Musica, senza steccati

martedì 25 agosto 2015

Una canzone, una storia: la coda tagliata di Jungleland

00:35 Posted by Igor Principe , , , No comments
C’è sempre un amico più grande che ti fa scoprire la musica. Il mio era Fabio. Quando mi esplose la passione per Springsteen lui fu l’unico a capire, ché suo fratello Corrado ne sapeva e nella primavera dell’85 aveva già in tasca il biglietto per San Siro. Poi Corrado andò via da casa, portandosi dietro un po’ di dischi. E Fabio, pazientemente, li ricomprò.

Prese prima The River, e in un giorno di estate del 1987 si affacciò al balcone, che stava davanti al mio, e mi fece grandi segni di andar su da lui. Aveva un sorriso grande così. Mi affrettai, e appena entrai in camera sua fui folgorato dall’attacco di pianoforte di Point Blank. Fu uno di quei momenti che solo la musica ha la capacità di fermare: lei passa, tutto si blocca e tu ricorderai per sempre dov’eri e cosa facevi in quel preciso istante.

Poi Fabio comprò Born to Run. Io un po’ lo conoscevo, grazie al Live ufficiale. Ma non immaginavo che Thunder Road fosse così piena di strumenti e così rock. Per me era quella intimista e densa del tour del 1975, quella suonata a Roxy e finita nel Live e quella suonata all’Hammersmith di Londra. Quella che, per me, è la versione definitiva, e non solo perché ci ha aperto il concerto del 2012 a Hyde Park, momento clou di un weekend fatto di amici, birra, musica e tempo libero da non saper che farsene.

Non immaginavo che Born to Run fosse meno energica di quella del Live. Non immaginavo che Meeting Across the River fosse così incredibilmente toccante. Soprattutto, non immaginavo che Jungleland durasse così tanto. Fabio, per farmi un regalo, mi passò una TDK su cui aveva registrato il disco. Aveva uno stereo valido, che gli permetteva di sfumare i brani. Jungleland non ci stava, e lui la sfumò appena prima che il solo di sax finisse. Andò bene fino all’ultimo, ma poi troncò di netto e l’ultima nota di Clarence saltava come una foglia sotto la cesoia. Zac, fine della poesia. Gli chiesi conto della questione, e mi rassicurò: «Tranquillo, mancava poco».

Per mesi ascoltai Born to Run potato, con il dubbio su cosa ci fosse dopo il sax. Un giorno mi decisi a chiederglielo: «Mi passi il disco, che ho una cassetta più grande e me lo registro completo?». E così scoprii che il «poco» erano almeno altri tre minuti di pura poesia. Erano una modulazione che faceva svanire la band lasciando solo il pianoforte e la voce a cantare la fine di Magic Rat, per poi far esplodere di nuovo tutta la potenza di una voce e di una musica obbligatoria, senza la quale Bruce Springsteen non sarebbe diventato ciò che è, perché se Born to Run non avesse sfondato la Columbia gli avrebbe dato il benservito.

Quando fu silenzio, mi venne voglia di chiamare Fabio e riempirlo di insulti. Quando lo vidi, mi limitai a protestare dicendogli che «alla faccia del poco, ma ti rendi conto di come finisce Jungleland?». A quarant’anni dall’uscita di Born to Run (25 agosto 1975) e a un po’ di meno dalla mia scoperta, è il caso di dirgli grazie per avermi permesso di emozionarmi due volte per la stessa canzone.

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