Musica, senza steccati

lunedì 30 marzo 2015

Una canzone, una storia: pensavo fosse amore, e lo era

07:51 Posted by Igor Principe , , No comments

Anche se non si è degli sciupafemmine, è difficile dimenticare la prima ragazza che ti ha amato fino in fondo. E se a essere degli sciupafemmine finisce che te ne dimentichi, allora sono felice di non esserlo stato prima (e men che meno ora, avendoci famiglia). Insomma, quella ragazza io me la ricordo bene. Aveva - li ha tuttora: gode di ottima salute ed è madre di famiglia - occhi smeraldo e un sorriso dolcissimo. E anche un seno generoso, virtù che quando hai 18 anni tendi ad apprezzare con un entusiasmo difficilmente contenibile.

È difficile dimenticarsi di lei, perché è difficile dimenticarsi degli anni in cui tutto quello che ti accade - bello o brutto che sia - realizza una poesia di Rudyard Kipling: «Se saprai riempire ogni inesorabile minuti dando valore a ognuno dei sessanta secondi». Era così, il 1991: una fonte inesauribile di intensità, un ottovolante dei giorni in cui tormento ed estasi si avvicendavano a ogni giro.

In un momento di estasi ero su una spiaggia, e parlandole perso nel suo sguardo di smeraldo - su cui cercavo di mantenere l’attenzione per non indirizzarlo sulla suddetta generosità, e fare una figuraccia - ho scoperto che viveva nella mia città. Eravamo a oltre mille chilometri dalla metropoli, e sarà stata la distanza o la bellezza del momento; fatto sta che quella stessa metropoli mi è apparsa grande come un villaggio, e la nostra relazione facile come una passeggiata sul bagnasciuga.

Non fu così. Vivere nella stessa città è un concetto relativo: andare da lei con i mezzi pubblici - e per lei venire da me - era come andare a Parma, che come è noto non sta in Lombardia. Ciò non aiutava il nostro rapporto, minato dalla vulcanica quotidianità di giornate al liceo. Nei pomeriggi sui libri, il pensiero trottolava tra quel che avevi di lontano (lei), e quel che non avevi di vicino (una compagna di classe). Anche per lei doveva essere così, e fu necessario un ottobre di chiarimenti per rimettere in carreggiata ciò che non poteva andare sprecato. Perché vi volevate bene. Di più, vi amavate.

E che fosse amore, lo avete capito una domenica di novembre insolitamente mite, luminosa come sa esserlo Milano quando l’orizzonte è terso. Da casa sua potevi vedere il Monte Rosa, ma quel giorno non mi affacciai alla finestra. Ero catturato da lei, dal suo smeraldo e da tutto il resto. L’unico senso un po’ più libero - l’udito - si concentrò bene per ricordarmi, oggi, che avevo messo sul piatto un vinile: l’album doppio di un chitarrista decisamente bravo. E che a un certo punto la puntina passò i solchi di una canzone che non avrei dimenticato mai più.

venerdì 20 marzo 2015

Il concerto più assurdo di sempre

07:25 Posted by Igor Principe , , No comments
«Ho due biglietti per il Forum, stasera. Ci suona un gruppo degli anni Sessanta. Ti va di andare?»

Così mi disse Angela, davanti alla porta in un pomeriggio di oltre vent'anni fa. Guardai i biglietti, che lei mi porgeva, è ci rimasi secco: Robert Plant e Jimmy Page live. Metà dei Led Zeppelin. L'entusiasmo del mio sì fu tale da dimenticarmi di farle una domanda: perché definisci i Led Zeppelin un gruppo degli anni Sessanta? Perché dietro quel modo di propormi la serata c'era un modo di vedere le cose ben preciso, e che poche settimane fa ho ritrovato nel manifesto che vedete nella foto. 

Anzitutto precisiamo che «questa sera», come si legge, è il 5 luglio 1971, e rappresenta l'unica data italiana nella storia degli Zeppelin al completo: Plant, Page, John Paul Jones e John Bonham. Una data infausta, assurda in ogni suo aspetto. Quello più noto alle cronache lo potete leggere nella ricostruzione di Giovanni Rossi, autore del libro, Led Zeppelin '71, e ripresa da Panorama: una notte di scontri tra pubblico e polizia, fumogeni, violenza, musica interrotta. Quello meno noto, ma del tutto evidente dal manifesto, è nella composizione del parterre di artisti. Samuel Beckett non avrebbe saputo far di meglio.

