Musica, senza steccati

giovedì 11 dicembre 2014

Fabrizio Sotti, una storia da raccontare

06:57 Posted by Igor Principe , , No comments
Nel 1998, o giù di lì, Beppe Severgnini conduceva su Rai International Italians, una serie di interviste con italiani molto noti all'estero. Ce n'erano di famosissimi – Roberto Baggio, Laura Pausini, Indro Montanelli, Monica Bellucci – e di meno popolari – Giandomenico Picco – ma non meno importanti. Se Severgnini conducesse Italians oggi, intervisterebbe di sicuro Fabrizio Sotti. Pronunciatene il nome all'ascoltatore medio italiano, e otterrete un interrogativo silenzio; pronunciatelo a Jennifer Lopez, a Shaggy o a Zucchero (purtroppo, ciò non è più possibile con Witney Houston) e otterrete un riconoscente sorriso. Padovano, chitarrista jazz, quarant'anni nel 2015, Sotti è musicista e produttore, cioè colui che guida una canzone verso la sua forma definitiva. Colui che ne indovina l'abito partendo dal tessuto; che ne sviluppa l'idea di fondo; che ne dipinge il colore scegliendo dalla tavolozza suoni e ritmi. Ci siamo incontrati in un limpido mattino del tiepido autunno milanese, nella sala ancora da apparecchiare di un ristorante in zona Moscova. Davanti a un cappuccino Fabrizio ha raccontato la sua storia.

Di fatto, sei un emigrante: sei andato negli Stati uniti quando avevi 16 anni.
Sono sempre stato attratto dagli Usa. O meglio, lo sono stato quando a 9 anni sono passato a studiare chitarra lasciando da parte il pianoforte classico, che suonavo da qualche tempo. Dopo un periodo breve di studi classici ho scoperto Wes Montgomery, Jimi Hendrix ed è scoppiata la passione per le sei corde, che pure non sono tipiche del jazz. Ma mia nonna aveva una collezione di 33 giri: vecchissimi, semiabbandonati, risalenti alcuni alla metà degli anni Quaranta. Con quelli ho scoperto il jazz, gli Stati Uniti e i suoi musicisti: Duke Ellington, Miles Davis, Thelonius Monk, John Coltrane. Ero curioso di saperne sempre di più, ma non era facile.

Perché?
Perché in quegli anni, intorno al 1984, o ti formavi come musicista classico, da conservatorio, o recuperavi i metodi specifici per jazzisti, come quello della Berklee School. Io ho avuto la fortuna di seguire due maestri, dai quali ho ereditato una solida impostazione pratica, teorica e armonica. Si tratta di Riccardo Misso e Andrea Molena.

E poi, appunto, sei andato negli Usa.
Sì, in vacanza. Avevo sedici anni e già ero impegnato in una mini attività in trio con Ares Tavolazzi e Mauro Beggio. Inoltre facevo qualche turno in studio con Leandro Barsotti , accompagnandolo nelle sue canzoni. In quella vacanza ho scoperto il Paese, da cui ho cominciato a fare avanti e indietro. Nel 1996, finito il militare ed esauriti gli obblighi con l'Italia, mi sono trasferito a Manhattan. Cioè la patria del jazz, con i migliori locali in cui suonano i più grandi musicisti al mondo. Il luogo ideale per suonare e imparare da persone molto più brave di me. Ho trovato terreno fertile, mi sono sentito accettato e mi è stata data un'irripetibile possibilità per fare carriera.

Ci sono regole da rispettare, c’è un modo di essere o di fare per poter essere accettati in quell'ambiente? 
Quel che conta è il linguaggio, il vocabolario della musica. Allora avevo molti più problemi di lingua parlata che di quella suonata: quest'ultima, infatti, mi aiutava a superare ogni tipo di barriera.

Perché sei rimasto negli States?
Perché in Italia mi sentivo il classico pesce fuor d’acqua. Nutrivo passione per una musica che i miei coetanei non capivano cosa fosse. Ripeto, a 15 anni ascoltavo Davis Coltrane, Monk. E poi non sono mai andato d’accordo con la scuola; anzi, posso dire che non me ne è mai fregato nulla. Ho frequentato il liceo classico, poi il linguistico, ma non ho mai terminato gli studi. Ho scelto di fare il vagabondo.

Nemmeno gli studi musicali?
Nemmeno. Non ho frequentato il conservatorio, ma questo non mi ha mai impedito di studiare sempre con diligenza. La tecnica è fondamentale, non si smette mai di imparare. Penso che le scuole facciano del bene e al contempo del male.
In che senso?
Nella mia attività didattica – tengo seminari alla NYU e a Berklee – vedo grandi talenti, musicisti preparatissimi e dotati di grande tecnica. Insomma, ottimi scolari, anche grazie alle possibilità che oggi ti dà la tecnologia. Ti basta andare su YouTube per vedere, e non solo ascoltare, quel che fa un musicista. Ciò alza l'asticella della preparazione ma, al contrario, rende più rari gli artisti. Si formano macchine per fare musica. Gli studenti mi chiedono «ma in quella canzone, dal minuto tot, cosa hai suonato?». E che diavolo ne so! Allora riascolto il brano, ricordo e capisco che il motivo per cui ho suonato in quel modo è uno soltanto: io suono così, è il mio vocabolario. Il mio essere artista.

