Musica, senza steccati

lunedì 21 settembre 2015

Arrivano gli alieni: l'ironia domina (anche troppo) in casa Bollani

07:50 Posted by Igor Principe , , No comments
Diciamolo subito: Stefano Bollani sa come si scrive una canzone. Al terzo ascolto, Arrivano gli alieni e Il microchip - due delle tre da lui firmate per parole e musica, e presenti nel suo ultimo disco - ti si piazzano in testa e ti ritrovi a canticchiarle quando il cervello si riposa dalla gestione del quotidiano (lavoro, conti da pagare, figli da tirar su, mogli da amare). E quando una canzone parte in automatico nei tuoi pensieri, è una canzone riuscita.

Arrivano gli alieni - e qui veniamo al disco, che prende il titolo dal citato brano - è invece un disco riuscito? Me lo chiedo da qualche giorno, e l’unica risposta che riesco a trovare è un «dipende» da corrente moderata democristiana anni Ottanta. In sintesi, dipende da cosa ti aspetti da un musicista come Stefano Bollani. E, soprattutto, se ciò che ti aspetti tu è quello che vuole essere lui. Se le due cose coincidono, ci siamo; se no, c’è qualche problema.

Partiamo da Bollani. Presentando alla stampa il disco ha detto alcune cose indicative. Per esempio, ha spiegato a chi gli chiedeva quale tra le tante cose che fa (jazzista, pianista classico, divulgatore televisivo, scrittore) lo identifichi davvero, che lui è «l’ultima cosa che ho fatto; anzi, la prossima». E che gli piacciono i personaggi alla Celentano (cantante, attore, presentatore) o alla Carosone (jazzista ma con formazione classica, entertainer). E che ama fare contratti per un disco alla volta, perché legarsi a lungo termine a un’etichetta potrebbe comportare il fastidio di dover lavorare con persone con le quali, dopo un po’, non c’è più sintonia. E che non ha mai avuto problemi con i puristi che gli imputano di non avere il pedigree del jazzista, anche perché - ha detto - «il contrario di puro è sudicio, e non mi sembra carino che chi non è purista sia sporco. È meglio dire che ci sono cose che non mi piacciono, e non difendere una pretesa purezza affannandosi a dimostrare che quel che non mi piace non è abbastanza puro».

[Sulla purezza: guardate questo video in cui lui ed Enrico Rava, suo mentore, discutono di Oscar Peterson. Ecco, credo che Bollani abbia tutte le ragioni del mondo].

Credo che queste siano le cose importanti per capire ed esprimere un’opinione su Arrivano gli alieni. Dire che ora Bollani fa il cantante non è esatto, perché ha già cantato in altri dischi (Småt småt, 2003; il disco con Irene Grandi, 2012); dire che è un cantautore mi pare eccessivo, perché come accennato parole e musiche le ha messe insieme solo per tre brani (il terzo è Un viaggio). Dire che è poliedrico è la cosa più sensata. Ma non a tutto tondo, perché - e qui veniamo alle mie aspettative di ascoltatore - Bollani è poliedrico a 330 gradi.

I 30 mancanti sono frutto di una sua precisa scelta. Ancora quanto ha dichiarato alla stampa è di aiuto per capire: «Avevo pronta una canzone seria, ma l’ho scartata. Addosso a me non mi convinceva, ho pensato che doveva cantarla qualcun altro. Poi, seria, che vuol dire? Secondo me lo era; poi magari per gli altri si rivelava una stronzata (sic). L’ho esclusa senza drammi. E poi parlava del cuore, una cosa pericolosissima». Bollani ha deciso, insomma, che la dimensione drammatica dell’arte non gli si confà. E allora la scarta. Intendiamoci, non è che non sia capace: il Concerto per pianoforte di Ravel inciso con Riccardo Chailly e l’Orchestra del Gewandhaus di Lipsia non sarà quello di Benedetti Michelangeli o di Marta Argerich, ma è riuscito. Nei suoi dischi precedenti si ascoltano non pochi momenti in cui la musica si tiene lontana dall’ironia, e così in quest’ultimo con Aural (pezzo strumentale scritto da lui). E ancora, durante il concerto di mercoledì scorso agli Arcimboldi di Milano è atterrato, durante un’improvvisazione, sul Lamento di Didone di Purcell: pochi accordi, cadenzati, pesati uno ad uno. Nella sala è sceso un silenzio denso, che è poi esploso in un applauso fragoroso. È stato il momento più alto di uno show decollato però quando Bollani ha cominciato a intrattenere il pubblico con ironia, battute e complicità; prima, anche Arrivano gli alieni e Il microchip erano state accolta con applausi tutto sommato contenuti.

Quei 30 gradi mancanti di drammaticità sono il punto critico, per quanto riguarda uno che - come me - lo ascolta da ormai quindici anni. E che in un disco piano solo - com’è Arrivano gli alieni - vorrebbe averne qualcuno in più della sola Aural. Ora, questo non vuol dire che si tratti di un disco «comodo». Bollani prende i suoi rischi quando decide di suonare interi brani solo con il Fender Rhodes, strumento in cui lui vede una «tavolozza di colori» ma che - per quanto gli metta tutta la tecnica di cui è capace - in brani come Aquarela do Brasil o Jurame (la Pensami di Julio Iglesias) non riesce a uscire dalla sonorità tradizionale della musica da intrattenimento anni Settanta. E mostra un’umiltà preziosa quando, a chi gli chiede perché non anche un organo Hammond tra i brani, risponde «perché ha una serie di registri di cui non so nulla». Tuttavia, anche tra le pieghe della voglia di innovare resta la sensazione che l’ironia prevalga su tutto, e che Bollani alla fine riesca laddove la butti sul «facce ride». Anche nei testi: le sue canzoni - scartata la seria - sono divertenti (e ricordano un’idea di metrica cara a Elio e a Rocco Tanica). Dopotutto, il Niagara di applausi agli Arcimboldi è arrivato sui bis, ormai codificati: si urlano dieci titoli di canzoni, e c’è sempre quello che sbraita «Heidi!!». Lui raccoglie, suona, cuce i temi tra di loro. Sorrisi e risate te li strappa, non c’è dubbio. Ma quel che resta è il ricordo di una serata - e di un disco - «soltanto» piacevoli.

PS: Se Bollani, una volta, dicesse: «Basta! Heidi mi ha rotto le palle!», sarebbe meraviglioso.

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