Vent'anni più tardi, al Forum, nulla di quanto accadde al Vigorelli si ripeté. Anzi, fu uno show entusiasmante. Page e Plant seppero ricreare l'energia, il suono e il carisma dei Led Zeppelin pur non essendo più tali, e pur in assenza di un gigante come Bonham alla guida della sezione ritmica. Ricordo che chiusero con Rock'n'roll e che il palazzetto resisté per miracolo all'esplosione di entusiasmo di tutti, sotto il palco e sugli spalti. Tutti, tranne una: Angela. Nei suoi occhi la noia vissuta fino a quell'istante si trasformò in terrore vedendo migliaia di persone ondeggiare vistosamente a pochi metri da Plant e Page, con accenni di pogo qua e là. Lei, a digiuno di certi rituali, si immaginava di assistere da lì a poco alla tragedia di centinaia di individui schiacciati da altri. Alla fine del concerto, diede risposta alla domanda di cui sopra senza che gliela facessi: «Ma che concerto del cavolo! A me hanno dato i biglietti dicendo che erano un gruppo degli anni Sessanta, tipo i Dik Dik!». 

Ecco, la visione di Angela è tutta in quel manifesto. Che, nella sua forma, veste come meglio non si potrebbe l'abito mentale di questo blog: musica, senza steccati. Che sia Dalla, Morandi, i Ricchi e Poveri o i Led Zeppelin, non importa. È musica, punto e basta. Però anche gli steccati servono, qualche volta: non per alzare barriere, ma per illuminare la strada che conduce al punto in cui pubblico e artista si incontrano nel migliore dei modi. 

(E per chiudere, Rock'n'roll!)







martedì 17 marzo 2015

Essere pop e non menarsela: intervista a Senhit

03:47 Posted by Igor Principe , , No comments
Quando esci dalla stazione di Bologna, l'istinto è andare dritto per infilare via dell'Indipendenza e, dopo un po' di portici, ritrovarsi davanti al Nettuno. E poi davanti a un piatto di tagliatelle, perché se sei nell'unica città italiana citata tra le 18 in cui si mangia meglio al mondo, la sosta gastronomica è un obbligo morale. Anche se sono le 3 del pomeriggio passate.

Quando sono uscito dalla stazione di Bologna – ed erano le 3 del pomeriggio passate - ho preso un bus in direzione opposta all'istinto, sacrificato per obbedire all'obbligo, morale e professionale, di fare un'intervista. Il bus ha infilato un percorso ben poco lineare di curve e controcurve e, dopo una ventina di minuti, mi ha scaricato tra la sede Rai dell'Emilia-Romagna e Bologna Fiere, in uno di quei luoghi che fanno delle periferie urbane una fabbrica seriale e non proprio eccitante di sfumature di grigio. Ho cercato l'indirizzo dell'appuntamento e, quando l'ho trovato, è riapparso il colore. Anzi, i colori.

Uno è il bianco-rosa del Suonnyspace, lo spazio multifunzionale in cui ho incontrato chi dovevo intervistare. L'altro incrocia l'azzurro di due occhi magnetici sul bronzo di una pelle che sa di Africa. Ora, l'Africa è grande; però quando ci si pensa si finisce sempre su leoni, rinoceronti, zebre, giraffe, fenicotteri, alberi mastodontici e panorami di bellezza insostenibile. Difficile che si pensi – per dire – al deserto, alle città imperiali del Marocco, alle Piramidi o alla polvere di certe aree del Corno. Luoghi esotici e ostili, dove capita di fare chilometri per raggiungere un telefono. L'Africa di quella pelle color bronzo, e di cui sento raccontare, è quella lì: esotica, e ostile. È' l'Africa di Senhit.

«Ora ci vive mio padre, che tre anni fa è tornato in Eritrea dopo quarant'anni in Italia. Fa il contadino, munge mucche, pascola pecore. Il telefono al suo villaggio non c'è: tu chiami un numero, dici “richiamo tra 4 giorni” e lui si fa trovare».

Non c'è nulla di quella ostilità in Senhit (ce n'è in Buddy, il suo cane, che evidentemente non ama i giornalisti: ringhia più volte e non c'è verso di farselo amico). C'è invece un'allegria bolognese quasi oleografica, del tipo che ti aspetti se passi da quelle parti e che in lei nasce da una combinazione di entusiasmo e di serenità. Il primo è per il futuro: il 2015 sarà l'anno del nuovo disco, di cui sono già usciti alcuni singoli: Rock Me Up, Don't Call Me, Relations. La seconda è per un lavoro in cui appaiono Corrado Rustici e Busbee, uno come produttore e l'altro come autore; se lavori nel pop con due come loro – Rustici è tra gli artefici del miglior Zucchero Fornaciari, Busbee è uno che scrive canzoni per Pink e fa il vocal coach di Shakira – star sereni è facile. Ma non c'è solo questo.

