Musica, senza steccati

martedì 17 marzo 2015

Essere pop e non menarsela: intervista a Senhit

03:47 Posted by Igor Principe , , No comments
Quando esci dalla stazione di Bologna, l'istinto è andare dritto per infilare via dell'Indipendenza e, dopo un po' di portici, ritrovarsi davanti al Nettuno. E poi davanti a un piatto di tagliatelle, perché se sei nell'unica città italiana citata tra le 18 in cui si mangia meglio al mondo, la sosta gastronomica è un obbligo morale. Anche se sono le 3 del pomeriggio passate.

Quando sono uscito dalla stazione di Bologna – ed erano le 3 del pomeriggio passate - ho preso un bus in direzione opposta all'istinto, sacrificato per obbedire all'obbligo, morale e professionale, di fare un'intervista. Il bus ha infilato un percorso ben poco lineare di curve e controcurve e, dopo una ventina di minuti, mi ha scaricato tra la sede Rai dell'Emilia-Romagna e Bologna Fiere, in uno di quei luoghi che fanno delle periferie urbane una fabbrica seriale e non proprio eccitante di sfumature di grigio. Ho cercato l'indirizzo dell'appuntamento e, quando l'ho trovato, è riapparso il colore. Anzi, i colori.

Uno è il bianco-rosa del Suonnyspace, lo spazio multifunzionale in cui ho incontrato chi dovevo intervistare. L'altro incrocia l'azzurro di due occhi magnetici sul bronzo di una pelle che sa di Africa. Ora, l'Africa è grande; però quando ci si pensa si finisce sempre su leoni, rinoceronti, zebre, giraffe, fenicotteri, alberi mastodontici e panorami di bellezza insostenibile. Difficile che si pensi – per dire – al deserto, alle città imperiali del Marocco, alle Piramidi o alla polvere di certe aree del Corno. Luoghi esotici e ostili, dove capita di fare chilometri per raggiungere un telefono. L'Africa di quella pelle color bronzo, e di cui sento raccontare, è quella lì: esotica, e ostile. È' l'Africa di Senhit.

«Ora ci vive mio padre, che tre anni fa è tornato in Eritrea dopo quarant'anni in Italia. Fa il contadino, munge mucche, pascola pecore. Il telefono al suo villaggio non c'è: tu chiami un numero, dici “richiamo tra 4 giorni” e lui si fa trovare».

Non c'è nulla di quella ostilità in Senhit (ce n'è in Buddy, il suo cane, che evidentemente non ama i giornalisti: ringhia più volte e non c'è verso di farselo amico). C'è invece un'allegria bolognese quasi oleografica, del tipo che ti aspetti se passi da quelle parti e che in lei nasce da una combinazione di entusiasmo e di serenità. Il primo è per il futuro: il 2015 sarà l'anno del nuovo disco, di cui sono già usciti alcuni singoli: Rock Me Up, Don't Call Me, Relations. La seconda è per un lavoro in cui appaiono Corrado Rustici e Busbee, uno come produttore e l'altro come autore; se lavori nel pop con due come loro – Rustici è tra gli artefici del miglior Zucchero Fornaciari, Busbee è uno che scrive canzoni per Pink e fa il vocal coach di Shakira – star sereni è facile. Ma non c'è solo questo.

«C'è dietro la famiglia: mio padre è stato severo ma giusto, ha capito che avevo un talento e ha accettato senza mai ostacolarmi la scelta di fare un mestiere comunque rischioso. Mia madre è stata capace di tenerci uniti, di creare armonia. Sono cose che contano. A questo aggiungi che, giunta a 35 anni di età, mi sento risolta sia come artista che come persona. Non vivo e non ho mai vissuto il mio mestiere con l'ossessione di arrivare chissà dove. So che mi piace cantare, e lo faccio. Ma mi riempio la vita di tante altre cose».

Per esempio? «Finire un concerto e uscire per una birra con i miei amici di sempre».

Non pensi che questo basso profilo ti abbia penalizzato?
«Forse sì, forse no. Ma sul lungo termine ritengo che i vantaggi siano superiori agli svantaggi, che esistono anche in posti dove tutto ti sembra magnifico».

