Musica, senza steccati

lunedì 19 gennaio 2015

Cosa serve per capire la musica? Il tempo.

06:40 Posted by Igor Principe , , No comments
Su Mono - uno tra i migliori blog musicali italiani - Claudio Todesco denuncia la «dittatura delle emozioni» che governa l'ascolto della musica. Vi invito a leggere tutto l'articolo, perché argomenta con forza espositiva una situazione sempre più diffusa: l'ascolto guidato dal cuore invece che dal cervello.  In sintesi, Todesco invita a non rifugiarsi soltanto nella musica capace di emozionarci, e a compiere lo sforzo di usare il cervello per conoscere sempre più cose da ascoltare. Insomma, a non far vincere sempre il cuore.

La dialettica cuore-cervello può esprimersi in un sacco di modi diversi. Todesco usa la dicotomia «mi arriva/non mi arriva» per indicare la differenza tra i brani che, toccando le corde delle emozioni, finiscono per piacerci e quelli che, non riuscendoci, finiscono nell'angolo polveroso delle nostre discoteche. Anche certa critica - dice l'autore - ormai ragiona così, e non è un bene poiché il critico dovrebbe essere una delle bussole per orientarsi in un'offerta musicale più ampia che mai. Serve, insomma, un certo livello di obiettività, al netto della sua applicazione in un campo - l'arte - che per sua natura scoraggia l'approccio razionale.

Ciò porta a quel che credo sia il punto: capire quando si sia persa del tutto (o quasi) l'obiettività nel giudizio. Da par mio, penso sia quando abbiamo perso il tempo da dedicare all'ascolto della musica. Da Spotify a GPlay a YouTube, mai così tanti dischi e concerti sono a nostra disposizione in ogni istante. Per gli appassionati è un definitivo e benedetto trasloco nel Paese dei Balocchi: passi sugli scaffali e ti servi quel che vuoi, gratis o a pochissimo prezzo. Ma l'abbondanza sviluppa inevitabilmente bulimia; così attacchi un brano, ne ascolti i primi minuti e, se non c'è intesa immediata, passi ad altro. C'è così tanto da ascoltare, da scoprire o da riascoltare da non poter perdere tempo con cose che non ti piacciono.

Questo quadro deve poi tenere conto di due altri fattori. Il primo è l'evoluzione della musica, anche quella pop. Sempre Todesco ha scritto un intelligente articolo su come nelle canzoni stia sparendo il ritornello, cioè il fattore che da sempre ne determinava il successo. Mutatis mutandis, accade oggi nel pop ciò che è accaduto nella classica quando Arnold Schönberg decise che il pubblico era pronto per ascoltare un'organizzazione di suoni diversa da quella su cui si era fatta musica da sempre. Fu il momento del passaggio dalla tonalità all'atonalità, da brani in cui potevi prevedere una successione di note e accordi ad altri in cui non potevi più farlo. Un po' quello che si avverte oggi quando si confronti un pezzo di De Gregori con uno di Vasco Brondi.

Il secondo fattore è quello nostalgico. C'è in giro una nostalgia pazzesca, una voglia di tornare a tempi in cui le cose sembravano più semplici di come sono ora. Tempi in cui le notizie erano solo quelle dell'unico quotidiano che entrava in casa, in cui ci si sedeva a tavola e si mangiava quel che c'era, senza pensare alla percentuale di allogeni contenuti nelle pietanze o al chilometro zero o alle sofferenze inflitte al maiale per farlo diventare prosciutto. In cui bastavano un cortile e un pallone, o un giro in bici, per sentirsi bene; e senza bisogno di scarpini firmati CR7, o bici a sei rapporti. In cui, insomma, la vita era più semplice e meno cerebrale.

L'aspetto nostalgico meriterebbe ti essere trattato in un piccolo saggio. Qui mi limito a dire che la nostalgia dice sia bugie sia alcune verità. Le bugie sono tutte nel vedere il passato come un 'epoca d'oro. Semplicemente, il passato è l'epoca in cui si è giovani, si scopre la vita e si alimentano gli ideali; il presente è il momento in cui le promesse del passato fanno i conti con la realtà. Non per tutti i conti tornano, e quando ciò non accade è automatico cercare riparo nel ricordo di quelle scoperte e della loro forza, e nella relativa colonna sonora. Che, per magia, diventa la più bella mai scritta.

