Musica, senza steccati

lunedì 5 gennaio 2015

Una canzone, una storia: sul treno per la «terra 'e nisciuno»

06:01 Posted by Igor Principe , , , No comments
Faceva caldo sotto la veranda, in quel giorno di agosto. Mi vide con la chitarra in mano, si avvicinò e mi chiese di suonarle una canzone dei Pink Floyd. Non poteva chiedermi di meglio, perché sapevo suonare solo una canzone ed era Wish You Were Here. Dalla carezza che mi diede credo di poter dire che le piacque, e non poco. La sera stessa, sotto alla veranda, le massaggiavo le tempie infilate in una fastidiosa cefalea. Il giorno dopo, e il successivo e un altro ancora, nuovi incontri, nuove parole, e sempre i Pink Floyd. Sognavo un pianoforte, per dimostrarle che con la musica ero molto di più di ciò che apparisse. Soprattutto, sognavo di baciarla. Ma non accadde.

Ciò che accadde furono lettere lunghissime sulla linea tra Milano e Palermo. Pagine scritte a mano - le sue in uno stampatello che riusciva a essere barocco - per dirsi, senza mai dirselo apertamente, che ci amavamo. Lo facevamo in un modo tutto nostro, partendo da un sentimento incompiuto e immaginando un futuro in cui completarlo. Pagine e pagine di parole, immagini, sogni. E una musica in sottofondo. Quella di una canzone che, però, non era più Wish You Were Here.

In quella stagione uno dei giganti musicali italiani, geniale con la chitarra e con il racconto di Napoli come città del blues, pubblicò un disco. La sua vena creativa era già stata molto spremuta, ma ogni tanto sapeva ancora regalare piccole gemme. In quel disco, la gemma era impreziosita dal pianoforte di Chick Corea, che spargeva grappoli di note sull'affresco di un luogo ideale. La canzone parlava di un'isola, di lava e di sole, di voglia di «alluccare», di storie nuove. Parlava del mio sogno di quei giorni, riflesso in due occhi azzurri e in un'anima artistica - di vera artista, come poi ha dimostrato di essere nel resto della sua vita.

L'estate seguente sotto la veranda mi ritrovai da solo. Così presi un treno e partii, senza dir nulla a nessuno, se non a lei. Sul treno finii per incontrare un vicino di casa, e temetti per un secondo che quel viaggio, su doveva gravare l'obbligo del segreto, diventasse di pubblico dominio. Avrei dovuto rispondere a domande, avrei dovuto giustificarmi, avrei dovuto affrontare l'impossibile, cioè spiegare le ragioni di un sentimento. Il vicino si dimenticò di me, e mi lasciò in pace a godermi il litorale verso Palermo, con le note di quella canzone nella testa. Quando il treno entrò in stazione, la scorsi dal finestrino e la vidi rincorrere la carrozza sorridendo. Ci abbracciammo, e per quanto siano passati vent'anni non riesco a dimenticare, quando ci penso, al suo profumo e alla forma di lei tra le mie braccia.

Ero arrivato nella «terra 'e nisciuno». Ed ero felice.


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