«C'è dietro la famiglia: mio padre è stato severo ma giusto, ha capito che avevo un talento e ha accettato senza mai ostacolarmi la scelta di fare un mestiere comunque rischioso. Mia madre è stata capace di tenerci uniti, di creare armonia. Sono cose che contano. A questo aggiungi che, giunta a 35 anni di età, mi sento risolta sia come artista che come persona. Non vivo e non ho mai vissuto il mio mestiere con l'ossessione di arrivare chissà dove. So che mi piace cantare, e lo faccio. Ma mi riempio la vita di tante altre cose».

Per esempio? «Finire un concerto e uscire per una birra con i miei amici di sempre».

Non pensi che questo basso profilo ti abbia penalizzato?
«Forse sì, forse no. Ma sul lungo termine ritengo che i vantaggi siano superiori agli svantaggi, che esistono anche in posti dove tutto ti sembra magnifico».

Quali posti?
«New York, per dirne uno. Ci sono stata sei mesi. Sia chiaro: è stato un periodo splendido in un luogo in cui c'è tutta la fertilità necessaria per crescere come artista. Però la competizione è eccessiva, e in ogni campo. Va bene avere talento, ma nel mio campo non si tratta di guarire persone: si tratta di cantare, di fare una cosa che mi piace e mi fa stare bene. Ciò non è compatibile con un'ambizione alla quale sacrificare tutto. Come diceva mia nonna: fai i soldi per cosa, per essere il più ricco del cimitero?».

Saggia, la nonna.
«Già. Ecco, io non voglio essere la più ricca del cimitero. Ed è anche per questo che ho deciso di non lasciare l'Italia, per quanto abbia lavorato molto all'estero».

A giudicare dall'opinione comune, l'Italia è già un cimitero.
«Io credo che non ci sia posto al mondo in cui si vive meglio, al netto di tutti i problemi che conosciamo. E che, ne sono convinta, risolveremo».

Non è che in questo – e ti prego di tollerare la metafora – giudichi la questione con occhio eritreo?
«No, ti sbagli. Io sono nata a Bologna, sono italianissima anche se ho deciso di cantare in inglese, un po' per il tipo di musica che faccio, un po' perché comunque mi piace l'idea di partire e di guardare oltre il nostro confine. Ma poi devo tornare a casa».

Torniamo alla musica. Come hai cominciato?
«Con un musical. Anni e anni fa mia madre mi disse che a Roma facevano le audizioni per Il grande campione, con Massimo Ranieri e la regia di Giuseppe Patroni Griffi. Il mio obiettivo era stare su un palco, non specificatamente quello di un musical. Ho cantato una canzone di Irene Grandi e mi hanno presa».

Come è stata l'esperienza?
«Splendida e dura. Ranieri è un pigmalione esigentissimo. Una iena, che però mi ha formato consentendomi di proseguire con altri musical: Hair, Rent, Saranno Famosi, Il Re Leone».

Com'è che un'artista di musical diventa una cantante pop?
«Di nuovo, quasi per caso. Stavo per partire per gli Stati Uniti, dove avrei dovuto frequentare un master di recitazione. Sapendo che avevo lavorato con Disney per Lion King, la Panini, che esordiva nel mercato discografico, mi ha voluto come sua artista. Ho detto di sì».

Ti ci ritrovi?
«Ci sono differenze notevoli. Il musical è arte di scena, il riscontro è immediato e ci vuole una disciplina ferrea. Paradossalmente, questo rende le cose più semplici. Il mondo del pop è più duro, diviso tra il trampolino dei reality show e l'eterna presenza di non pochi dinosauri. Puoi lavorare duramente e al tuo meglio ma non è detto che le cose vadano come devono. E' fondamentale avere dietro una buona squadra».

Cioè Rustici, Busbee...
«E Pietro Paravella, il mio manager».

Ma come sono andate le cose, per te?
«C'è ancora molto da fare, il nuovo disco esprime per sua natura determinate ambizioni. Ma, ripeto, sono soddisfatta di quanto ho fatto. Sia Eurovision, dove ho gareggiato per San Marino, sia la partecipazione al concerto Amiche per l'Abruzzo sono stati momenti bellissimi e gratificanti».

