaborato con artisti come loro.

lunedì 1 dicembre 2014

Quel che serve per ascoltare davvero la musica

06:35 Posted by Unknown , No comments
Le mani che vedete nella foto - splendida, scattata da Francesca Romano - sono di Luca Ciammarughi. Luca è pianista e critico musicale. Su Facebook, dove siamo in contatto, ha pubblicato la nota che si può leggere lì sotto; gli ho chiesto di usarla su SecondArte, e lo ringrazio per aver detto sì. È semplicemente perfetta nel suo centrare il punto su quanto necessario per ascoltare musica. Non solo la cosiddetta «classica», ma tutta la musica.

(A fine nota, Luca suona Rameau).

Qualche giorno fa, mentre provavo prima di un concerto, un signore si è introdotto nella sala e ha ascoltato l'intera prova, ossia: una Suite di Rameau, la Sonata K 457 di Mozart e una serie di Impromptus e Klavierstücke di Schubert. Alla fine, accenno uno dei possibili bis, un valzer di Schubert, e questo si alza entusiasta dalla sedia ed esclama: «Ma questo è da ballare!». Anche se si trattava di un brano di carattere molto malinconico, se non addirittura cupo, il signore -sentito il ritmo di valzer- si è ringalluzzito improvvisamente. Poi, ha cominciato a spiegarmi che sì, dal programma si evinceva un certo mio «virtuosismo» (?), ma che la differenza la faceva il valzer (un brano, ripeto, dolente e introspettivo), «perché lei col Valzer acchiappa il pubblico! Vedrà che la gente inizia a muoversi sulla sedia!». Entusiasta del fatto che, per gentilezza, stavo anche a dargli ascolto, ha cominciato a dire che nel programma avrei dovuto mettere «anche la Rapsodia in blu!», perché anche quella acchiappava il pubblico. «Lei deve rischiare, ascolti me, metta la Rapsodia in blu e dei pezzi suoi. Osi, metta la Rapsodia in blu e dei pezzi composti da lei, come Allevi».

A questo punto l'impulso era quello di schiaffeggiarlo, alla Nanni Moretti, genere «ma lei si rende conto di cosa sta dicendo?». Ma, siccome sono contrario alla violenza, questo episodio mi serve solo per la solita riflessione. Non si tratta di fare gli snob dicendo che per apprezzare certa musica sia necessario essere musicisti o leggere una partitura: una volta, dopo che eseguii una Sonata di Schubert, un signore molto semplice e senza preparazione musicale -che non aveva mai sentito Schubert fino a quel momento- venne dietro le quinte ed espresse con parole semplicissime ma perfette quella che secondo lui era la differenza fra Beethoven e Schubert. Dunque, se non sempre si tratta di avere specifiche conoscenze musicali, di cosa parliamo?

Io credo che dovremmo parlare di sensibilità, dell'acuirsi o meno della sensibilità ai suoni e al loro significato, anche alle loro ambiguità, dell'accontentarsi o meno di fermarsi a «ciò che piace alla gente», perché se qualcosa «acchiappa» la gente un motivo ci sarà pure! Certo, un motivo c'è, e non sarò certo io a sminuire la Rapsodia in blu o la Marcia Trionfale dell'Aida. Ma vogliamo dunque defenestrare, che ne so, un Lied di Wolf soltanto perché "La donna è mobile" acchiappa di più? Decisamente no. Cosa ne pensi la massa, per un musicista vero, dovrà essere completamente irrilevante.