Musica, senza steccati

venerdì 23 novembre 2018

Il rock è morto? No, ha solo qualche acciacco

09:55 Posted by Igor Principe , , No comments
Il rock è morto, come scrive Gino Castaldo? Sì, lo è. Ma non è morto oggi. Colpisce, da parte del critico di Repubblica, la consapevolezza tardiva che lo spirito rivoluzionario della “musica più varia e fantasiosa apparsa sul pianeta” - così ne scrive, nelle ultime righe del pezzo - sia in realtà scomparso da anni. L’ultima espressione rivoluzionaria nel rock, a detta di tutti, è stato il Grunge, e correva l’anno 1991. Chi è nato allora oggi ha ventisette anni, e per colmo d’ironia potremmo iscrivere la musica che tanto amiamo a quel “Club dei 27” macabramente noto per raccogliere tra i propri membri le rockstar morte a quell’età. I nomi si sanno: Jim Morrison, Janis Joplin, Jimi Hendrix, Brian Jones. Da ultimo ci si è iscritta anche Amy Winehouse, che diversamente dai succitati nulla ha rivoluzionato, limitandosi a celebrare del rock - con lo stile di vita e una voce sensazionale - il lato deteriore.

Il rock non muore a ventisette anni, ma se lo fa ufficialmente oggi con l’articolo di Castaldo allora si spegne dopo altrettanti anni di agonia. O meglio, si spegnerebbe: il condizionale è d’obbligo nel constatare che dopo la travolgente epifania dei Nirvana, dei Pearl Jam e delle band che fecero di Seattle una capitale del genere, c’è stato un mucchio di altro rock eccellente. Solo che non era più rivoluzionario. Non aveva la spavalda dirompenza del Bill Haley che cantava Rock around the clock, colonna sonora di un film non a caso intitolato Il seme della violenza. Non aveva un bacino da roteare spargendo scandalo nelle case degli americani, come seppe fare Elvis. Non aveva un suono nuovo da inventare, cosa che a Hendrix riuscì in modo magistrale. Non aveva mondi artificiali da raccontare dopo averci viaggiato spinto dai miracoli lisergici della chimica.

Non aveva tutto questo, che fu certamente rivoluzionario. Ciò non significa però che non avesse la forza di “ raccontare quello che siamo, quello che vorremmo essere”; di riuscire a “mettere in scena ansie, conflitti e desideri del nostro tempo”. Le parole sono sempre di Castaldo, e sono ciò che lui imputa al rock di non avere più. Ma basta l’ascolto di un disco che, per canoni musicali, non potremmo certo collocare nella relativa casella - A casa tutti bene, di Brunori SAS: puro cantautorato italiano - e capiamo quante ansie, desideri, conflitti e disagi del vivere contemporaneo siano raccontati con un nitore sorprendente. Nitore che, peraltro, si ritrova nelle canzoni di Thom Yorke, nei gorgheggi di Adele e - si parva licet - nei versi di Fedez e J-Ax: piacciano o meno, quando cantano Vorrei ma non posto interpretano una situazione priva di età, in cui possono riconoscersi sia un ventenne sia un sessantenne dotati di profilo Instagram.

Il rock come rivoluzione è morto da tempo, cioè da quando è diventato la musica che univa padri e figli. Ora è solo la musica dei padri, perché i figli ascoltano la trap: dobbiamo allora dichiararne la morte tout court? Credo di no. Ha ragione Castaldo quando dice di vederlo reincarnato in altre musiche, che per chi ha 18 anni oggi hanno tutto il senso che noi davamo a un assolo di Eric Clapton o di Prince. Ma il rock vive ancora nelle garage band che, come ha scritto Paolo Vites sul suo Facebook, “suonano come se fosse la loro ultima volta”; vive in tutti i rocker presenti sulle piattaforme digitali, sconosciuti e talentuosi, musicisti prima che rockstar; vive nel rituale dei concerti, liturgie tuttora frequentatissime.

