Musica, senza steccati

lunedì 21 settembre 2015

Arrivano gli alieni: l'ironia domina (anche troppo) in casa Bollani

Diciamolo subito: Stefano Bollani sa come si scrive una canzone. Al terzo ascolto, Arrivano gli alieni e Il microchip - due delle tre da lui firmate per parole e musica, e presenti nel suo ultimo disco - ti si piazzano in testa e ti ritrovi a canticchiarle quando il cervello si riposa dalla gestione del quotidiano (lavoro, conti da pagare, figli da tirar su, mogli da amare). E quando una canzone parte in automatico nei tuoi pensieri, è una canzone riuscita.

Arrivano gli alieni - e qui veniamo al disco, che prende il titolo dal citato brano - è invece un disco riuscito? Me lo chiedo da qualche giorno, e l’unica risposta che riesco a trovare è un «dipende» da corrente moderata democristiana anni Ottanta. In sintesi, dipende da cosa ti aspetti da un musicista come Stefano Bollani. E, soprattutto, se ciò che ti aspetti tu è quello che vuole essere lui. Se le due cose coincidono, ci siamo; se no, c’è qualche problema.

Partiamo da Bollani. Presentando alla stampa il disco ha detto alcune cose indicative. Per esempio, ha spiegato a chi gli chiedeva quale tra le tante cose che fa (jazzista, pianista classico, divulgatore televisivo, scrittore) lo identifichi davvero, che lui è «l’ultima cosa che ho fatto; anzi, la prossima». E che gli piacciono i personaggi alla Celentano (cantante, attore, presentatore) o alla Carosone (jazzista ma con formazione classica, entertainer). E che ama fare contratti per un disco alla volta, perché legarsi a lungo termine a un’etichetta potrebbe comportare il fastidio di dover lavorare con persone con le quali, dopo un po’, non c’è più sintonia. E che non ha mai avuto problemi con i puristi che gli imputano di non avere il pedigree del jazzista, anche perché - ha detto - «il contrario di puro è sudicio, e non mi sembra carino che chi non è purista sia sporco. È meglio dire che ci sono cose che non mi piacciono, e non difendere una pretesa purezza affannandosi a dimostrare che quel che non mi piace non è abbastanza puro».

[Sulla purezza: guardate questo video in cui lui ed Enrico Rava, suo mentore, discutono di Oscar Peterson. Ecco, credo che Bollani abbia tutte le ragioni del mondo].

Credo che queste siano le cose importanti per capire ed esprimere un’opinione su Arrivano gli alieni. Dire che ora Bollani fa il cantante non è esatto, perché ha già cantato in altri dischi (Småt småt, 2003; il disco con Irene Grandi, 2012); dire che è un cantautore mi pare eccessivo, perché come accennato parole e musiche le ha messe insieme solo per tre brani (il terzo è Un viaggio). Dire che è poliedrico è la cosa più sensata. Ma non a tutto tondo, perché - e qui veniamo alle mie aspettative di ascoltatore - Bollani è poliedrico a 330 gradi.

I 30 mancanti sono frutto di una sua precisa scelta. Ancora quanto ha dichiarato alla stampa è di aiuto per capire: «Avevo pronta una canzone seria, ma l’ho scartata. Addosso a me non mi convinceva, ho pensato che doveva cantarla qualcun altro. Poi, seria, che vuol dire? Secondo me lo era; poi magari per gli altri si rivelava una stronzata (sic). L’ho esclusa senza drammi. E poi parlava del cuore, una cosa pericolosissima». Bollani ha deciso, insomma, che la dimensione drammatica dell’arte non gli si confà. E allora la scarta. Intendiamoci, non è che non sia capace: il Concerto per pianoforte di Ravel inciso con Riccardo Chailly e l’Orchestra del Gewandhaus di Lipsia non sarà quello di Benedetti Michelangeli o di Marta Argerich, ma è riuscito. Nei suoi dischi precedenti si ascoltano non pochi momenti in cui la musica si tiene lontana dall’ironia, e così in quest’ultimo con Aural (pezzo strumentale scritto da lui). E ancora, durante il concerto di mercoledì scorso agli Arcimboldi di Milano è atterrato, durante un’improvvisazione, sul Lamento di Didone di Purcell: pochi accordi, cadenzati, pesati uno ad uno. Nella sala è sceso un silenzio denso, che è poi esploso in un applauso fragoroso. È stato il momento più alto di uno show decollato però quando Bollani ha cominciato a intrattenere il pubblico con ironia, battute e complicità; prima, anche Arrivano gli alieni e Il microchip erano state accolta con applausi tutto sommato contenuti.

Quei 30 gradi mancanti di drammaticità sono il punto critico, per quanto riguarda uno che - come me - lo ascolta da ormai quindici anni. E che in un disco piano solo - com’è Arrivano gli alieni - vorrebbe averne qualcuno in più della sola Aural. Ora, questo non vuol dire che si tratti di un disco «comodo». Bollani prende i suoi rischi quando decide di suonare interi brani solo con il Fender Rhodes, strumento in cui lui vede una «tavolozza di colori» ma che - per quanto gli metta tutta la tecnica di cui è capace - in brani come Aquarela do Brasil o Jurame (la Pensami di Julio Iglesias) non riesce a uscire dalla sonorità tradizionale della musica da intrattenimento anni Settanta. E mostra un’umiltà preziosa quando, a chi gli chiede perché non anche un organo Hammond tra i brani, risponde «perché ha una serie di registri di cui non so nulla». Tuttavia, anche tra le pieghe della voglia di innovare resta la sensazione che l’ironia prevalga su tutto, e che Bollani alla fine riesca laddove la butti sul «facce ride». Anche nei testi: le sue canzoni - scartata la seria - sono divertenti (e ricordano un’idea di metrica cara a Elio e a Rocco Tanica). Dopotutto, il Niagara di applausi agli Arcimboldi è arrivato sui bis, ormai codificati: si urlano dieci titoli di canzoni, e c’è sempre quello che sbraita «Heidi!!». Lui raccoglie, suona, cuce i temi tra di loro. Sorrisi e risate te li strappa, non c’è dubbio. Ma quel che resta è il ricordo di una serata - e di un disco - «soltanto» piacevoli.

PS: Se Bollani, una volta, dicesse: «Basta! Heidi mi ha rotto le palle!», sarebbe meraviglioso.

martedì 25 agosto 2015

Una canzone, una storia: la coda tagliata di Jungleland

C’è sempre un amico più grande che ti fa scoprire la musica. Il mio era Fabio. Quando mi esplose la passione per Springsteen lui fu l’unico a capire, ché suo fratello Corrado ne sapeva e nella primavera dell’85 aveva già in tasca il biglietto per San Siro. Poi Corrado andò via da casa, portandosi dietro un po’ di dischi. E Fabio, pazientemente, li ricomprò.

Prese prima The River, e in un giorno di estate del 1987 si affacciò al balcone, che stava davanti al mio, e mi fece grandi segni di andar su da lui. Aveva un sorriso grande così. Mi affrettai, e appena entrai in camera sua fui folgorato dall’attacco di pianoforte di Point Blank. Fu uno di quei momenti che solo la musica ha la capacità di fermare: lei passa, tutto si blocca e tu ricorderai per sempre dov’eri e cosa facevi in quel preciso istante.

Poi Fabio comprò Born to Run. Io un po’ lo conoscevo, grazie al Live ufficiale. Ma non immaginavo che Thunder Road fosse così piena di strumenti e così rock. Per me era quella intimista e densa del tour del 1975, quella suonata a Roxy e finita nel Live e quella suonata all’Hammersmith di Londra. Quella che, per me, è la versione definitiva, e non solo perché ci ha aperto il concerto del 2012 a Hyde Park, momento clou di un weekend fatto di amici, birra, musica e tempo libero da non saper che farsene.

Non immaginavo che Born to Run fosse meno energica di quella del Live. Non immaginavo che Meeting Across the River fosse così incredibilmente toccante. Soprattutto, non immaginavo che Jungleland durasse così tanto. Fabio, per farmi un regalo, mi passò una TDK su cui aveva registrato il disco. Aveva uno stereo valido, che gli permetteva di sfumare i brani. Jungleland non ci stava, e lui la sfumò appena prima che il solo di sax finisse. Andò bene fino all’ultimo, ma poi troncò di netto e l’ultima nota di Clarence saltava come una foglia sotto la cesoia. Zac, fine della poesia. Gli chiesi conto della questione, e mi rassicurò: «Tranquillo, mancava poco».