Quali posti?
«New York, per dirne uno. Ci sono stata sei mesi. Sia chiaro: è stato un periodo splendido in un luogo in cui c'è tutta la fertilità necessaria per crescere come artista. Però la competizione è eccessiva, e in ogni campo. Va bene avere talento, ma nel mio campo non si tratta di guarire persone: si tratta di cantare, di fare una cosa che mi piace e mi fa stare bene. Ciò non è compatibile con un'ambizione alla quale sacrificare tutto. Come diceva mia nonna: fai i soldi per cosa, per essere il più ricco del cimitero?».

Saggia, la nonna.
«Già. Ecco, io non voglio essere la più ricca del cimitero. Ed è anche per questo che ho deciso di non lasciare l'Italia, per quanto abbia lavorato molto all'estero».

A giudicare dall'opinione comune, l'Italia è già un cimitero.
«Io credo che non ci sia posto al mondo in cui si vive meglio, al netto di tutti i problemi che conosciamo. E che, ne sono convinta, risolveremo».

Non è che in questo – e ti prego di tollerare la metafora – giudichi la questione con occhio eritreo?
«No, ti sbagli. Io sono nata a Bologna, sono italianissima anche se ho deciso di cantare in inglese, un po' per il tipo di musica che faccio, un po' perché comunque mi piace l'idea di partire e di guardare oltre il nostro confine. Ma poi devo tornare a casa».

Torniamo alla musica. Come hai cominciato?
«Con un musical. Anni e anni fa mia madre mi disse che a Roma facevano le audizioni per Il grande campione, con Massimo Ranieri e la regia di Giuseppe Patroni Griffi. Il mio obiettivo era stare su un palco, non specificatamente quello di un musical. Ho cantato una canzone di Irene Grandi e mi hanno presa».

Come è stata l'esperienza?
«Splendida e dura. Ranieri è un pigmalione esigentissimo. Una iena, che però mi ha formato consentendomi di proseguire con altri musical: Hair, Rent, Saranno Famosi, Il Re Leone».

Com'è che un'artista di musical diventa una cantante pop?
«Di nuovo, quasi per caso. Stavo per partire per gli Stati Uniti, dove avrei dovuto frequentare un master di recitazione. Sapendo che avevo lavorato con Disney per Lion King, la Panini, che esordiva nel mercato discografico, mi ha voluto come sua artista. Ho detto di sì».

Ti ci ritrovi?
«Ci sono differenze notevoli. Il musical è arte di scena, il riscontro è immediato e ci vuole una disciplina ferrea. Paradossalmente, questo rende le cose più semplici. Il mondo del pop è più duro, diviso tra il trampolino dei reality show e l'eterna presenza di non pochi dinosauri. Puoi lavorare duramente e al tuo meglio ma non è detto che le cose vadano come devono. E' fondamentale avere dietro una buona squadra».

Cioè Rustici, Busbee...
«E Pietro Paravella, il mio manager».

Ma come sono andate le cose, per te?
«C'è ancora molto da fare, il nuovo disco esprime per sua natura determinate ambizioni. Ma, ripeto, sono soddisfatta di quanto ho fatto. Sia Eurovision, dove ho gareggiato per San Marino, sia la partecipazione al concerto Amiche per l'Abruzzo sono stati momenti bellissimi e gratificanti».

È ora di salutarci, devo tornare in stazione e ci sono curve e controcurve da superare. Ti faccio un'ultima domanda, di quelle che nessun giornalista musicale fa mai a un artista. Partendo dalla tua musica, un pop internazionale fatto di canzoni orecchiabili, trascinanti e prodotte con cura e attenzione, mi dici quali sono i tuoi musicisti di riferimento?
«Potrei dirti i più grandi: Stevie Wonder, Michael Jackson. Ma sarebbe riduttivo, perché amo spaziare: Jovanotti, i Subsonica, Carmen Consoli, Beyoncé, Irene Grandi. Una certezza c'è: non ascolto heavy metal. Cerco invece chi abbia dimestichezza con il mio elemento naturale, il palcoscenico. E' da lì che vengo, è lì che mi sento al massimo».


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