È ora di salutarci, devo tornare in stazione e ci sono curve e controcurve da superare. Ti faccio un'ultima domanda, di quelle che nessun giornalista musicale fa mai a un artista. Partendo dalla tua musica, un pop internazionale fatto di canzoni orecchiabili, trascinanti e prodotte con cura e attenzione, mi dici quali sono i tuoi musicisti di riferimento?
«Potrei dirti i più grandi: Stevie Wonder, Michael Jackson. Ma sarebbe riduttivo, perché amo spaziare: Jovanotti, i Subsonica, Carmen Consoli, Beyoncé, Irene Grandi. Una certezza c'è: non ascolto heavy metal. Cerco invece chi abbia dimestichezza con il mio elemento naturale, il palcoscenico. E' da lì che vengo, è lì che mi sento al massimo».


giovedì 5 marzo 2015

Franceschini e le canzoni a scuola: ok, ma chi le insegna?

02:18 Posted by Igor Principe , No comments
L’idea del ministro della Cultura Dario Franceschini - studiare a scuola i testi dei cantautori, espressa ricordando Lucio Dalla - non è proprio nuovissima. Nel 1987, quando ho cominciato la prima liceo scientifico, il nostro insegnante di lettere scelse un’antologia che, negli ultimi capitoli, contemplava due o tre canzoni di Bob Dylan. Il professore non ci arrivò mai, non per sua volontà ma perché, come spesso ci è accaduto durante quei fantastici cinque anni scolastici, è stato sostituito in corsa. Ricordandone il piglio, credo che ce ne avrebbe parlato volentieri.

Tuttavia, l’idea del ministro non è peregrina. Il dibattito sulla natura delle canzoni - sono o no letteratura? quanto conta il testo e quanto la musica? - è stato affrontato spesso qui su Secondarte, il cui titolare - per quel che valga la sua opinione - è giunto a un punto fermo: prima c’è la musica, poi il testo. Puoi scrivere le parole più belle del mondo, ma se la musica non arriva il tuo sforzo rimane lettera morta. Così come puoi scrivere parole ridicole e senza senso, e piazzandogli sotto una musica come si deve arrivi ovunque. Vano Fossati docet.


Il punto non è quindi chiedersi se la canzone sia o meno letteratura. La canzone è canzone, e nient’altro. Il punto è chiedersi però chi dovrebbe insegnare i cantautori agli alunni. Parto da chi non dovrebbe: gli insegnanti di lettere. Nulla contro di loro (anzi!) o la loro preparazione: semplicemente, si tratta di non appesantire un programma già corposo. Quando ho fatto la maturità, nel Cenozoico (a.D. 1992), una delle tracce del tema era sui poeti crepuscolari. La professoressa di italiano, passando tra i banchi, sorrideva istericamente dicendo: «Ragazzi, siamo fregati, non li abbiamo fatti, passate ad altro, eh eh eh». In effetti, per passare a Pirandello e a Montale li avevamo praticamente saltati.

Non ho idea della situazione attuale, ma mi pare di capire che in certe materie (storia, per esempio) si faccia fatica a completare il programma. Gli insegnanti di lettere hanno insomma altri cui pensare. Se si vuole davvero portare i testi delle canzoni tra le materie scolastiche, la competenza dovrebbe essere degli insegnanti di musica. Il che sposta il problema a monte, dove ci aspetta una domanda: si insegna ancora la musica a scuola? Il ministro potrebbe dare una risposta - positiva, naturalmente - riorganizzando l’assetto attuale, magari assegnando ore nei licei classici e negli scientifici (non mi risulta che ci siano), riducendo drasticamente la pratica strumentale (per quello ci sono scuole private, insegnanti privati, conservatori: non si impara la musica soffiando in un flauto di plastica) a vantaggio della storia di quest’arte e dei suoi interpreti. Poi sta agli insegnanti essere seguiti, cosa sempre più difficile: già parlare dei Beatles a ragazzi di 15 anni è piuttosto complicato, figuriamoci parlar loro di Mendelssohn o di Puccini.

Quegli insegnanti, tuttavia, sarebbero i più adatti per parlare di canzoni. Per spiegare non solo quanto già affermato poc’anzi (testo valido, musica non valida e così via), ma per sottolineare la musicalità stessa dei testi, per far capire che la poesia è una cosa e la canzone un’altra, per affermare che un cantautore non è un poeta che fa musica, ma un letterato di altro tipo.

Un cantautore, appunto. E non è poco.