Per mesi ascoltai Born to Run potato, con il dubbio su cosa ci fosse dopo il sax. Un giorno mi decisi a chiederglielo: «Mi passi il disco, che ho una cassetta più grande e me lo registro completo?». E così scoprii che il «poco» erano almeno altri tre minuti di pura poesia. Erano una modulazione che faceva svanire la band lasciando solo il pianoforte e la voce a cantare la fine di Magic Rat, per poi far esplodere di nuovo tutta la potenza di una voce e di una musica obbligatoria, senza la quale Bruce Springsteen non sarebbe diventato ciò che è, perché se Born to Run non avesse sfondato la Columbia gli avrebbe dato il benservito.

Quando fu silenzio, mi venne voglia di chiamare Fabio e riempirlo di insulti. Quando lo vidi, mi limitai a protestare dicendogli che «alla faccia del poco, ma ti rendi conto di come finisce Jungleland?». A quarant’anni dall’uscita di Born to Run (25 agosto 1975) e a un po’ di meno dalla mia scoperta, è il caso di dirgli grazie per avermi permesso di emozionarmi due volte per la stessa canzone.

venerdì 31 luglio 2015

Una canzone, una storia: il sonaglio di Jacopo

02:20 Posted by Unknown , , No comments
C'è un pianoforte in un cortile. E intorno c'è la storia: quella dei Visconti e degli Sforza, che ogni mattone del Castello sembra volerti raccontare. La serata è finalmente fresca, dopo decine di notti (e di giorni) immerse nella canicola. Una luna cui manca un niente per essere piena si piazza giusto accanto alla torre del Filarete e sembra star lì ad ascoltare quel che viene suonato. Il concerto è un Piano Solo, e a dirla così fa pensare a progetti golpisti. Meno pericolosamente, è un recital in cui sul palco salgono due protagonisti: il pianoforte e il pianista. Il primo è un Yamaha CFX, degno avversario di giganti a 88 tasti come gli Steinway, i Bösendorfer o – un po' di orgoglio patrio, via – i Fazioli. Il secondo è Cesare Picco.

Mentre lo ascolti, capisci che è il pianista che avresti voluto essere se avessi scelto il mestiere del musicista. Può suonare di tutto, dalla classica al rock. Può suonarlo bene, perché ha sì la tecnica necessaria a essere un virtuoso ma soprattutto perché non ne fa sfoggio. In ogni brano - sia esso una rilettura di Eleanor Rigby o una dondolante Brother, can you spare a dime, una corale Baby it's a wild world o una A case of you sospesa, quasi diafana – Picco è un passo indietro rispetto alla musica. Non fa il giocoliere, non fa vedere di saper suonare. Semplicemente, suona. E racconta se stesso, la sua visione di una musica che travolge gli steccati e abbatte il muro delle definizioni. Non è un jazzista, anche se Brother gronda di swing e fraseggi coinvolgenti; non è un classico, anche se in alcuni suoi brani ritrovi la voce di Schubert e di Scriabin; non è un percussionista, ma gioca con le corde e gli ottoni del pianoforte per far risuonare l'intero corpo dello strumento e non solo i tasti; non è un ingegnere del suono, ma usa supporti elettronici con una perizia da tecnico.

Sta dietro la musica, Picco. E il pubblico sta dietro a lui, come i vagoni di un treno con la locomotiva. Ciascuno segue il suo percorso, e il mio ha avuto un balzo quando ha attaccato Bolero butterfly. Sul disco è un gioiellino di pochi minuti, sul palco è diventato un volo di una decina. Come quando una rockstar attacca la canzone che aspetti da tempo, sono saltato sulla sedia suscitando l'infastidito interesse di chi mi stava accanto. Fa niente, la musica è emozione e non va repressa. Picco suonava e io viaggiavo fino al punto in cui mi sono staccato dai binari e sono andato per fatti miei. La musica è un incanto anche per questo, per la capacità che ha di suggerirti pensieri nascosti nelle pieghe della memoria. Sulle note del Bolero mi sono ritrovato spettatore di una scena: inverno, interno sera in un salotto disordinato di giochi infantili, un bimbo di pochi mesi impegnato a decifrare il sonaglio che tiene tra le dita. La musica nell'aria non lo tocca, lui ha gli occhi sul gioco e vuole capirne il senso. Lo agita, sente che accade qualcosa, si gira verso di me e ride.

La musica è un incanto anche per la capacità che ha di fotografare un momento e consegnarlo all'eternità. Il sorriso di Jacopo ha spento il rumore del sonaglio lasciando andare solo la musica che in quel momento suonava nello stereo. La musica di Picco, quella lì sotto. Che improvvisamente si è affacciata sul palco, nascondendosi dietro il Bolero.

mercoledì 29 luglio 2015

L'inno di Allevi fa schifo, anche se non fa schifo

00:52 Posted by Unknown , , No comments
Ogni volta che Giovanni Allevi pubblica nuova musica - un disco, un inno, un fischiettio - si scatena il tiro al piccione. Adesso è il turno di O Generosa, l'inno che farà da sigla alla prossima Serie A: un attimo dopo averlo ascoltato, i social hanno cominciato a ribollire di ironie, sarcasmi e strali. Risultato: O Generosa è come la Kotiomkin.

Ma fa davvero così schifo, quest'inno? Per irrobustire la mia opinione ho provato per un secondo a immaginarlo composto da altri, non meglio identificati. Possono essere artisti noti come Nicola Piovani o Luis Bacalov, o anche uno studente fresco di diploma - pardon, laurea - in Conservatorio. Quel che si ascolta, indipendentemente dalla mano che l'ha scritto, è un pezzo di 40 secondi con un attacco dal sapore barocco, dove dominano le trombe. Poi arriva un coro le cui parole sono incomprensibili a meno di leggerle. Un tappeto d'archi sorregge il più evidente cambio di armonia, con la musica che si fa più imponente prima di andare a chiudersi con impeto. Eccolo, se volete ascoltarlo.



Me lo richiedo: fa così schifo, quest'inno? Per avere le idee ancora più chiare l'ho accostato all'inno della Champions League, forse la sigla televisiva più famosa degli ultimi anni. Il clima è lo stesso: imponenza, cori, trombe che squillano felici. Adesso il motivo è familiare, ma le prime volte che lo ascoltavo mi irritava. La melodia, nel canto e nella metrica, mi sembrava irregolare, fatta di strani intervalli tra le note; non una cosa che la ascolti e dici «oh, che bella». Eppure, mi sono (ci siamo) abituato.

L'iniziale disorientamento procurato dall'inno della Champions non c'è con quello di Allevi. O Generosa non mi pare memorabile per forza innovativa, ma nemmeno così terribile come viene descritta. C'è un'intro che assolve al compito di catturare l'attenzione di chi ascolta; c'è una melodia molto orecchiabile; ci sono vaghi richiami a colonne sonore famose (io ci ritrovo Superman e Mission). C'è insomma il necessario per pensare che Allevi abbia scritto ciò che gli abbiano chiesto di scrivere. Il che non dovrebbe destare ironie o scandali. E allora, perché tutto 'sto casino?

Perché - e qui sta il punto - Allevi è ormai nella condizione di essere un Re Mida al contrario: tutto ciò che tocca, diventa fango (eufemismo). Potrebbe scrivere una nuova Quinta o un nuovo Parsifal: non servirebbe a nulla. Allevi è un caso irrisolvibile e la colpa è solo sua, per aver aderito a una precisa strategia di comunicazione del proprio personaggio. Questo personaggio. Una strategia sulle prime vincente, poi fallimentare poiché è stata estremizzata e ha spinto molti ad aprire il sipario per vedere cosa ci fosse dietro. Chi Allevi sia veramente l'ha scritto uno che lo conosce da molto tempo - Saturnino - e credo non ci sia null'altro da dire sull'uomo.

Sulla sua musica, qualsiasi cosa si voglia dire risulterebbe inutile. Ed è un peccato, perché la musica non merita pregiudizi.



mercoledì 15 luglio 2015

Ramin Bahrami, Danilo Rea, Webnotte: un momento in cui perdono tutti

06:25 Posted by Unknown 1 comment
Foto: Matteo Del Lucchese
Webnotte è una delle cose per le quali ti vien da urlare «viva internet». Gino Castaldo ed Ernesto Assante - che, li apprezziate o meno come giornalisti, sanno ciò di cui scrivono - ospitano musicisti e artisti vari in uno scanzonato salotto, nel quale accadono cose spesso piacevoli. C'è un'informalità che anche nella televisione parcellizzata nei mille canali del digitale (terrestre o meno che sia) faticherebbe ad affermarsi. Tra tutto, ricordo una You Make Me Feel (Like a Natural Woman) di Giorgia davvero emozionante.