Questo dominio della tecnica è esclusivo del jazz o c'è anche altrove?
Direi del jazz. Nel pop vige la regola del formato: se devi scrivere una hit, c’è una formula imposta dalle esigenze delle radio e da altri fattori. Non è una formula scritta, ma la senti quando stai componendo un brano di successo. Una formula oggi semplificata, soprattutto nei ritornelli. Il jazz è altro. Spesso viene criticato per un eccesso di tecnica o virtuosismo. Il punto è che, soprattutto quando agli esordi, anche per superare un'iniziale sicurezza pretendi di dire tutto e subito. E allora suoni cascate di note, velocissime e tecnicissime. Poi cresci e filtri, acquisisci consapevolezza e capisci di dover dire meno cose, e quindi di essere più preciso nel comunicare con la tua musica.

Quali differenze avverti nel lavoro tra Italia e Usa?
Lì hai un unico obiettivo: fare quel che devi fare.Ti chiamano per Rihanna? Bene, sai che lo scopo è quello. Punto. Qui, dove negli ultimi anni ho lavorato un po' di più, si parla tantissimo di tutto. Si danno mille opinioni, si analizzano mille questioni. In sintesi: lì, pragmatico; qui, caotico. Il che, sia chiaro, non impedisce di avere grandissimi musicisti, come un Flavio Boltro o uno Stefano Bollani. Insomma, per emergere non devi andare per forza all'estero. Però tu ci sei andato... E lo rifarei. Negli Usa c’è sistema che ti consente di essere te stesso, una società più libera che ti consente di sceglierti la vita che vuoi. Certo, non una società perfetta, anzi gravata da mille problemi. Ma attenendoti a una linea di decenza, vivi liberamente e nessuno ti impedisce di fare quel che vuoi. Nel business c’è meritocrazia.

Questo incide sulla qualità che un musicista italiano può esprimere all'estero?
Non direi, anche perché sono sempre di più gli artisti italiani operativi fuori dai confini nazionali. Ce ne sono moltissimi a Miami, a Washington, Los Angeles, e suonano il cosiddetto jazz europeo, espressione di una diversa sensibilità su un linguaggio musicale di base. Ma non è una novità: dopotutto, anche grandissimi del calibro di MilesDavis, si sono lasciati influenzare da musica di matrice europea, anche classica.

All'interno del jazz europeo, si riconosce una sensibilità italiana?
Sì, ed è mediterranea. Privilegia cioè l'approccio melodico. La sento più presente anche nella mia musica degli ultimi anni, forse grazie a una maturazione che mi fa sentire più libero di esprimere determinate influenze naturali, un determinato imprinting.

Parlando del tuo lavoro sullo sfondo, hai infilato collaborazioni con Zucchero, Whitney Houston, Cassandra Wilson, J Lopez e altri. Come si fa a lavorare con questi calibri?
Negli Usa il produttore non è solo colui che ha l'idea globale del prodotto e la cultura musicale per realizzarlo, ma è spesso un musicista tout court. Per me è stata la chiave di volta, perché mi ha permesso di lavorare con gli artisti R'n'B e hip hop. Loro lavorano sui campionamenti, ma ciò comporta problemi pratici perché, se campioni un brano, poi hai determinati diritti da pagare. Io ho risolto il problema perché il brano, cioè il campione, potevo suonarlo, alleggerendo così la questione diritti. Così ho fatto la mia gavetta e così ho avviato la carriera da produttore, che poi si è allargata ad altri artisti. Ciascuno fa storia a sé, per cui non so dirti come si faccia a lavorare con questo o con quello. Posso dirti una cosa, di sicuro: più grande è l'artista, più semplice è la persona. Sembra un luogo comune, invece è una verità.

Veniamo infine al tuo ultimo disco, A few possibilities. Come è nato?
Ho cercato di realizzare un progetto alla Herbie Hancock, musicista fonte di ispirazione, di mente apertissima. Uno per il quale l'unica differenza è tra buona e cattiva musica. Più vad avanti, più mi convinco che è così. Per dirti, quando a New York abbiamo festeggiato Columbus Day mi hanno coinvolto in un dj set con Claudio Coccoluto, artista sulla carta distantissimo da me ma forte di una cultura musicale vastissima, e che non puoi definire solo un dj. Il set è andato benissimo, a conferma di quanto contino l'apertura e gli apporti reciproci. Il disco è su questo solco: ho voluto far musica con persone con le quali ho lavorato in passato, portandole nel mio mondo acustico. Ti parlo, per esempio, di Zucchero, con il quale quasi trent'anni fa sognavo ascoltando Dune Mosse, impreziosita dalla tromba di Miles Davis. E ora sono con lui nel mio disco, a suonare un brano proposto da lui stesso con un testo che gli ha scritto Bono (Someone else's tears, ndr). E ti parlo di Shaggy, con cui abbiamo riletto un brano di Bob Marley, Waitin' in vain, e dove lui canta in modo naturale, senza overdub, come mai ha fatto prima. Ecco, io credo che questo disco sia nato proprio dal voler guardare alla musica nel modo più aperto possibile, oltre che dalla mia storia professionale. Non so, forse se fossi stato solo un jazzista tradizionale non avrei collaborato con artisti come loro.

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