Tuttavia il confronto tra presente e passato - e qui veniamo alla verità della nostalgia - ci dice che anni fa si viveva meno di fretta. Si aveva più tempo per dedicarsi ai costumi culturali, la cui offerta era per lo più minore di quella che c'è ora. Sto solo alla musica: prima del web scoprire un artista si doveva andare in negozio, comprare un disco, parlarne con il commesso, tornare a casa, ascoltarlo decine di volte e poi - se andava bene la settimana dopo, se no un mese - acquistarne un altro. La limitatezza dell'offerta costringeva a dedicare tempo all'ascolto e a usare cuore e cervello in sintonia. A un disco, insomma, riuscivi a dedicarti molto di più.

Questo non significa, almeno per me, rimpiangere quell'epoca. Considero il web la più grande invenzione degli ultimi 50 anni, e strumenti come Spotify e affini una benedizione (soprattutto se per lavoro ti occupi di musica). Proprio perché oggi possediamo cose così preziose è importante saperle usare dandosi una forma di disciplina. Il mio amico Manta-Ray, per esempio, adotta la regola dei tre ascolti prima di decidere cosa fare di un disco. L'ho provata, ed è una buona regola: dà ad una musica il tempo necessario per capire se farsi amare o no.

Perché le sette note non sono signore da speed date.

(PS: un giorno parleremo anche dell'eccesso opposto, ovvero la ricerca spasmodica della musica complessa e inarrivabile. Cioè dell'abuso del cervello).


lunedì 5 gennaio 2015

Una canzone, una storia: sul treno per la «terra 'e nisciuno»

06:01 Posted by Igor Principe , , , No comments
Faceva caldo sotto la veranda, in quel giorno di agosto. Mi vide con la chitarra in mano, si avvicinò e mi chiese di suonarle una canzone dei Pink Floyd. Non poteva chiedermi di meglio, perché sapevo suonare solo una canzone ed era Wish You Were Here. Dalla carezza che mi diede credo di poter dire che le piacque, e non poco. La sera stessa, sotto alla veranda, le massaggiavo le tempie infilate in una fastidiosa cefalea. Il giorno dopo, e il successivo e un altro ancora, nuovi incontri, nuove parole, e sempre i Pink Floyd. Sognavo un pianoforte, per dimostrarle che con la musica ero molto di più di ciò che apparisse. Soprattutto, sognavo di baciarla. Ma non accadde.

Ciò che accadde furono lettere lunghissime sulla linea tra Milano e Palermo. Pagine scritte a mano - le sue in uno stampatello che riusciva a essere barocco - per dirsi, senza mai dirselo apertamente, che ci amavamo. Lo facevamo in un modo tutto nostro, partendo da un sentimento incompiuto e immaginando un futuro in cui completarlo. Pagine e pagine di parole, immagini, sogni. E una musica in sottofondo. Quella di una canzone che, però, non era più Wish You Were Here.

In quella stagione uno dei giganti musicali italiani, geniale con la chitarra e con il racconto di Napoli come città del blues, pubblicò un disco. La sua vena creativa era già stata molto spremuta, ma ogni tanto sapeva ancora regalare piccole gemme. In quel disco, la gemma era impreziosita dal pianoforte di Chick Corea, che spargeva grappoli di note sull'affresco di un luogo ideale. La canzone parlava di un'isola, di lava e di sole, di voglia di «alluccare», di storie nuove. Parlava del mio sogno di quei giorni, riflesso in due occhi azzurri e in un'anima artistica - di vera artista, come poi ha dimostrato di essere nel resto della sua vita.

L'estate seguente sotto la veranda mi ritrovai da solo. Così presi un treno e partii, senza dir nulla a nessuno, se non a lei. Sul treno finii per incontrare un vicino di casa, e temetti per un secondo che quel viaggio, su doveva gravare l'obbligo del segreto, diventasse di pubblico dominio. Avrei dovuto rispondere a domande, avrei dovuto giustificarmi, avrei dovuto affrontare l'impossibile, cioè spiegare le ragioni di un sentimento. Il vicino si dimenticò di me, e mi lasciò in pace a godermi il litorale verso Palermo, con le note di quella canzone nella testa. Quando il treno entrò in stazione, la scorsi dal finestrino e la vidi rincorrere la carrozza sorridendo. Ci abbracciammo, e per quanto siano passati vent'anni non riesco a dimenticare, quando ci penso, al suo profumo e alla forma di lei tra le mie braccia.

Ero arrivato nella «terra 'e nisciuno». Ed ero felice.