Ieri Webnotte è andato in onda da Perugia, dove è in corso Umbria Jazz. Tra gli ospiti della serata, Ramin Bahrami e Danilo Rea. Altri due che, li apprezziate o meno come musicisti, sanno dove mettere le mani quando sono davanti a un pianoforte. Per quanto valga la mia opinione, non ho competenza per giudicare Bahrami come interprete di J.S. Bach; quanto a Rea, ho molto amato il suo Introverso e trovo seducente il suo groove, dal quale scaturisce un modo di costruire gli accordi quasi graffiante.

Dico tutto ciò come premessa doverosa: da Castaldo a Rea, il quartetto protagonista nel video che vedete in fondo al post è fatto di professionisti che ammiro. E che però, in questa occasione, mi hanno disorientato fino quasi a deludermi.

I musicisti salgono sul palco per presentare un proprio progetto dedicato a Bach: due pianoforti e partiture mai eseguite prima. L'idea risponde ai canoni tipici della contaminazione: un pianista classico, un jazzista, un autore che - come ha dimostrato Jacques Loussiers - ben si presta al linguaggio della musica afroamericana. Bahrami e Rea hanno eseguito l'Aria sulla Quarta Corda, nota ai profani come «sigla di Quark». È come l'Inno alla Gioia, la Piccola Serenata Notturna, la Toccata e Fuga in Re Minore, la Quinta Sinfonia, il Va' Pensiero: musica che conoscono anche i tralicci dell'energia elettrica.

Se l'intenzione dei musicisti era trasmettere lo spirito del progetto su cui stanno lavorando, delle due l'una: o è un progetto destinato a fallire, o quello era il palco meno adatto per comunicarlo. Bahrami ha suonato in modo scolastico, quasi senza dinamiche; Rea ha ricamato controcanti senza fraseggio jazz. Deludente, appunto.

Eppure, alla fine, arrivano gli applausi, Rea si avvicina a Castaldo e dice «è andata!», questi ribatte «Fantastico». Una chiosa che connota il momento come qualcosa di straordinario, inserendolo nell'ormai sterminato catalogo di quegli eventi che sono tali a prescindere per il solo fatto di avere due calibri sul palco impegnati a fare qualcosa di diverso dal loro solito. Il punto, più che musicale, è giornalistico: per lo standard dei due musicisti quel momento è stato mediocre,  ma il contesto era tale da non poter dichiarare altro se non meraviglia. Pensate cosa sarebbe successo se Assante o Castaldo, a fine esibizione, avessero detto: «Si, vabbè, pensavamo qualcosa di meglio». «Certo, le note erano giuste, eh. Ma insomma, da voi due ci si aspetta altro».

In altre parole, quel momento fotografa lo stato della comunicazione musicale sui media generalisti: l'offerta è sterminata, perché togliere spazio a ciò che vale dandolo, con una recensione negativa, a ciò che non vale? Ciò che passa, insomma, è straordinario. E se dal vivo c'è il rischio che non lo sia, è straordinario lo stesso.

PS: magari non straordinari, ma sicuramente ben riusciti sono stati altri momenti del Webnotte di ieri. Per esempio, quando gli Sugar Pie hanno riletto i Beatles.

domenica 21 giugno 2015

21 giugno 1985: Springsteen a San Siro visto da chi non c'era

Il 21 giugno 1985, Bruce Springsteen tiene il primo concerto della sua carriera in Italia. A Milano, allo stadio San Siro, approda con la E Street Band in una nelle centinaia di tappe del tour mondiale di Born in the U.S.A., il suo disco più venduto, quello che lo trasforma da rocker in rockstar. L'album è stato pubblicato un anno prima, il 4 giugno 1984. L'anno scorso, in occasione dei trent'anni dall'uscita, ho scritto un e-book per raccontare la mia storia (breve, e non certo epocale) di dodicenne irrimediabilmente sedotto da quelle canzoni, e in seguito da Springsteen come autore e performer. Il racconto si chiama Born with the U.S.A., si trova su Amazon (in alto a destra c'è il bottone per acquistarlo, se vi va. E grazie, naturalmente). 
Oggi, in occasione, dei trent'anni di un concerto storico - per Bruce, per il rock, per l'Italia e diverse migliaia di persone - riprendo e posto uno stralcio del racconto dedicato a quell'evento.


A dispetto dell'anagrafe, Born in the U.S.A. è in tutto e per tutto un disco del 1985. Anzitutto perché in Italia è tra gli album più acquistati di quell'anno, e crescerà in volumi tali da diventare, per un artista straniero, il secondo più venduto nella storia della musicale del nostro Paese (lo precede True Blue, di Madonna). E poi perché determina uno degli eventi più straordinari di quell'anno già straordinario: il concerto di San Siro.
 
Il 21 giugno 1985 Bruce Springsteen & The E Street Band suonano allo stadio Giuseppe Meazza di Milano. Non hanno mai suonato prima in Italia, dove pure Springsteen ha un buon numero di fans. Lo seguono dalla cosiddetta «prima ora» e definirli appassionati è poco: sono decine di migliaia quelli che nell'aprile del 1981 vanno in pellegrinaggio all'Hallenstadion di Zurigo, dove fa tappa il tour di The River. Il tricolore veste metà stadio, alla quale Bruce dedica una canzone di Elvis: Follow that dream. Il sogno diventa realtà quattro anni dopo nella notte più lunga dell'anno, in quattro ore che per alcuni trasformano il 21 giugno – come ha scritto Leonardo Colombati2 – in una data più importante del proprio compleanno. Lo show è memorabile: 65mila persone nello stadio, circa 100mila al parco di Trenno davanti a un megaschermo allestito per soddisfare una domanda giunta a 200 mila biglietti. È un chiaro effetto dell'eco di Born in the U.S.A., che macina consensi trascinato da Dancing in the dark, dalla title track e da una ballata breve ma intensa su un'amore mai consumato, I'm on fire. I brani passano in radio e in tv con sempre maggior frequenza e rendono Bruce Springsteen l'icona musicale di quell'estate. Pure, l'eco del disco si stempera tra gli altri colori che affrescano l'irripetibile magia di quella notte a San Siro. Quasi per un gioco astrale, infatti, lo stadio è popolato da fan che sono lì per Bruce e non solo per Born in the U.S.A., i cui brani vengono sì accolti con vulcanico calore; ma la vera eruzione è per le canzoni degli anni precedenti.

Bruce esce sul palco alle 19, il sole è ancora alto. Dal pubblico si alza un boato che fa tremare le case intorno allo stadio. Attacca Born in the U.S.A., e scatena il delirio. Però è nulla in confronto a quanto accade quando parte Badlands, datata 1978 (da Darkness on the edge of town): l'urlo del pubblico è una deflagrazione di entusiasmo, energia e amore. In quel preciso istante il concerto di San Siro diventa mito: Springsteen suona come se fosse nel New Jersey, pubblico e artista si assecondano a vicenda, i giochi di chiamata e risposta sui cori tradiscono un'inimmaginabile familiarità tra chi sta sul palco e chi di fronte a esso. Le persone escono da San Siro con le lacrime agli occhi. Come loro Bruce, che alla fine parlerà dello show come di uno dei suoi migliori di sempre. Quasi trent'anni dopo, continua ad affermarlo.

Il 21 giugno 1985, alle 19, sono in camera mia a Corbetta. Friggo dalla delusione rileggendo l'articolo di Cesare G. Romana pubblicato quel giorno sul Giornale di Montanelli. Springsteen è ormai entrato nella mia vita, ha scalzato i Duran Duran dal trono ma non ha fatto prigionieri. Deejay Television scandisce i miei giorni, Debora è la mia bussola, musica nuova atterra in casa quotidianamente. Affetto da una sana bulimia, ascolto di tutto e me ne lascio entusiasmare. Ma chi mette radici è Bruce: è lui che gira nel mangianastri a ripetizione, è lui che mi ipnotizza quando appare in un qualsiasi video. Non ricordo quando ho saputo che avrebbe suonato a San Siro; ricordo invece di aver portato mio padre all'esasperazione. «Andiamo al concerto, sarà bellissimo, puro rock, piace anche a te, hai solo quattro anni in più di Bruce, è la tua generazione, ti divertirai un mondo». Papà, che davvero mostra apprezzamento verso quel disco infilato nel registratore almeno un paio di volte al giorno, è granitico. «No! Hai dodici anni, non ti ci porto a quattro ore di rock, sei troppo piccolo». Scappare di casa è una scelta che non mi persuade – non ho mai espresso un'indole ribelle. E poi, come ci entro allo stadio? I miei amici sono coetanei o con pochi anni in più. Soprattutto, la mia passione li lascia indifferenti. L'unico appiglio è Corrado, fratello maggiore del mio amico Fabio. Lui al concerto ci andrà, penso che potrei chiedergli di portarmici. Ma la confidenza non è tale da giustificare una richiesta così impegnativa e, con ogni probabilità, destinata a essere respinta: se avessi ventidue anni, come li ha Corrado, non mi porterei mai un bambino a un concerto in cui l'imperativo è scatenarsi.

