Musica, senza steccati

domenica 21 giugno 2015

21 giugno 1985: Springsteen a San Siro visto da chi non c'era

05:42 Posted by Igor Principe , , , No comments
Il 21 giugno 1985, Bruce Springsteen tiene il primo concerto della sua carriera in Italia. A Milano, allo stadio San Siro, approda con la E Street Band in una nelle centinaia di tappe del tour mondiale di Born in the U.S.A., il suo disco più venduto, quello che lo trasforma da rocker in rockstar. L'album è stato pubblicato un anno prima, il 4 giugno 1984. L'anno scorso, in occasione dei trent'anni dall'uscita, ho scritto un e-book per raccontare la mia storia (breve, e non certo epocale) di dodicenne irrimediabilmente sedotto da quelle canzoni, e in seguito da Springsteen come autore e performer. Il racconto si chiama Born with the U.S.A., si trova su Amazon (in alto a destra c'è il bottone per acquistarlo, se vi va. E grazie, naturalmente). 
Oggi, in occasione, dei trent'anni di un concerto storico - per Bruce, per il rock, per l'Italia e diverse migliaia di persone - riprendo e posto uno stralcio del racconto dedicato a quell'evento.


A dispetto dell'anagrafe, Born in the U.S.A. è in tutto e per tutto un disco del 1985. Anzitutto perché in Italia è tra gli album più acquistati di quell'anno, e crescerà in volumi tali da diventare, per un artista straniero, il secondo più venduto nella storia della musicale del nostro Paese (lo precede True Blue, di Madonna). E poi perché determina uno degli eventi più straordinari di quell'anno già straordinario: il concerto di San Siro.
 
Il 21 giugno 1985 Bruce Springsteen & The E Street Band suonano allo stadio Giuseppe Meazza di Milano. Non hanno mai suonato prima in Italia, dove pure Springsteen ha un buon numero di fans. Lo seguono dalla cosiddetta «prima ora» e definirli appassionati è poco: sono decine di migliaia quelli che nell'aprile del 1981 vanno in pellegrinaggio all'Hallenstadion di Zurigo, dove fa tappa il tour di The River. Il tricolore veste metà stadio, alla quale Bruce dedica una canzone di Elvis: Follow that dream. Il sogno diventa realtà quattro anni dopo nella notte più lunga dell'anno, in quattro ore che per alcuni trasformano il 21 giugno – come ha scritto Leonardo Colombati2 – in una data più importante del proprio compleanno. Lo show è memorabile: 65mila persone nello stadio, circa 100mila al parco di Trenno davanti a un megaschermo allestito per soddisfare una domanda giunta a 200 mila biglietti. È un chiaro effetto dell'eco di Born in the U.S.A., che macina consensi trascinato da Dancing in the dark, dalla title track e da una ballata breve ma intensa su un'amore mai consumato, I'm on fire. I brani passano in radio e in tv con sempre maggior frequenza e rendono Bruce Springsteen l'icona musicale di quell'estate. Pure, l'eco del disco si stempera tra gli altri colori che affrescano l'irripetibile magia di quella notte a San Siro. Quasi per un gioco astrale, infatti, lo stadio è popolato da fan che sono lì per Bruce e non solo per Born in the U.S.A., i cui brani vengono sì accolti con vulcanico calore; ma la vera eruzione è per le canzoni degli anni precedenti.

Bruce esce sul palco alle 19, il sole è ancora alto. Dal pubblico si alza un boato che fa tremare le case intorno allo stadio. Attacca Born in the U.S.A., e scatena il delirio. Però è nulla in confronto a quanto accade quando parte Badlands, datata 1978 (da Darkness on the edge of town): l'urlo del pubblico è una deflagrazione di entusiasmo, energia e amore. In quel preciso istante il concerto di San Siro diventa mito: Springsteen suona come se fosse nel New Jersey, pubblico e artista si assecondano a vicenda, i giochi di chiamata e risposta sui cori tradiscono un'inimmaginabile familiarità tra chi sta sul palco e chi di fronte a esso. Le persone escono da San Siro con le lacrime agli occhi. Come loro Bruce, che alla fine parlerà dello show come di uno dei suoi migliori di sempre. Quasi trent'anni dopo, continua ad affermarlo.

Il 21 giugno 1985, alle 19, sono in camera mia a Corbetta. Friggo dalla delusione rileggendo l'articolo di Cesare G. Romana pubblicato quel giorno sul Giornale di Montanelli. Springsteen è ormai entrato nella mia vita, ha scalzato i Duran Duran dal trono ma non ha fatto prigionieri. Deejay Television scandisce i miei giorni, Debora è la mia bussola, musica nuova atterra in casa quotidianamente. Affetto da una sana bulimia, ascolto di tutto e me ne lascio entusiasmare. Ma chi mette radici è Bruce: è lui che gira nel mangianastri a ripetizione, è lui che mi ipnotizza quando appare in un qualsiasi video. Non ricordo quando ho saputo che avrebbe suonato a San Siro; ricordo invece di aver portato mio padre all'esasperazione. «Andiamo al concerto, sarà bellissimo, puro rock, piace anche a te, hai solo quattro anni in più di Bruce, è la tua generazione, ti divertirai un mondo». Papà, che davvero mostra apprezzamento verso quel disco infilato nel registratore almeno un paio di volte al giorno, è granitico. «No! Hai dodici anni, non ti ci porto a quattro ore di rock, sei troppo piccolo». Scappare di casa è una scelta che non mi persuade – non ho mai espresso un'indole ribelle. E poi, come ci entro allo stadio? I miei amici sono coetanei o con pochi anni in più. Soprattutto, la mia passione li lascia indifferenti. L'unico appiglio è Corrado, fratello maggiore del mio amico Fabio. Lui al concerto ci andrà, penso che potrei chiedergli di portarmici. Ma la confidenza non è tale da giustificare una richiesta così impegnativa e, con ogni probabilità, destinata a essere respinta: se avessi ventidue anni, come li ha Corrado, non mi porterei mai un bambino a un concerto in cui l'imperativo è scatenarsi.

Costretto a casa, leggo e rileggo il giornale come a voler partecipare al concerto nell'unico modo che mi è possibile. Il giorno dopo, quasi strappo il quotidiano dalle mani di papà quando lo porta a casa. Sfoglio con foga fino agli Spettacoli e un titolo mi si stampa nella mente: «Il ciclone Bruce su San Siro». La pagina la strappo davvero, ritaglio il pezzo e lo incollo sull'armadio, accanto ad un adesivo di Springsteen preso da Cioè, rivista molto popolare negli anni Ottanta e la linea editoriale del quale rispecchia il mio modo di essere fan. Come io sono attratto dagli artisti perché scrivono canzoni con una bella musica, perché si vestono in modo colorato, perché ingrossano il tifone mosso dal vento della novità e dell'entusiasmo di quel periodo; così quel giornale scrive di loro. Springsteen è la rockstar del momento, Born in the U.S.A. è un disco trascinante ed energico: così lo tratta Cioè, così io mi aspetto che sia. E con me, migliaia di altri che quell'anno ne sono sedotti.

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