Musica, senza steccati

venerdì 15 maggio 2015

B.B. King, e quel concerto a Milano con Ray Charles

00:59 Posted by Unknown , , , No comments
C'era ancora il Palatrussardi, a Milano, l'8 novembre 1990. Era il posto dove facevano i concerti di livello. Quell'anno ci avevo visto un fantastico Eric Clapton e i piacevoli Ladri di Biciclette, allora sulla breccia. Avevo così dato fondo alla mia riserva monetaria per spettacoli musicale (non è che a 17 anni puoi scialare), ma quando vidi che il cartellone diceva Ray Charles & B.B. King featuring The Philip Morris Band non ebbi esitazioni. Sapevo poi di poter contare su papà, che Ray Charles l'aveva visto al Lirico nel 1971 (o giù di lì) e che avrebbe con piacere rivissuto l'esperienza.

Raccolti un altro paio di amici - il mio eterno sodale springsteeniano e un compagno di liceo dal palato fino - ci sedemmo. I due si fecero attendere, lasciando la prima parte del set alla Band. Una classica orchestra americana: fiati, pianoforte, sezione ritmica. Semplicemente perfetti: non una sbavatura, tiro formidabile, gran virtuosismo. Troppo perfetti, forse. E infatti, pian piano una patina di plastica - un po' come quelle che avvolgono i divani nuovi, e che alcuni si ostinano a tenere per preservarli dall'usura - scese sullo show.

Poi sul palco entrò B.B. King, con la sua leggendaria Lucille appoggiata su un ventre generoso e strizzato nello smoking. Attaccò When Love Comes To Town, arrangiata per quel tipo di formazione. Un attacco facile, certo: complici gli U2, era il suo pezzo recente più famoso. Ma la patina si sciolse nel tempo di un riff.

Il «Re» ci guidò fino all'intervallo. Al secondo set, ancora la Band e ancora divani sotto cellophane. Poi sul palco entrò Ray Charles. Il soundcheck doveva averlo fatto un lemure, perché il pianoforte si sentiva pochissimo. Ricordo distintamente l'urlo inviperito di uno spettatore: «Mixerista! Il piano!!». Fu applaudito, e i fonici aggiustarono la questione. In ogni caso, anche The Genius non ci mise che un attimo a liberare i divani.

I due chiusero il concerto insieme. Il pubblico delirava, il cellophane scardinato dai dannati divani volava felice nel palazzetto. E lì, ascoltando quei due, ho avuto la conferma che essere un musicista vuol dire trovare la propria voce. Me lo disse proprio Clapton, sempre lì al Palatrussardi, qualche mese prima, e me lo ribadirono i due sul palco. Non serve dire, dire, e dire ancora; infilarsi in scale, virtuosismi, cascate di note, accordi costruiti come architetture barocche. Serve, semplicemente, pronunciare le parole giuste al momento giusto. E un discorso di B.B. King per mezzo di Lucille, di giusto, aveva anche le pause.

 

martedì 5 maggio 2015

Klavier Project a Piano City Milano, un concerto da seguire


Piano City Milano è un evento che si tiene in città dal 2012, e cresce di anno in anno confermandosi tra le cose musicali più di rilievo in tutta Italia. Concerti ed eventi da seguire, tra il 22 e il 24 maggio prossimi, ce ne sono a centinaia. Mi limito a consigliarvene uno, perché so di cosa si tratta: Klavier Project - Concerto a tre tastiere.

Il protagonista è Cesare Picco. Lo scorso 29 marzo ha tenuto a Crema, al Teatro San Domenico, la cosiddetta «Data Zero» del progetto. Ho avuto la fortuna di assistervi ed è per questo che invito chi seguirà Piano City a non perderselo. Da quella serata è passato un po’ di tempo, ma le sensazioni sono ancora vive, e le raccolgo qui.

Premessa doverosa per il Teatro San Domenico, un luogo che ti fa amare e odiare l’Italia. Te lo fa amare, perché è un eccellente esempio di come - quando vogliamo - siamo capaci di valorizzare il patrimonio storico-culturale del nostro Paese. Te lo fa odiare perché pensi a tutte le volte - e non sono poche - in cui non vogliamo fare cose come queste. Il Teatro nasce dal recupero di un convento di frati Domenicani del 1332. I posti sono 390, la ristrutturazione ha lasciato intatti l’abside, su cui appaiono resti di antichi affreschi, e alcune decorazioni delle volte. Il risultato è, semplicemente, un teatro bellissimo in cui passato e futuro si incontrano e si danno la mano.

La musica. Picco ha suonato tre strumenti a tastiera: un Piano Wurlitzer, un clavicordo e un Disklavier Yamaha. Il Wurlitzer è, con il Fender Rhodes, il re dei pianoforti elettrici. Il clavicordo è, sintetizzato brutalmente, l’anello di congiunzione tra il clavicembalo e il pianoforte. Il Disklavier è un pianoforte classico che può suonare da solo, grazie a un’unità di controllo (Disklavier, appunto) sulla quale si registrano brani, basi o cos’altro e dalla quale si riproduce musica registrata altrove. Picco, inoltre, ha poi controllato un computer e azionato un iPad.

Lo spettacolo. Il pianista dava le spalle al pubblico, muovendosi su uno sgabello mobile tra le tre tastiere: Wurlitzer a sinistra, clavicordo frontale, Disklavier a destra. In totale, 213 tasti. Il concerto è durato un’ora e mezza, durante la quale Picco ha improvvisato e riletto pezzi noti (tra tutti, Little Wing, affidandola al clavicordo). Il risultato si è tradotto in un concerto di autentica musica contemporanea, cioè fatta con i mezzi espressivi offerti dalla contemporaneità, e in particolare dalle tecnologie digitali. Klavier Project è un concerto perfetto per capire che nessuna App e nessun iPad fa di chiunque un musicista a meno di non esserlo davvero, cioè di averne la sensibilità, la perizia tecnica e il talento creativo. Se le si ha, queste cose, allora la tecnologia è una formidabile leva per ampliare le proprie possibilità espressive.

Picco ha manovrato bene quella leva. C’è in lui la perizia tecnica di chi sa suonare nello stesso tempo strumenti diversi, adattando il tocco a tastiere diverse. E c’è il talento creativo dell’immaginare musiche complesse ma non cerebrali, dove le basi preregistrate sono a loro volta musiche originali e composte ad hoc, e dove le melodie si muovono libere nascendo nell’istante in cui venivano suonate. Un incrocio - per rendere l’idea nel modo più brutale possibile - tra il pianoforte preparato alla John Cage e un’improvvisazione alla Keith Jarrett.

Tutto ciò ha un risultato? Se sì, è una musica che sa di presente. Usa strumenti più o meno antichi - le origini del clavicordo sono del XII secolo; il pianoforte è del 1688; il Wurlitzer è della metà del XX secolo - e dà loro possibilità contemporanee. Non è un adattamento, ma un incontro: il clavicordo non si snatura, il pianoforte suona con la magia di sempre, e così il suo collega elettrico. Il loro suono, semplicemente, esplora nuove vie. In altre parole, si evolve.

Quanto a Picco, la sua forza è duplice: suona senza strafare, senza cercare il colpo di tacco che strappi l’applauso. Come dovrebbe essere ogni musicista, è a servizio della musica. A ciò si aggiunge la sua creatività, che non si limita alla tessitura di armonie e melodie ma si allarga alla creazione di nuovi modi di fare musica. Ciò per il quale è ben noto è il Blind Date; il Klavier Project può diventare un’altra idea per distinguersi e non essere solo un pianista.