Costretto a casa, leggo e rileggo il giornale come a voler partecipare al concerto nell'unico modo che mi è possibile. Il giorno dopo, quasi strappo il quotidiano dalle mani di papà quando lo porta a casa. Sfoglio con foga fino agli Spettacoli e un titolo mi si stampa nella mente: «Il ciclone Bruce su San Siro». La pagina la strappo davvero, ritaglio il pezzo e lo incollo sull'armadio, accanto ad un adesivo di Springsteen preso da Cioè, rivista molto popolare negli anni Ottanta e la linea editoriale del quale rispecchia il mio modo di essere fan. Come io sono attratto dagli artisti perché scrivono canzoni con una bella musica, perché si vestono in modo colorato, perché ingrossano il tifone mosso dal vento della novità e dell'entusiasmo di quel periodo; così quel giornale scrive di loro. Springsteen è la rockstar del momento, Born in the U.S.A. è un disco trascinante ed energico: così lo tratta Cioè, così io mi aspetto che sia. E con me, migliaia di altri che quell'anno ne sono sedotti.

venerdì 15 maggio 2015

B.B. King, e quel concerto a Milano con Ray Charles

00:59 Posted by Unknown , , , No comments
C'era ancora il Palatrussardi, a Milano, l'8 novembre 1990. Era il posto dove facevano i concerti di livello. Quell'anno ci avevo visto un fantastico Eric Clapton e i piacevoli Ladri di Biciclette, allora sulla breccia. Avevo così dato fondo alla mia riserva monetaria per spettacoli musicale (non è che a 17 anni puoi scialare), ma quando vidi che il cartellone diceva Ray Charles & B.B. King featuring The Philip Morris Band non ebbi esitazioni. Sapevo poi di poter contare su papà, che Ray Charles l'aveva visto al Lirico nel 1971 (o giù di lì) e che avrebbe con piacere rivissuto l'esperienza.

Raccolti un altro paio di amici - il mio eterno sodale springsteeniano e un compagno di liceo dal palato fino - ci sedemmo. I due si fecero attendere, lasciando la prima parte del set alla Band. Una classica orchestra americana: fiati, pianoforte, sezione ritmica. Semplicemente perfetti: non una sbavatura, tiro formidabile, gran virtuosismo. Troppo perfetti, forse. E infatti, pian piano una patina di plastica - un po' come quelle che avvolgono i divani nuovi, e che alcuni si ostinano a tenere per preservarli dall'usura - scese sullo show.

Poi sul palco entrò B.B. King, con la sua leggendaria Lucille appoggiata su un ventre generoso e strizzato nello smoking. Attaccò When Love Comes To Town, arrangiata per quel tipo di formazione. Un attacco facile, certo: complici gli U2, era il suo pezzo recente più famoso. Ma la patina si sciolse nel tempo di un riff.

Il «Re» ci guidò fino all'intervallo. Al secondo set, ancora la Band e ancora divani sotto cellophane. Poi sul palco entrò Ray Charles. Il soundcheck doveva averlo fatto un lemure, perché il pianoforte si sentiva pochissimo. Ricordo distintamente l'urlo inviperito di uno spettatore: «Mixerista! Il piano!!». Fu applaudito, e i fonici aggiustarono la questione. In ogni caso, anche The Genius non ci mise che un attimo a liberare i divani.

I due chiusero il concerto insieme. Il pubblico delirava, il cellophane scardinato dai dannati divani volava felice nel palazzetto. E lì, ascoltando quei due, ho avuto la conferma che essere un musicista vuol dire trovare la propria voce. Me lo disse proprio Clapton, sempre lì al Palatrussardi, qualche mese prima, e me lo ribadirono i due sul palco. Non serve dire, dire, e dire ancora; infilarsi in scale, virtuosismi, cascate di note, accordi costruiti come architetture barocche. Serve, semplicemente, pronunciare le parole giuste al momento giusto. E un discorso di B.B. King per mezzo di Lucille, di giusto, aveva anche le pause.

 

martedì 5 maggio 2015

Klavier Project a Piano City Milano, un concerto da seguire


Piano City Milano è un evento che si tiene in città dal 2012, e cresce di anno in anno confermandosi tra le cose musicali più di rilievo in tutta Italia. Concerti ed eventi da seguire, tra il 22 e il 24 maggio prossimi, ce ne sono a centinaia. Mi limito a consigliarvene uno, perché so di cosa si tratta: Klavier Project - Concerto a tre tastiere.

Il protagonista è Cesare Picco. Lo scorso 29 marzo ha tenuto a Crema, al Teatro San Domenico, la cosiddetta «Data Zero» del progetto. Ho avuto la fortuna di assistervi ed è per questo che invito chi seguirà Piano City a non perderselo. Da quella serata è passato un po’ di tempo, ma le sensazioni sono ancora vive, e le raccolgo qui.

Premessa doverosa per il Teatro San Domenico, un luogo che ti fa amare e odiare l’Italia. Te lo fa amare, perché è un eccellente esempio di come - quando vogliamo - siamo capaci di valorizzare il patrimonio storico-culturale del nostro Paese. Te lo fa odiare perché pensi a tutte le volte - e non sono poche - in cui non vogliamo fare cose come queste. Il Teatro nasce dal recupero di un convento di frati Domenicani del 1332. I posti sono 390, la ristrutturazione ha lasciato intatti l’abside, su cui appaiono resti di antichi affreschi, e alcune decorazioni delle volte. Il risultato è, semplicemente, un teatro bellissimo in cui passato e futuro si incontrano e si danno la mano.

La musica. Picco ha suonato tre strumenti a tastiera: un Piano Wurlitzer, un clavicordo e un Disklavier Yamaha. Il Wurlitzer è, con il Fender Rhodes, il re dei pianoforti elettrici. Il clavicordo è, sintetizzato brutalmente, l’anello di congiunzione tra il clavicembalo e il pianoforte. Il Disklavier è un pianoforte classico che può suonare da solo, grazie a un’unità di controllo (Disklavier, appunto) sulla quale si registrano brani, basi o cos’altro e dalla quale si riproduce musica registrata altrove. Picco, inoltre, ha poi controllato un computer e azionato un iPad.

Lo spettacolo. Il pianista dava le spalle al pubblico, muovendosi su uno sgabello mobile tra le tre tastiere: Wurlitzer a sinistra, clavicordo frontale, Disklavier a destra. In totale, 213 tasti. Il concerto è durato un’ora e mezza, durante la quale Picco ha improvvisato e riletto pezzi noti (tra tutti, Little Wing, affidandola al clavicordo). Il risultato si è tradotto in un concerto di autentica musica contemporanea, cioè fatta con i mezzi espressivi offerti dalla contemporaneità, e in particolare dalle tecnologie digitali. Klavier Project è un concerto perfetto per capire che nessuna App e nessun iPad fa di chiunque un musicista a meno di non esserlo davvero, cioè di averne la sensibilità, la perizia tecnica e il talento creativo. Se le si ha, queste cose, allora la tecnologia è una formidabile leva per ampliare le proprie possibilità espressive.

Picco ha manovrato bene quella leva. C’è in lui la perizia tecnica di chi sa suonare nello stesso tempo strumenti diversi, adattando il tocco a tastiere diverse. E c’è il talento creativo dell’immaginare musiche complesse ma non cerebrali, dove le basi preregistrate sono a loro volta musiche originali e composte ad hoc, e dove le melodie si muovono libere nascendo nell’istante in cui venivano suonate. Un incrocio - per rendere l’idea nel modo più brutale possibile - tra il pianoforte preparato alla John Cage e un’improvvisazione alla Keith Jarrett.