Il rock come rivoluzione è un cadavere in decomposizione, il rock come musica è tra noi e pare in forma. Dopotutto, a nessuno è venuto mai in mente di dire che la classica è morta quando il corpo di Mozart è stato gettato in mezzo ad altre decine in una fossa comune di Vienna, o quando Chet Baker è volato giù dalla finestra di un palazzo di Amsterdam. Il rock è semplicemente diventato adulto, e magari ha qualche acciacco. Ma diventare adulti è il destino di tutti: basta solo accettarlo.

venerdì 29 giugno 2018

Venezia si tinge di jazz

La musica è come il vento: appena trova uno spiraglio passa, e si infila ovunque. Così te la ritrovi dove non te l’aspetti. O meglio, dove te l’aspetti meno che altrove: in un centro commerciale.

Non si parla della musica che accompagna gli acquisti, diffusa distrattamente da altoparlanti in perenne attività; si parla invece della musica suonata per essere goduta e ascoltata fino in fondo. La musica dal vivo, per capirci bene. Da tempo è protagonista di festival organizzati proprio laddove le persone si radunano per dedicarsi ad altro: fare shopping, mangiare un boccone, trascorrere qualche ora staccando dagli impegni quotidiani.

La musica, in casi come questi, ha un compito preciso: rendere migliore quei momenti, superando la basilare offerta di intrattenimento per diventare arte, e delle migliori. Nel caso di cui parliamo, jazz. E il caso di cui parliamo si chiama Nave de Vero.

Più precisamente, si chiama Nave de Vero in Jazz 2018, quinta edizione di un appuntamento che dal 2014 ha ospitato nel centro commerciale veneziano artisti internazionali di altissimo calibro. Il 2018 offre un cartellone che conferma la qualità di quel calibro, con quattro serate pensate non solo per chi il jazz lo ascolta e lo ama, ma anche per avvicinare chi non ce l’ha nel proprio orizzonte musicale.

Ivan Lins
È anche per questo che l’onere (e l’onore) di aprire Nave de Vero Jazz 2018 è affidato a Ivan Lins, leggenda della musica tout court. Pur se incasellato nel genere jazzistico, un artista come Lins sfugge alle convenzioni, e l’elenco degli artisti con cui ha collaborato portando la propria visione innovativa della cultura brasiliana lo dimostra: si va dalle icone del jazz (Sarah Vaughan, Quincy Jones, Ella Fitzgerald) a quelle della musica più popolare (Sting, Barbra Streisand, Michael Bublè). Lins sarà sul palco venerdì 6 luglio accompagnato dalla sua band e da un ospite italiano d’eccezione: il pianista Antonio Faraò.

Mike Stern e Randy Brecker
Il venerdì successivo (13 luglio) tocca invece a un quartetto guidato da una coppia d’eccezione, composta da Mike Stern e da Randy Brecker. Il chitarrista e il trombettista suoneranno con una sezione ritmica costituita da Dennis Chambers alla batteria e da Tom Kennedy al basso.

Chano Dominguez
Venerdì 21 luglio, invece, si passa alla contaminazione tra la culture spagnola e afro-americana: il protagonista del concerto è Chano Dominguez, accompagnato dal bassista Horacio Fumero e dal batterista Guillermo Mcgill. L’eccezionale pianista spagnolo è tra i maggiori innovatori nel mondo del flamenco-jazz, e in oltre quarant’anni di carriera ha diviso il palco con «mostri» quali Paco De Lucia, Wynton Marsalis e Herbie Hancock.

Enrico Rava

Il finale di Nave de Vero in Jazz 2018 è tutto per una delle star italiane più note al mondo: Enrico Rava. Sarà lui venerdì 28 luglio, con il suo New Quartet, a chiudere il festival portando su palco la formazione che nel 2015 ha vinto il referendum Top Jazz di Musica Jazz, la rivista «bibbia» del settore. A sostenere l’inconfondibile voce della tromba di Rava saranno Francesco Diodati (chitarra), Gabriele Evangelista (contrabbasso) ed Enrico Morello (batteria).

COSE UTILI DA SAPERE

Nave de Vero in Jazz 2018 si tiene in Piazza de Vero a Marghera (Ve). Tutti i concerti iniziano alle 21.30, l’ingresso ai tavoli prenotati è previsto alle 20.00. La piazza sarà allestita con posti a sedere con consumazione obbligatoria.

Per prenotarsi sono attive tre modalità: andare sul sito della manifestazione (dove sono presenti tutte le informazioni del caso), rivolgersi al Box Informazioni di Nave de Vero o direttamente presso uno dei ristoranti di Piazza de Vero.