Musica, senza steccati

venerdì 31 luglio 2015

Una canzone, una storia: il sonaglio di Jacopo

02:20 Posted by Igor Principe , , No comments
C'è un pianoforte in un cortile. E intorno c'è la storia: quella dei Visconti e degli Sforza, che ogni mattone del Castello sembra volerti raccontare. La serata è finalmente fresca, dopo decine di notti (e di giorni) immerse nella canicola. Una luna cui manca un niente per essere piena si piazza giusto accanto alla torre del Filarete e sembra star lì ad ascoltare quel che viene suonato. Il concerto è un Piano Solo, e a dirla così fa pensare a progetti golpisti. Meno pericolosamente, è un recital in cui sul palco salgono due protagonisti: il pianoforte e il pianista. Il primo è un Yamaha CFX, degno avversario di giganti a 88 tasti come gli Steinway, i Bösendorfer o – un po' di orgoglio patrio, via – i Fazioli. Il secondo è Cesare Picco.

Mentre lo ascolti, capisci che è il pianista che avresti voluto essere se avessi scelto il mestiere del musicista. Può suonare di tutto, dalla classica al rock. Può suonarlo bene, perché ha sì la tecnica necessaria a essere un virtuoso ma soprattutto perché non ne fa sfoggio. In ogni brano - sia esso una rilettura di Eleanor Rigby o una dondolante Brother, can you spare a dime, una corale Baby it's a wild world o una A case of you sospesa, quasi diafana – Picco è un passo indietro rispetto alla musica. Non fa il giocoliere, non fa vedere di saper suonare. Semplicemente, suona. E racconta se stesso, la sua visione di una musica che travolge gli steccati e abbatte il muro delle definizioni. Non è un jazzista, anche se Brother gronda di swing e fraseggi coinvolgenti; non è un classico, anche se in alcuni suoi brani ritrovi la voce di Schubert e di Scriabin; non è un percussionista, ma gioca con le corde e gli ottoni del pianoforte per far risuonare l'intero corpo dello strumento e non solo i tasti; non è un ingegnere del suono, ma usa supporti elettronici con una perizia da tecnico.

Sta dietro la musica, Picco. E il pubblico sta dietro a lui, come i vagoni di un treno con la locomotiva. Ciascuno segue il suo percorso, e il mio ha avuto un balzo quando ha attaccato Bolero butterfly. Sul disco è un gioiellino di pochi minuti, sul palco è diventato un volo di una decina. Come quando una rockstar attacca la canzone che aspetti da tempo, sono saltato sulla sedia suscitando l'infastidito interesse di chi mi stava accanto. Fa niente, la musica è emozione e non va repressa. Picco suonava e io viaggiavo fino al punto in cui mi sono staccato dai binari e sono andato per fatti miei. La musica è un incanto anche per questo, per la capacità che ha di suggerirti pensieri nascosti nelle pieghe della memoria. Sulle note del Bolero mi sono ritrovato spettatore di una scena: inverno, interno sera in un salotto disordinato di giochi infantili, un bimbo di pochi mesi impegnato a decifrare il sonaglio che tiene tra le dita. La musica nell'aria non lo tocca, lui ha gli occhi sul gioco e vuole capirne il senso. Lo agita, sente che accade qualcosa, si gira verso di me e ride.

La musica è un incanto anche per la capacità che ha di fotografare un momento e consegnarlo all'eternità. Il sorriso di Jacopo ha spento il rumore del sonaglio lasciando andare solo la musica che in quel momento suonava nello stereo. La musica di Picco, quella lì sotto. Che improvvisamente si è affacciata sul palco, nascondendosi dietro il Bolero.

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