Tutto ciò ha un risultato? Se sì, è una musica che sa di presente. Usa strumenti più o meno antichi - le origini del clavicordo sono del XII secolo; il pianoforte è del 1688; il Wurlitzer è della metà del XX secolo - e dà loro possibilità contemporanee. Non è un adattamento, ma un incontro: il clavicordo non si snatura, il pianoforte suona con la magia di sempre, e così il suo collega elettrico. Il loro suono, semplicemente, esplora nuove vie. In altre parole, si evolve.

Quanto a Picco, la sua forza è duplice: suona senza strafare, senza cercare il colpo di tacco che strappi l’applauso. Come dovrebbe essere ogni musicista, è a servizio della musica. A ciò si aggiunge la sua creatività, che non si limita alla tessitura di armonie e melodie ma si allarga alla creazione di nuovi modi di fare musica. Ciò per il quale è ben noto è il Blind Date; il Klavier Project può diventare un’altra idea per distinguersi e non essere solo un pianista.

lunedì 30 marzo 2015

Una canzone, una storia: pensavo fosse amore, e lo era

07:51 Posted by Unknown , , No comments

Anche se non si è degli sciupafemmine, è difficile dimenticare la prima ragazza che ti ha amato fino in fondo. E se a essere degli sciupafemmine finisce che te ne dimentichi, allora sono felice di non esserlo stato prima (e men che meno ora, avendoci famiglia). Insomma, quella ragazza io me la ricordo bene. Aveva - li ha tuttora: gode di ottima salute ed è madre di famiglia - occhi smeraldo e un sorriso dolcissimo. E anche un seno generoso, virtù che quando hai 18 anni tendi ad apprezzare con un entusiasmo difficilmente contenibile.

È difficile dimenticarsi di lei, perché è difficile dimenticarsi degli anni in cui tutto quello che ti accade - bello o brutto che sia - realizza una poesia di Rudyard Kipling: «Se saprai riempire ogni inesorabile minuti dando valore a ognuno dei sessanta secondi». Era così, il 1991: una fonte inesauribile di intensità, un ottovolante dei giorni in cui tormento ed estasi si avvicendavano a ogni giro.

In un momento di estasi ero su una spiaggia, e parlandole perso nel suo sguardo di smeraldo - su cui cercavo di mantenere l’attenzione per non indirizzarlo sulla suddetta generosità, e fare una figuraccia - ho scoperto che viveva nella mia città. Eravamo a oltre mille chilometri dalla metropoli, e sarà stata la distanza o la bellezza del momento; fatto sta che quella stessa metropoli mi è apparsa grande come un villaggio, e la nostra relazione facile come una passeggiata sul bagnasciuga.

Non fu così. Vivere nella stessa città è un concetto relativo: andare da lei con i mezzi pubblici - e per lei venire da me - era come andare a Parma, che come è noto non sta in Lombardia. Ciò non aiutava il nostro rapporto, minato dalla vulcanica quotidianità di giornate al liceo. Nei pomeriggi sui libri, il pensiero trottolava tra quel che avevi di lontano (lei), e quel che non avevi di vicino (una compagna di classe). Anche per lei doveva essere così, e fu necessario un ottobre di chiarimenti per rimettere in carreggiata ciò che non poteva andare sprecato. Perché vi volevate bene. Di più, vi amavate.

E che fosse amore, lo avete capito una domenica di novembre insolitamente mite, luminosa come sa esserlo Milano quando l’orizzonte è terso. Da casa sua potevi vedere il Monte Rosa, ma quel giorno non mi affacciai alla finestra. Ero catturato da lei, dal suo smeraldo e da tutto il resto. L’unico senso un po’ più libero - l’udito - si concentrò bene per ricordarmi, oggi, che avevo messo sul piatto un vinile: l’album doppio di un chitarrista decisamente bravo. E che a un certo punto la puntina passò i solchi di una canzone che non avrei dimenticato mai più.

venerdì 20 marzo 2015

Il concerto più assurdo di sempre

07:25 Posted by Unknown , , No comments
«Ho due biglietti per il Forum, stasera. Ci suona un gruppo degli anni Sessanta. Ti va di andare?»

Così mi disse Angela, davanti alla porta in un pomeriggio di oltre vent'anni fa. Guardai i biglietti, che lei mi porgeva, è ci rimasi secco: Robert Plant e Jimmy Page live. Metà dei Led Zeppelin. L'entusiasmo del mio sì fu tale da dimenticarmi di farle una domanda: perché definisci i Led Zeppelin un gruppo degli anni Sessanta? Perché dietro quel modo di propormi la serata c'era un modo di vedere le cose ben preciso, e che poche settimane fa ho ritrovato nel manifesto che vedete nella foto. 

Anzitutto precisiamo che «questa sera», come si legge, è il 5 luglio 1971, e rappresenta l'unica data italiana nella storia degli Zeppelin al completo: Plant, Page, John Paul Jones e John Bonham. Una data infausta, assurda in ogni suo aspetto. Quello più noto alle cronache lo potete leggere nella ricostruzione di Giovanni Rossi, autore del libro, Led Zeppelin '71, e ripresa da Panorama: una notte di scontri tra pubblico e polizia, fumogeni, violenza, musica interrotta. Quello meno noto, ma del tutto evidente dal manifesto, è nella composizione del parterre di artisti. Samuel Beckett non avrebbe saputo far di meglio.

Vent'anni più tardi, al Forum, nulla di quanto accadde al Vigorelli si ripeté. Anzi, fu uno show entusiasmante. Page e Plant seppero ricreare l'energia, il suono e il carisma dei Led Zeppelin pur non essendo più tali, e pur in assenza di un gigante come Bonham alla guida della sezione ritmica. Ricordo che chiusero con Rock'n'roll e che il palazzetto resisté per miracolo all'esplosione di entusiasmo di tutti, sotto il palco e sugli spalti. Tutti, tranne una: Angela. Nei suoi occhi la noia vissuta fino a quell'istante si trasformò in terrore vedendo migliaia di persone ondeggiare vistosamente a pochi metri da Plant e Page, con accenni di pogo qua e là. Lei, a digiuno di certi rituali, si immaginava di assistere da lì a poco alla tragedia di centinaia di individui schiacciati da altri. Alla fine del concerto, diede risposta alla domanda di cui sopra senza che gliela facessi: «Ma che concerto del cavolo! A me hanno dato i biglietti dicendo che erano un gruppo degli anni Sessanta, tipo i Dik Dik!». 

Ecco, la visione di Angela è tutta in quel manifesto. Che, nella sua forma, veste come meglio non si potrebbe l'abito mentale di questo blog: musica, senza steccati. Che sia Dalla, Morandi, i Ricchi e Poveri o i Led Zeppelin, non importa. È musica, punto e basta. Però anche gli steccati servono, qualche volta: non per alzare barriere, ma per illuminare la strada che conduce al punto in cui pubblico e artista si incontrano nel migliore dei modi. 

(E per chiudere, Rock'n'roll!)







martedì 17 marzo 2015

Essere pop e non menarsela: intervista a Senhit

03:47 Posted by Unknown , , No comments
Quando esci dalla stazione di Bologna, l'istinto è andare dritto per infilare via dell'Indipendenza e, dopo un po' di portici, ritrovarsi davanti al Nettuno. E poi davanti a un piatto di tagliatelle, perché se sei nell'unica città italiana citata tra le 18 in cui si mangia meglio al mondo, la sosta gastronomica è un obbligo morale. Anche se sono le 3 del pomeriggio passate.

Quando sono uscito dalla stazione di Bologna – ed erano le 3 del pomeriggio passate - ho preso un bus in direzione opposta all'istinto, sacrificato per obbedire all'obbligo, morale e professionale, di fare un'intervista. Il bus ha infilato un percorso ben poco lineare di curve e controcurve e, dopo una ventina di minuti, mi ha scaricato tra la sede Rai dell'Emilia-Romagna e Bologna Fiere, in uno di quei luoghi che fanno delle periferie urbane una fabbrica seriale e non proprio eccitante di sfumature di grigio. Ho cercato l'indirizzo dell'appuntamento e, quando l'ho trovato, è riapparso il colore. Anzi, i colori.

Uno è il bianco-rosa del Suonnyspace, lo spazio multifunzionale in cui ho incontrato chi dovevo intervistare. L'altro incrocia l'azzurro di due occhi magnetici sul bronzo di una pelle che sa di Africa. Ora, l'Africa è grande; però quando ci si pensa si finisce sempre su leoni, rinoceronti, zebre, giraffe, fenicotteri, alberi mastodontici e panorami di bellezza insostenibile. Difficile che si pensi – per dire – al deserto, alle città imperiali del Marocco, alle Piramidi o alla polvere di certe aree del Corno. Luoghi esotici e ostili, dove capita di fare chilometri per raggiungere un telefono. L'Africa di quella pelle color bronzo, e di cui sento raccontare, è quella lì: esotica, e ostile. È' l'Africa di Senhit.

«Ora ci vive mio padre, che tre anni fa è tornato in Eritrea dopo quarant'anni in Italia. Fa il contadino, munge mucche, pascola pecore. Il telefono al suo villaggio non c'è: tu chiami un numero, dici “richiamo tra 4 giorni” e lui si fa trovare».

Non c'è nulla di quella ostilità in Senhit (ce n'è in Buddy, il suo cane, che evidentemente non ama i giornalisti: ringhia più volte e non c'è verso di farselo amico). C'è invece un'allegria bolognese quasi oleografica, del tipo che ti aspetti se passi da quelle parti e che in lei nasce da una combinazione di entusiasmo e di serenità. Il primo è per il futuro: il 2015 sarà l'anno del nuovo disco, di cui sono già usciti alcuni singoli: Rock Me Up, Don't Call Me, Relations. La seconda è per un lavoro in cui appaiono Corrado Rustici e Busbee, uno come produttore e l'altro come autore; se lavori nel pop con due come loro – Rustici è tra gli artefici del miglior Zucchero Fornaciari, Busbee è uno che scrive canzoni per Pink e fa il vocal coach di Shakira – star sereni è facile. Ma non c'è solo questo.

«C'è dietro la famiglia: mio padre è stato severo ma giusto, ha capito che avevo un talento e ha accettato senza mai ostacolarmi la scelta di fare un mestiere comunque rischioso. Mia madre è stata capace di tenerci uniti, di creare armonia. Sono cose che contano. A questo aggiungi che, giunta a 35 anni di età, mi sento risolta sia come artista che come persona. Non vivo e non ho mai vissuto il mio mestiere con l'ossessione di arrivare chissà dove. So che mi piace cantare, e lo faccio. Ma mi riempio la vita di tante altre cose».

Per esempio? «Finire un concerto e uscire per una birra con i miei amici di sempre».

Non pensi che questo basso profilo ti abbia penalizzato?
«Forse sì, forse no. Ma sul lungo termine ritengo che i vantaggi siano superiori agli svantaggi, che esistono anche in posti dove tutto ti sembra magnifico».

Quali posti?
«New York, per dirne uno. Ci sono stata sei mesi. Sia chiaro: è stato un periodo splendido in un luogo in cui c'è tutta la fertilità necessaria per crescere come artista. Però la competizione è eccessiva, e in ogni campo. Va bene avere talento, ma nel mio campo non si tratta di guarire persone: si tratta di cantare, di fare una cosa che mi piace e mi fa stare bene. Ciò non è compatibile con un'ambizione alla quale sacrificare tutto. Come diceva mia nonna: fai i soldi per cosa, per essere il più ricco del cimitero?».

Saggia, la nonna.
«Già. Ecco, io non voglio essere la più ricca del cimitero. Ed è anche per questo che ho deciso di non lasciare l'Italia, per quanto abbia lavorato molto all'estero».

A giudicare dall'opinione comune, l'Italia è già un cimitero.
«Io credo che non ci sia posto al mondo in cui si vive meglio, al netto di tutti i problemi che conosciamo. E che, ne sono convinta, risolveremo».

Non è che in questo – e ti prego di tollerare la metafora – giudichi la questione con occhio eritreo?
«No, ti sbagli. Io sono nata a Bologna, sono italianissima anche se ho deciso di cantare in inglese, un po' per il tipo di musica che faccio, un po' perché comunque mi piace l'idea di partire e di guardare oltre il nostro confine. Ma poi devo tornare a casa».

Torniamo alla musica. Come hai cominciato?
«Con un musical. Anni e anni fa mia madre mi disse che a Roma facevano le audizioni per Il grande campione, con Massimo Ranieri e la regia di Giuseppe Patroni Griffi. Il mio obiettivo era stare su un palco, non specificatamente quello di un musical. Ho cantato una canzone di Irene Grandi e mi hanno presa».

Come è stata l'esperienza?
«Splendida e dura. Ranieri è un pigmalione esigentissimo. Una iena, che però mi ha formato consentendomi di proseguire con altri musical: Hair, Rent, Saranno Famosi, Il Re Leone».

Com'è che un'artista di musical diventa una cantante pop?
«Di nuovo, quasi per caso. Stavo per partire per gli Stati Uniti, dove avrei dovuto frequentare un master di recitazione. Sapendo che avevo lavorato con Disney per Lion King, la Panini, che esordiva nel mercato discografico, mi ha voluto come sua artista. Ho detto di sì».

Ti ci ritrovi?
«Ci sono differenze notevoli. Il musical è arte di scena, il riscontro è immediato e ci vuole una disciplina ferrea. Paradossalmente, questo rende le cose più semplici. Il mondo del pop è più duro, diviso tra il trampolino dei reality show e l'eterna presenza di non pochi dinosauri. Puoi lavorare duramente e al tuo meglio ma non è detto che le cose vadano come devono. E' fondamentale avere dietro una buona squadra».

Cioè Rustici, Busbee...
«E Pietro Paravella, il mio manager».

Ma come sono andate le cose, per te?
«C'è ancora molto da fare, il nuovo disco esprime per sua natura determinate ambizioni. Ma, ripeto, sono soddisfatta di quanto ho fatto. Sia Eurovision, dove ho gareggiato per San Marino, sia la partecipazione al concerto Amiche per l'Abruzzo sono stati momenti bellissimi e gratificanti».

È ora di salutarci, devo tornare in stazione e ci sono curve e controcurve da superare. Ti faccio un'ultima domanda, di quelle che nessun giornalista musicale fa mai a un artista. Partendo dalla tua musica, un pop internazionale fatto di canzoni orecchiabili, trascinanti e prodotte con cura e attenzione, mi dici quali sono i tuoi musicisti di riferimento?
«Potrei dirti i più grandi: Stevie Wonder, Michael Jackson. Ma sarebbe riduttivo, perché amo spaziare: Jovanotti, i Subsonica, Carmen Consoli, Beyoncé, Irene Grandi. Una certezza c'è: non ascolto heavy metal. Cerco invece chi abbia dimestichezza con il mio elemento naturale, il palcoscenico. E' da lì che vengo, è lì che mi sento al massimo».


giovedì 5 marzo 2015

Franceschini e le canzoni a scuola: ok, ma chi le insegna?

02:18 Posted by Unknown , No comments
L’idea del ministro della Cultura Dario Franceschini - studiare a scuola i testi dei cantautori, espressa ricordando Lucio Dalla - non è proprio nuovissima. Nel 1987, quando ho cominciato la prima liceo scientifico, il nostro insegnante di lettere scelse un’antologia che, negli ultimi capitoli, contemplava due o tre canzoni di Bob Dylan. Il professore non ci arrivò mai, non per sua volontà ma perché, come spesso ci è accaduto durante quei fantastici cinque anni scolastici, è stato sostituito in corsa. Ricordandone il piglio, credo che ce ne avrebbe parlato volentieri.

Tuttavia, l’idea del ministro non è peregrina. Il dibattito sulla natura delle canzoni - sono o no letteratura? quanto conta il testo e quanto la musica? - è stato affrontato spesso qui su Secondarte, il cui titolare - per quel che valga la sua opinione - è giunto a un punto fermo: prima c’è la musica, poi il testo. Puoi scrivere le parole più belle del mondo, ma se la musica non arriva il tuo sforzo rimane lettera morta. Così come puoi scrivere parole ridicole e senza senso, e piazzandogli sotto una musica come si deve arrivi ovunque. Vano Fossati docet.


Il punto non è quindi chiedersi se la canzone sia o meno letteratura. La canzone è canzone, e nient’altro. Il punto è chiedersi però chi dovrebbe insegnare i cantautori agli alunni. Parto da chi non dovrebbe: gli insegnanti di lettere. Nulla contro di loro (anzi!) o la loro preparazione: semplicemente, si tratta di non appesantire un programma già corposo. Quando ho fatto la maturità, nel Cenozoico (a.D. 1992), una delle tracce del tema era sui poeti crepuscolari. La professoressa di italiano, passando tra i banchi, sorrideva istericamente dicendo: «Ragazzi, siamo fregati, non li abbiamo fatti, passate ad altro, eh eh eh». In effetti, per passare a Pirandello e a Montale li avevamo praticamente saltati.

Non ho idea della situazione attuale, ma mi pare di capire che in certe materie (storia, per esempio) si faccia fatica a completare il programma. Gli insegnanti di lettere hanno insomma altri cui pensare. Se si vuole davvero portare i testi delle canzoni tra le materie scolastiche, la competenza dovrebbe essere degli insegnanti di musica. Il che sposta il problema a monte, dove ci aspetta una domanda: si insegna ancora la musica a scuola? Il ministro potrebbe dare una risposta - positiva, naturalmente - riorganizzando l’assetto attuale, magari assegnando ore nei licei classici e negli scientifici (non mi risulta che ci siano), riducendo drasticamente la pratica strumentale (per quello ci sono scuole private, insegnanti privati, conservatori: non si impara la musica soffiando in un flauto di plastica) a vantaggio della storia di quest’arte e dei suoi interpreti. Poi sta agli insegnanti essere seguiti, cosa sempre più difficile: già parlare dei Beatles a ragazzi di 15 anni è piuttosto complicato, figuriamoci parlar loro di Mendelssohn o di Puccini.

Quegli insegnanti, tuttavia, sarebbero i più adatti per parlare di canzoni. Per spiegare non solo quanto già affermato poc’anzi (testo valido, musica non valida e così via), ma per sottolineare la musicalità stessa dei testi, per far capire che la poesia è una cosa e la canzone un’altra, per affermare che un cantautore non è un poeta che fa musica, ma un letterato di altro tipo.

Un cantautore, appunto. E non è poco.

domenica 15 febbraio 2015

Il Volo vince a Sanremo e dice che il Festival non può essere che questo

02:32 Posted by Unknown , No comments
Molti dei tweet sulla vittoria del Volo a Sanremo commentavano così: bravi, ma i tenori dovrebbero dedicarsi a Verdi, Puccini e Donizetti e lasciar stare le canzoni. Mi sembrano pensieri piccoli: distinguere tra i generi è fondamentale, e chi abbia anche solo un paio di etti di cervello non si sognerebbe mai di mettere sullo stesso piano la grandezza di un Mahler con la grandezza di un Bob Dylan. Tuttavia la musica è quella: sette note, sistemate in infinite combinazioni. Le note volano, superano gli steccati e talvolta atterrano un quella zona di confine che comunemente si definisce contaminazione.

L'area contaminata è una terra di nessuno dove le regole allentano la propria presa. Quando la libertà che ne deriva viene impiegata a dovere, abbiamo un Bob Dylan come l'ultimo o un Monteverdi portato nel jazz con una grazia da lasciare senza fiato; quando viene sprecata, nascono i Pavarotti & Friends, con i quali il Volo mi sembra imparentato. Ciò non significa che tutte le volte in cui una voce operistica si sia cimentata con il pop abbia fallito: i duetti tra Freddie Mercury e Montserrat Caballé o una canzone strapopolare qual è diventata Con te partirò possono non incontrare il gusto di molti (e li capisco), ma sono momenti di musica pensata bene e fatta altrettanto.

Il punto non è dunque un trio di tenori che fa pop, ma la canzone che hanno cantato a Sanremo. La mia opinione, a riguardo, è in due parole: banale e tonitruante. Il testo gioca sul tema eterno senza dire nulla di nuovo nella metrica e nella scelta delle parole; l'arrangiamento è un barocchismo cui, come se non bastasse, è stato dato il Viagra; l'armonia è di una smaccata prevedibilità. I cantanti le voci le hanno (chi può negarlo), ma la bellezza del canto - e dell'esecuzione in generale - non è per forza nella potenza e nel virtuosismo. Malika Ayane e Nek meritavano di più: lui con una canzone che ruba a Muse e Coldplay ma senza farsi troppo notare, e che interpreta con personalità; lei con un brano - cito a memoria un tweet di Andrea Laffranchi - interpretato in modo da dare senso a un testo che, letto, risulterebbe ermetico.

Risultato: ha vinto un brano facile e costruito in modo da stupire, nell'edizione di Sanremo più seguita negli ultimi 10 anni. Qualcuno ci potrebbe vedere il classico specchio in cui si riflette un Paese fermo, per nulla innovativo e proiettato al futuro (piccolo inciso: a confermare la stasi e, soprattutto, la nostalgia per un passato aureo ci si sono messi i tweet durante l'esibizione di Albano e Romina, grondanti un entusiasmo per brani che, quando li presentavano a Sanremo, suscitavano pernacchie). Io voglio tenermi lontano dalla sociologia, e resto alla musica. Il Volo e lo share confermano che Sanremo è questo. La contaminazione cercata da Fabio Fazio tra indie, musica d'autore e scena popolare, almeno per ora, non è possibile.

sabato 14 febbraio 2015

Una canzone per San Valentino: «Io che amo solo te»

05:10 Posted by Unknown , , No comments
Stabilire primati, a meno che non siano misurabili, non ha senso. Si può certo dire qual è stato l’atleta che ha vinto più medaglie alle Olimpiadi, o il disco più venduto di sempre. Ma non si può dire quale sia la canzone d’amore più bella di tutti i tempi. Inevitabilmente si fa avanti il gusto, che chiude la disputa. Naturalmente ognuno può proclamare quale sia per sé la più bella, e io proclamo Io che amo solo te.

Per me è stata a lungo una canzone della domenica, quando sia andava a mangiare dai nonni e uno zio fanatico degli anni 60 allietava il pranzo con chilometri di cassette sui cui aveva registrato centinaia di brani. Remo Germani, Gino Paoli, Neil Sedaka, Paul Anka, Mina, Henry Wright: potrei citare decine di artisti che, pigiati nel registratore, formavano la colonna sonora di quei momenti intorno alla tavola, tra le orecchiette e i troccoli (spaghetti alla chitarra) al ragù che - cascasse il mondo - nonna preparava «ogni maledetta domenica», anche quando avrebbe gradito soltanto un brodino. Se indugio su questa cornice familiare è per rendere l’idea della liturgia, dentro la quale la musica si annacquava in un insieme di suoni indistinti, un rumore di fondo cupo e ovattato - le canzoni non erano registrate con la dovuta attenzione all’equalizzatore - che c’era perché (e chissà perché) doveva esserci.

Tra i canti liturgici ogni tanto si affacciava Io che amo solo te, di Sergio Endrigo. Per me era una delle tante, che avrei sostituito volentieri con qualcosa di più attuale per l’epoca di quelle domeniche (gli anni 80). Un giorno di molti anni dopo mi è capitato di riascoltarla di nuovo, ed è stato come farlo per la prima volta realizzando che, per quanto mi riguarda, è la più bella canzone d’amore mai scritta.

Non so se sia stato merito di un’equalizzazione decente o di una mia maggior maturità nell’ascoltare musica. Forse tutt’e due. Ma quel giorno di circa quindici anni fa ho scoperto un arrangiamento perfetto e un testo semplice, quasi raccontato, libero dall’ansia della rima. La musica, arrangiata da Luis Bacalov, incede su una milonga camuffata, con gli archi e l’armonica a disegnare trame romantiche giocando gli uni sul saper essere sontuosi e l’altra sulla sua naturale malinconia. Il testo è stato scritto da Endrigo in venti minuti, pensando a una segretaria, ed è universale: puoi leggerlo come una poesia, recitandolo con le pause al posto giusto, o come un messaggio, o l’articolo di un giornale. Le immagini sono di una semplicità disarmante: gente che ha e ama mille cose, e si perde nelle strade del mondo; io amo e ho solo te, non ti lascerò per avventure e illusioni. Non c’è bisogno di altro, l’amore è semplice e proprio per questo forte; non è un fuoco di passione ma una fiamma costante e sempre accesa. Questa forza scabra esplode alla fine in un verso rivelatore: io ti regalerò quel che resta della mia gioventù.

Non c’è bisogno di spiegare: metteteci dentro quello che credete, in quel che resta. E se vi va, ascoltatela oggi - San Valentino 2015 - con chi amate. Sarà un bel momento.

lunedì 19 gennaio 2015

Cosa serve per capire la musica? Il tempo.

Su Mono - uno tra i migliori blog musicali italiani - Claudio Todesco denuncia la «dittatura delle emozioni» che governa l'ascolto della musica. Vi invito a leggere tutto l'articolo, perché argomenta con forza espositiva una situazione sempre più diffusa: l'ascolto guidato dal cuore invece che dal cervello.  In sintesi, Todesco invita a non rifugiarsi soltanto nella musica capace di emozionarci, e a compiere lo sforzo di usare il cervello per conoscere sempre più cose da ascoltare. Insomma, a non far vincere sempre il cuore.

La dialettica cuore-cervello può esprimersi in un sacco di modi diversi. Todesco usa la dicotomia «mi arriva/non mi arriva» per indicare la differenza tra i brani che, toccando le corde delle emozioni, finiscono per piacerci e quelli che, non riuscendoci, finiscono nell'angolo polveroso delle nostre discoteche. Anche certa critica - dice l'autore - ormai ragiona così, e non è un bene poiché il critico dovrebbe essere una delle bussole per orientarsi in un'offerta musicale più ampia che mai. Serve, insomma, un certo livello di obiettività, al netto della sua applicazione in un campo - l'arte - che per sua natura scoraggia l'approccio razionale.

Ciò porta a quel che credo sia il punto: capire quando si sia persa del tutto (o quasi) l'obiettività nel giudizio. Da par mio, penso sia quando abbiamo perso il tempo da dedicare all'ascolto della musica. Da Spotify a GPlay a YouTube, mai così tanti dischi e concerti sono a nostra disposizione in ogni istante. Per gli appassionati è un definitivo e benedetto trasloco nel Paese dei Balocchi: passi sugli scaffali e ti servi quel che vuoi, gratis o a pochissimo prezzo. Ma l'abbondanza sviluppa inevitabilmente bulimia; così attacchi un brano, ne ascolti i primi minuti e, se non c'è intesa immediata, passi ad altro. C'è così tanto da ascoltare, da scoprire o da riascoltare da non poter perdere tempo con cose che non ti piacciono.

Questo quadro deve poi tenere conto di due altri fattori. Il primo è l'evoluzione della musica, anche quella pop. Sempre Todesco ha scritto un intelligente articolo su come nelle canzoni stia sparendo il ritornello, cioè il fattore che da sempre ne determinava il successo. Mutatis mutandis, accade oggi nel pop ciò che è accaduto nella classica quando Arnold Schönberg decise che il pubblico era pronto per ascoltare un'organizzazione di suoni diversa da quella su cui si era fatta musica da sempre. Fu il momento del passaggio dalla tonalità all'atonalità, da brani in cui potevi prevedere una successione di note e accordi ad altri in cui non potevi più farlo. Un po' quello che si avverte oggi quando si confronti un pezzo di De Gregori con uno di Vasco Brondi.

Il secondo fattore è quello nostalgico. C'è in giro una nostalgia pazzesca, una voglia di tornare a tempi in cui le cose sembravano più semplici di come sono ora. Tempi in cui le notizie erano solo quelle dell'unico quotidiano che entrava in casa, in cui ci si sedeva a tavola e si mangiava quel che c'era, senza pensare alla percentuale di allogeni contenuti nelle pietanze o al chilometro zero o alle sofferenze inflitte al maiale per farlo diventare prosciutto. In cui bastavano un cortile e un pallone, o un giro in bici, per sentirsi bene; e senza bisogno di scarpini firmati CR7, o bici a sei rapporti. In cui, insomma, la vita era più semplice e meno cerebrale.

L'aspetto nostalgico meriterebbe ti essere trattato in un piccolo saggio. Qui mi limito a dire che la nostalgia dice sia bugie sia alcune verità. Le bugie sono tutte nel vedere il passato come un 'epoca d'oro. Semplicemente, il passato è l'epoca in cui si è giovani, si scopre la vita e si alimentano gli ideali; il presente è il momento in cui le promesse del passato fanno i conti con la realtà. Non per tutti i conti tornano, e quando ciò non accade è automatico cercare riparo nel ricordo di quelle scoperte e della loro forza, e nella relativa colonna sonora. Che, per magia, diventa la più bella mai scritta.

Tuttavia il confronto tra presente e passato - e qui veniamo alla verità della nostalgia - ci dice che anni fa si viveva meno di fretta. Si aveva più tempo per dedicarsi ai costumi culturali, la cui offerta era per lo più minore di quella che c'è ora. Sto solo alla musica: prima del web scoprire un artista si doveva andare in negozio, comprare un disco, parlarne con il commesso, tornare a casa, ascoltarlo decine di volte e poi - se andava bene la settimana dopo, se no un mese - acquistarne un altro. La limitatezza dell'offerta costringeva a dedicare tempo all'ascolto e a usare cuore e cervello in sintonia. A un disco, insomma, riuscivi a dedicarti molto di più.

Questo non significa, almeno per me, rimpiangere quell'epoca. Considero il web la più grande invenzione degli ultimi 50 anni, e strumenti come Spotify e affini una benedizione (soprattutto se per lavoro ti occupi di musica). Proprio perché oggi possediamo cose così preziose è importante saperle usare dandosi una forma di disciplina. Il mio amico Manta-Ray, per esempio, adotta la regola dei tre ascolti prima di decidere cosa fare di un disco. L'ho provata, ed è una buona regola: dà ad una musica il tempo necessario per capire se farsi amare o no.

Perché le sette note non sono signore da speed date.

(PS: un giorno parleremo anche dell'eccesso opposto, ovvero la ricerca spasmodica della musica complessa e inarrivabile. Cioè dell'abuso del cervello).


lunedì 5 gennaio 2015

Una canzone, una storia: sul treno per la «terra 'e nisciuno»

06:01 Posted by Unknown , , , No comments
Faceva caldo sotto la veranda, in quel giorno di agosto. Mi vide con la chitarra in mano, si avvicinò e mi chiese di suonarle una canzone dei Pink Floyd. Non poteva chiedermi di meglio, perché sapevo suonare solo una canzone ed era Wish You Were Here. Dalla carezza che mi diede credo di poter dire che le piacque, e non poco. La sera stessa, sotto alla veranda, le massaggiavo le tempie infilate in una fastidiosa cefalea. Il giorno dopo, e il successivo e un altro ancora, nuovi incontri, nuove parole, e sempre i Pink Floyd. Sognavo un pianoforte, per dimostrarle che con la musica ero molto di più di ciò che apparisse. Soprattutto, sognavo di baciarla. Ma non accadde.

Ciò che accadde furono lettere lunghissime sulla linea tra Milano e Palermo. Pagine scritte a mano - le sue in uno stampatello che riusciva a essere barocco - per dirsi, senza mai dirselo apertamente, che ci amavamo. Lo facevamo in un modo tutto nostro, partendo da un sentimento incompiuto e immaginando un futuro in cui completarlo. Pagine e pagine di parole, immagini, sogni. E una musica in sottofondo. Quella di una canzone che, però, non era più Wish You Were Here.

In quella stagione uno dei giganti musicali italiani, geniale con la chitarra e con il racconto di Napoli come città del blues, pubblicò un disco. La sua vena creativa era già stata molto spremuta, ma ogni tanto sapeva ancora regalare piccole gemme. In quel disco, la gemma era impreziosita dal pianoforte di Chick Corea, che spargeva grappoli di note sull'affresco di un luogo ideale. La canzone parlava di un'isola, di lava e di sole, di voglia di «alluccare», di storie nuove. Parlava del mio sogno di quei giorni, riflesso in due occhi azzurri e in un'anima artistica - di vera artista, come poi ha dimostrato di essere nel resto della sua vita.

L'estate seguente sotto la veranda mi ritrovai da solo. Così presi un treno e partii, senza dir nulla a nessuno, se non a lei. Sul treno finii per incontrare un vicino di casa, e temetti per un secondo che quel viaggio, su doveva gravare l'obbligo del segreto, diventasse di pubblico dominio. Avrei dovuto rispondere a domande, avrei dovuto giustificarmi, avrei dovuto affrontare l'impossibile, cioè spiegare le ragioni di un sentimento. Il vicino si dimenticò di me, e mi lasciò in pace a godermi il litorale verso Palermo, con le note di quella canzone nella testa. Quando il treno entrò in stazione, la scorsi dal finestrino e la vidi rincorrere la carrozza sorridendo. Ci abbracciammo, e per quanto siano passati vent'anni non riesco a dimenticare, quando ci penso, al suo profumo e alla forma di lei tra le mie braccia.

Ero arrivato nella «terra 'e nisciuno». Ed ero felice.